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Scrivere la mente: perchè la meditazione chiama la poesia.

Chiudi gli occhi e inizia a prestare attenzione a tutto ciò che accade (pensieri che arrivano, emozioni, dolori fisici). Inizia a prestare attenzione anche al semplice, ma non banale, gesto di chiudere gli occhi. Non farlo come un automatismo, perchè in quel gesto è racchiusa l’intenzione di vedere dentro, di “attivare” altri occhi, di fare un viaggio nell’invisibile.

Potremmo dire che, con l’indicazione precedente, abbiamo appena iniziato a meditare: non abbiamo dato per scontato che chiudere gli occhi significhi non vedere nulla. Non abbiamo dato per scontato di sapere già che cosa potremmo vedere. L’abbiamo fatto con attenzione. Tutto qui.

Tutto qui? Direte voi, sì, ma allora cosa c’entra la poesia con la meditazione?

Lo poesia è vocativo, evocativo

Meditare vuol dire stare con tutto ciò che c’è in quel dato momento, con tutto ciò che si è in quel dato momento, né più né meno. Stare ed essere completamente nel qui e ora, senza aspettativeNon vuol dire cambiare lo stato delle cose (che sia un pensiero, un’emozione o un dolore fisico), né tantomeno reprimerle, ma riuscire ad accoglierle così come sono, dando attenzione intenzionale con un’atteggiamento da osservatore neutrale o testimone. A questo punto cosa resta? Resta la lingua della poesia che è una lingua evocativa. Evocativa perchè chiama, evoca sensazioni, ricordi, riflessioni.

Ciò che resta è la lingua della poesia. Una lingua che non dice nulla ma chiama. Il vocativo è quella parte della lingua che non dice nulla ma chiama, anzi interrompe il quotidiano, crea una rottura, è una parte della lingua che non cade nel discorso… Chiama ciò che si perde, ciò che si è perduto, e ciò che si perde è di dio“. Giorgio Agamben

La chiamata della poesia

Il linguaggio che usiamo ogni giorno è una lingua che definisce, dichiara, afferma. Esprime la struttura delle cose. Si riferisce a qualcosa o a qualcuno, per dire ciò che vuole con chiarezza (almeno ci prova). La poesia invece chiama – per questo è evocativa – e usa il vocativo per chiamare. Chiama il ritorno all’origine. Guarda l’esperienza con questa chiamata ma non la definisce. Piuttosto la esprime perchè è una con l’esperienza stessa. Ed ecco quindi che poesia e meditazione si incontrano di nuovo. Sono parole che non regalano le certezza della prosa. Chiama ciò che stiamo cercando, con tutta la forza della nostra ricerca.

Il linguaggio nella sua essenza non è né espressione né attività dell’uomo. Il linguaggio parla. Noi ricerchiamo ora il parlare del linguaggio nella poesia. Ciò che si cerca è, pertanto, racchiuso nella poeticità della parola. Martin Heidegger, “In cammino verso il linguaggio”

Ciò che avviene accade dopo

La poesia non accade nel momento in cui la leggiamo. La poesia accade dopo. Come tutti i messaggi. I messaggi non hanno un senso solo nel momento in cui li scriviamo. Il loro vero senso sta in quello che accade dopo averli scritti, quando vengono ricevuti. È lì che avviene il senso. Lo stesso accade per la poesia (e per la meditazione): è quello che ci lascia dopo averla letta il suo senso. La sua essenza sono le parole che mancano e che noi colmiamo o lasciamo vuote.

È quel restare in ascolto, in attesa. Quel chiamare che è una declinazione dell’amare. Quel chiamare che è il suono del silenzio da cui nasce ogni poesia.

Come essere un poeta (per mio promemoria)

Trova un posto per sederti.
Siediti. Resta in silenzio.
Dovrai fare affidamento su
affetti, letture, conoscenze,
abilità – più di quante
tu ne abbia – ispirazione,
impegno, maturità, pazienza,
perché la pazienza congiunge il tempo
all’eternità. Dubita
del giudizio
di chi elogia i tuoi versi.
 
Respira con respiro incondizionato
l’aria non condizionata.
Lascia perdere i fili elettrici.
Comunica con lentezza. Vivi
una vita a tre dimensioni;
stai lontano dagli schermi.
Stai lontano da tutto ciò
che offusca il luogo in cui si trova.
Non esistono luoghi che non siano sacri;
soltanto luoghi sacri
e luoghi profanati.
 
