Seleziona una pagina

Ritirare la paura dal commercio

A nessuno piace soffrire: questa non è una novità. Una novità è stato, per me, scoprire in che modo evitavo di soffrire e di sentire il dolore. La cosa più ovvia sarebbe stato dedicarsi al divertimento, ad attività scaccia pensieri. E, invece, il mio modo per evitare di sentire la sofferenza è stato – e forse lo è ancora – tenermi occupata. In una grande varietà di diverse occupazioni: dallo studiare, allo scrivere, al cucinare, al fare la spesa bio e a chilometro zero. Insomma tutta una varietà di occupazioni, piacevoli e non, allo scopo di non sentire quell’inquietudine interna che è legata alla sofferenza e al dolore.

Non sempre ad un dolore veramente presente. A volte alla semplice consapevolezza che le cose cambiano e che questo cambiamento non sempre è piacevole.

Non devo esser la sola ad aver scelto questa strategia, la differenza  sta solo nella tipologia di attività. Per alcuni è lo sport, per altri la lettura. Il punto è non lasciare spazi vuoti e silenziosi, dove l’ascolto può portarci echi che disturbano.

Abbiamo demonizzato il sentire

Abbiamo demonizzato il sentire come la fonte di ogni male: se sentiamo perdiamo la razionalità. Se sentiamo perdiamo tempo, se sentiamo…sentiamo e non sempre troviamo cose piacevoli. In ogni caso possiamo trovare cose che sfuggono al nostro controllo. Così la strategia di fuga sembra la migliore: una strategia che è rafforzata da modalità difensive istintive. Solo che, i nostri progenitori la utilizzavano per pericoli reali. Noi la utilizziamo per pericoli immaginati, oltre che reali.

Raramente siamo sostenuti a fermarci per poter ascoltare quello che accade – dentro e fuori di noi. Tranne che nella mindfulness che sembra così rivoluzionaria proprio perché ci chiede di fermarci, anziché trovare soluzioni. Di ascoltare prima di parlare, di scegliere cosa rispondere anziché reagire. Di difenderci attraverso la gentilezza anziché attraverso l’attacco.

Avvicinarsi al mondo con gentilezza e tenerezza

Quindi, anziché scappare, l’invito è quello di avvicinarsi, a quello che accade, con gentilezza e tenerezza. E ascoltare.

Prima di conoscere la gentilezza come la cosa più profonda che hai dentro, devi conoscere il dolore, l’altra cosa più profonda. Devi svegliarti nel dolore, parlargli finché la tua voce non catturerà i fili di tutti i dolori e vedrai di che misura è la veste.
 Naomi Shibad Nye

In effetti smettere di scappare dà un grande sollievo. Ricevere la vita con le sue avversità e i suoi piccoli e grandi dispiaceri ci consente di smettere di definirci solo attraverso ciò da cui scappiamo. Sì, perché il paradosso è che, nella nostra fuga dal dolore, alla fine, lasciamo che siano i nostri dolori e i nostri fallimenti che ci definiscono. Smettendo di scappare lasciamo che la tenerezza e la compassione verso noi stessi e verso la vita emergano, goccia dopo goccia. Curiosamente questo non rende più depressi o sopraffatti: semplicemente ritiriamo la paura. Non le permettiamo più di farla da padrone. Perché, più scappiamo, più siamo spaventati. Meno scappiamo più ci sentiamo coraggiosi. E lo siamo.

Ritirare la paura dal commercio

La paura impedisce alla tenerezza fondamentale di entrare in noi. Quando una tenerezza colorata di malinconia tocca il nostro cuore, sappiamo di essere in contatto con la realtà. Lo sentiamo. Questo contatto è autentico, nuovo e molto diretto. Chogyam Trungpa

La paura è parte della nostra vita: è l’emozione più connessa al nostro modo di vivere e alla nostra struttura mentale. Abbiamo paura di ciò che è sconosciuto, di ciò che è improvviso, di ciò che ci ha fatto male. E, spesso, abbiamo uno schema mentale delle cose che ci fanno paura che dovrebbe prevenire il ripetersi di un danno, attivando un sistema di difesa immediato e istintivo.

