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Tra un pensiero e l’altro

Faccio “Meditazione camminata”, “meditazione seduta” ma non medito un solo secondo”. Qui dicono che la mente è come una scimmia che salta via, qua e là. La mia sembra un branco di scimmie che saltano dovunque. Il monaco dice di non resistere, di lasciarla andare, da scimmia farne un bufalo selvaggio a cui si mette una corda con cui poterlo ritirare. Non bisogna opporsi al suo scappare, solo notare che scappa, dicendosi “penso, penso, penso” e se si vede qualcosa, “vedo, vedo, vedo”, “sento, sento, sento”. Non medito ma mi pare di sviluppare una comprensione per quel che gli altri fanno, che mi sembra a suo modo una forma di saggezza. Vedo la gioia di alcuni.” Tiziano Terzani, 21 Novembre 1993, Bangkok,

da “Un’idea di destino” Longanesi ed.

La mente scimmia

Un'idea di destino_PIATTOTerzani descrive, con poche parole, la sensazione che si incontra all’inizio – e non solo all’inizio, della pratica di meditazione. Ti senti di fronte ad un’impresa superiore alle tue forze, perché il circo con cui prendi contatto non ammette domatori. O almeno così sembra. In effetti fa parte della natura della mente essere volatile, vagare e pensare, produrre eventi mentali. A volte in sequenza rapidissima, a volte con un battito lento come quello di un cuore senza affanno, né fretta.

Il problema non è tanto come funziona la nostra mente, quanto che tendiamo a dare ai nostri pensieri uno statuto di concretezza, verità e realtà che non sempre meritano. Insomma, molto spesso, i pensieri la fanno da padroni prepotenti e ci spingono nella direzione che vogliono loro!

La pratica di mindfulness non è altro che questo: educare la mente a tornare alla sua capacità di essere presenti, nel presente.

Un oggetto di meditazione

Meditare significa mettere la mente sul respiro o su un unico oggetto di osservazione, e scoprire, spesso dopo pochi secondi, che siamo andati altrove, a cose inutili di pochi giorni fa o a grandi drammi di dieci anni fa, oppure al nostro vicino di casa, totalmente ininfluente nella nostra vita ma che si prende dieci minuti buoni del nostro tempo di meditazione. Questa situazione spesso scoraggia: tendiamo a considerarla un nostro problema e non la conseguenza del fatto che nei lunghi anni della nostra educazione nulla ci viene detto riguardo a come possiamo educare la mente. La riempiamo di nozioni e di cultura, ma la lasciamo selvaggia e indisciplinata come, appunto, un branco di scimmie.

CompassionIl primo passo è semplicemente quello di notare cosa sta accadendo, ripetendo, per l’appunto “pensiero o pensare” come ci dice Terzani, per poi tornare al nostro oggetto di meditazione. Senza spingere via i pensieri ma semplicemente tornando al respiro. E questo, almeno per il momento, sembra abbastanza semplice.

I livelli del pensiero discorsivo

In molti testi di meditazione si parla di tre livelli di pensiero discorsivo. Nel primo livello siamo totalmente persi e immersi in un mondo fantastico. Uscire da questo livello è come tornare a casa dopo essere stati in vacanza: ci si sente un pò disorientati e, a seconda di come è andata la vacanza, soddisfatti o disperati. Spesso, se stiamo meditando, corriamo il rischio di essere molto severi con noi stessi, per questa divagazione.

E questa severità diventa quasi, nei suoi effetti, più pericolosa della distrazione, poichè alimenta la dissociazione tra le diverse parti di noi che è alla base del nostro funzionamento “automatico” e alimenta il dialogo interno che nutre la nostra aggressività e la nostra paura.

Quando ci accorgiamo di essere stati completamenti trascinati è meglio praticare la gentilezza, nel ritorno al respiro, senza giudicare o scoraggiarsi per essersi allontanati.

Può capitare che i nostri pensieri ci facciano andare via ma non completamente. Ci accorgiamo che potremmo andarcene ma torniamo velocemente indietro. Anche in questo caso non c’è che da riportare gentilmente l’attenzione all’oggetto primario di consapevolezza. E’ importante riconoscere questi momenti di passaggio perchè sono quelli che ci insegnano a padroneggiare il flusso di pensiero senza lasciarsi trascinare. A volte possono essere scoraggianti perchè, diventando consapevoli, ci sembra di “peggiorare” e di essere sempre in preda ai processi di pensiero. Imparare a riconoscere i punti di passaggio è, in realtà, fondamentale.

C’è infine un terzo livello – e non immaginiamo questi livelli in senso ascendente! – che è la consapevolezza di un sottile chiacchiericcio di sottofondo che non sottrae l’attenzione dall’oggetto primario. Diventa solo un altro elemento del panorama interiore di cui essere consapevoli. Man mano che la pratica di meditazione procede, questa condizione può diventare quella più frequente. I pensieri sorgono ma non trascinano. D’altra parte l’obiettivo non è la cessazione dei pensieri ma la padronanza dei processi di pensiero.

La crescita e il cambiamento non sono lineari

strade non lineariAbbiamo mutuato dal nostro percorso scolastico l’idea che la crescita e il cambiamento siano percorsi lineari: come andare dalle elementari alle Scuole Medie e su fino all’Università. In realtà crescita e cambiamento non sono percorsi lineari e, inoltre, questo preconcetto può essere abbastanza negativo nell’apprendere la pratica mindfulness.

La nostra proliferazione dei nostri pensieri è legata al nostro umore e quindi varia di giorno in giorno. Mantenendo una pratica regolare possiamo avere un umore più stabile ma non aspettiamoci che i nostri pensieri siano sempre come li vogliamo noi: rari e padroneggiabili.

Accade che ci siano meditazioni “sgombre” dai pensieri e altre affollate. Ma la consapevolezza è proprio accorgerci di ciò che esiste nel presente della nostra vita. Senza nessuna presunzione né pretesa ma solo gentilezza e attenzione.

© Nicoletta Cinotti 2014

 

 

 

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