Accogli quanto viene dal silenzio.
Fanne il meglio che puoi.
Con le minute parole che a poco a poco nascono
dal silenzio, come preghiere
riverberate verso chi prega,
componi una poesia che non turbi
il silenzio da cui è nata.
 

La pruriginosa ferita

“No problema, no meditazione” diceva un maestro di meditazione orientale. Potremmo dire lo stesso per la poesia. In entrambi i casi il turbamento non è ostacolo ma una specie di alleato che spinge, con forza, verso la verità. Quanti di noi possono dire di essere usciti da una crisi personale più forti, più umani, più autentici? Quanti di noi possono dire che, alla fine, il senso della nostra vita l’abbiamo trovato nel superare le difficoltà ancor più che nel navigare nei mari calmi e sereni? Forse, obtorto collo, possiamo dire che è vero per tutti

Potremmo ribellarci a questa descrizione per tante ragioni. Perchè ci sembra troppo legata ad un’etica del sacrificio e del dolore. Perché non vorremmo che la nostra vita fosse disegnata dalle ferite ma solo dalla nostra ricerca della felicità. Potremmo discutere a lungo su questo tema ma il punto, in se stesso è semplice: questa è la legge dell’intensità.

La legge dell’intensità

Di una storia di può narrare la trama, disegnare i confini di una esperienza. Descrivere il suo contenuto. Quello che ci tocca però è l’intensità. Che comprende e travalica il contenuto. Quanto è intensa la nostra esperienza? Quanto rimane traccia di ciò che stiamo vivendo? E quanto – questa traccia – è legata all’intensità? È l’intensità che costruisce la memoria. Non la storia. Perchè l’intensità lascia traccia ed è una traccia che parte dal contatto e dal contatto produce intimità.

L’intensità non ha un luogo definito perchè – essendo intima – avviene dentro di noi. Quello diventa ciascun luogo: il luogo dove si esprimono parole che hanno la regola dell’intensità. Qui la distinzione tra prosa e poesia si fa sottile. Non ha importanza di fronte alla legge dell’intensità questa distinzione. Entrambe lasciano traccia se hanno intensità.

Ho sempre pensato che filosofia e poesia non siano due sostanze separate, ma due intensità che tendono l’unico campo del linguaggio in due direzioni opposte: il puro senso e il puro suono. Non c’è poesia senza pensiero, così come non c’è pensiero senza un momento poetico. Giorgio Agamben

Senza intensità la nostra vita diventa un fatto burocratico, amministrativo. È questo ciò che esprime la poesia: l’intensità. Per questo la poesia scrive la mente. Perché è intensità che lascia traccia.

Incontri sempre in corso

Spesso leggo più volte lo stesso libro e mi sembra sempre un  po’ diverso. Questo mi capita sempre con le poesie. Perchè la lettura di una poesia è sempre un incontro, anzi, potremmo dire che una poesia è un incontro sempre in corso. Mai ripetitivo. Perchè ogni volta svela parti diverse di me e di se stessa. Come se fosse viva. Anzi la poesia è viva per me. Ha occhi, gambe e braccia. Mi stringe, mi accarezza, mi soffoca come fa un amante che cerca la verità.

Perchè la poesia non esiste senza questo stretto connubio con la verità. È questo che la rende nuova ad ogni lettura: la verità delle parole che sono state scelte. Non può esistere una poesia bugiarda: non sarebbe una poesia.

La poesia possiede il suo oggetto senza conoscerlo e la filosofia lo conosce senza possederlo. Giorgio Agamben

Riassumo ad onor del vero

Quindi riassumendo poesia e meditazione si chiamano perchè:
  • entrambe cercano ciò che si è perduto
  • entrambe si compiono dopo che sono avvenute
  • entrambe seguono la legge dell’intensità
  • entrambe sono incontri sempre in corso
  • entrambe parlano la lingua dell’esperienza

 

Domande come queste mi perseguitano, infiniti cortei d’infedeli, città gremite di stolti, che vi è di nuovo in tutto questo, oh me, oh vita! Risposta: Che tu sei qui, che la vita esiste e l’identità, Che il potente spettacolo continui, e che tu puoi contribuire con un verso. Walt Whitman

© Nicoletta Cinotti 2017 Scrivere la mente: meditazione e poesia. Un reading e una pratica al 23° Festival Internazionale dell poesia di Genova

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