Possiamo dire che la paura è un’energia mentale mal utilizzata. Abbiamo messo un’etichetta e, spesso senza nessun aggiornamento periodico, ripetiamo la stessa emozione per eventi nuovi. Certamente è complicato perché è una delle emozioni primarie, nate proprio con lo scopo di proteggerci dai pericoli.

La paura protegge l’immagine di sé

La paura – dice Tarthang Tulku – non è altro che una energia mal impiegata, utilizzata per sostenere un’idea e una proiezione. Quando reagiamo alla paura non è il nostro corpo ad avere paura. È la nostra mente che spaventa il corpo fino ad attivarlo e, in seguito, impariamo ad associare questa reazione a tutto ciò che ci spaventa.

Anche se un concetto non è una entità solida, il concetto può convincerci a credergli. E quando ci crediamo diamo a questa idea il potere su di noi; la possibilità di farci credere cosa è reale e cosa non lo è. Tarthang Tulku

L’ombra della paura si nasconde nel divario tra il nostro mondo soggettivo e la realtà. Abbiamo paura di perdere la nostra identità, abbiamo paura di perderci. Siamo così affezionati alle nostre idee che abbiamo paura di cambiarle e di interrompere il legame tra ciò che pensiamo e ciò che è reale.

Perdere la paura attraverso la meditazione

La meditazione riduce la paura perché rilassa il nostro consueto orientamento tra aspetti soggettivi e realtà. Acquieta il dialogo interiore e quando sorgono i pensieri ci permette di non seguirli ma di lasciarli andare, rimanendo calmi e rilassati.

Può essere utile ricordarci che la paura è un’associazione: mettere l’etichetta ad un oggetto ce lo rende spaventoso, anche se sappiamo che non è così. Possiamo avere attacchi di panico per animali che non sono nemmeno lontanamente presenti: basta la paura ad evocarli. Proprio per questo la meditazione aiuta: se lasciamo andare i nostri concetti e le nostre aspettative, non rimane molto di cui avere paura. Perché – molto spesso – la paura è preventiva. Abbiamo paura di qualcosa che potrebbe succedere. Quando poi il pericolo è reale e presente magari non reagiamo nemmeno perché abbiamo esaurito la scorta energetica a disposizione.

Ecco perché riconoscere lo schema delle nostre paure ci aiuta a comprendere che siamo intrappolati da una illusione. Se comprendiamo questo possiamo iniziare a rilassarci e aprire l’energia che la paura porta con sé, per altre finalità.

La compassione è un atto da principianti

Per riuscire a lasciar andare le illusioni e le associazioni che alimentano la paura abbiamo bisogno di avere compassione di noi. E nell’arte della compassione siamo tutti dei principianti. Mentre la paura è storica, la compassione è presente, attuale, e sempre diversa e nuova. Ci chiama per chiederci cosa vogliamo fare e ci offre la possibilità di stare in compagnia con quello che proviamo, proprio senza aggiungere nient’altro. Solo compassione.

Ci chiede di aprire il cuore e di incontrare ciò che ci spaventa – il cambiamento, la perdita, i pericoli – trovando la forza di rimanere aperti anziché ritirarci o chiuderci. In questo modo possiamo scorrere andando nella direzione che ci indica il flusso della vita. Anziché – come facciamo quando siamo guidati dalla paura – ritirarci e andare contro corrente. Correre incontro ai draghi, come atto estremo di coraggio. Il coraggio di andare incontro, con atteggiamento compassionevole, alla propria paura.

© Nicoletta Cinotti 2016

Eventi correlati

Il protocollo MBSR a Chiavari inizia il 3 Maggio alle 20

Il protocollo MBSR a Genova inizia il 4 maggio alle 19.30

Il protocollo MBSR a Torino inizia il 4 Maggio alle 19.30

Foto di ©DenisseBeirana | f o t o g r a f i a

Share This

Condividere questo articolo?