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Una famiglia basata sull’essere

Una famiglia basata sull’essere

la fiducia e il coraggio di imparareDa adulti, siamo impegnati in una costante attività. Molti di noi riempiono ogni momento con un’attività o l’altra. La base della nostra autostima consiste nella quantità di cose che facciamo, su quanto otteniamo, quanto siamo ben visti, come siamo socialmente connessi. I nostri figli non si muovono in questa maniacalità finchè non insegniamo loro a essere così. Per questo essere genitori in modo consapevole significa agire sulla base di una costituzione diversa da quella che la società impone. Il successo di un bambino si misura con altri criteri. Invece di essere sommersi dalle attività, sotto stress per avere successo in un mondo concepito dagli adulti, ai bambini è consentito di vivere il momento e celebrare la natura organica della loro esistenza. In questo approccio, classifiche e misurazioni di risultato esterne non sono considerate nient’altro che un aspetto minuscolo di un’immagine più grande.

Incoraggiare il semplice piacere di vivere

Per incoraggiare il semplice piacere di vivere, ci è richiesto di non imporre troppi programmi ai nostri figli. Piuttosto permettiamo che i loro primi anni siano fatti di appuntamenti di gioco e ore di pigrizia. Se i bambini sono cresciuti in un turbine di attività costante dalla mattina alla sera, ancora prima di aver raggiunto i 5 anni, come potranno mai essere in connessione con sé stessi?

La verità è che molti dei calendari frenetici del bambino moderno dipendono più dall’incapacità dei genitori di sedersi  in tranquillità, piuttosto che dal bisogno dei figli di fare così tanto. Siamo cresciuti per vivere in uno stato costante di “fare”. Non riguarda solo le attività fisiche come lavorare, esercitarsi o fare commissioni, ma anche il nostro incessante etichettare con la mente, categorizzare, valutare, formulare teorie.  La mente moderna è così indaffarata, che abbiamo perso la capacità di incontrare una persona o una situazione con energia imparziale. Di fronte ad un “altro”, che sia una persona o un evento, imponiamo subito sull’individuo – o sulla situazione – le nostre idee su ciò che è giusto o sbagliato, buono o cattivo.

Essere nel traffico

Lo testimonia il genitore che risponde agli aspetti scomodi della vita con ansia, frustrazione, rabbia, imprecazioni. Stai per un po’ “nel traffico” con loro e osserva come giudicano ed etichettano le loro esperienze. Non sono capaci di considerare con calma il fatto di essere “nel traffico” ed essere in pace con la cosa, sono incapaci di trovarsi in una situazione difficile e considerare semplicemente che si prova difficoltà. Un genitore così lascia un’eredità ai propri figli che impone che tutte le esperienze della vita vadano giudicate ed etichettate, specialmente quelle negative. Quando non siamo in grado di incontrare la realtà dei figli da uno stato di essere, loro imparano che la vita non può essere semplicemente sperimentata per come è.

Tutto questo “fare” è un tentativo di placare il nostro senso di incompletezza, si può vedere dall’esempio di una madre che lascia perdere la sua vita per essere con il bambino, per impegnarsi in modo esclusivo in innumerevoli attività “per il bene del bambino”. Dall’esterno può sembrare una madre devota, che porta i suoi figli a danza classica e a calcio, che cucina e pulisce per loro  senza sosta. Tuttavia, dal momento in cui il suo senso di sé è sostenuto solo da ciò che fa per i suoi figli, il suo dare è condizionale. Visto che il suo programma caotico è guidato dal bisogno di dar sollievo alle sue stesse ansie, non sarà capace di essere presente ai bisogni dei suoi figli, userà invece i suoi figli indirettamente per soddisfare le sue fantasie insoddisfatte. Se i suoi figli falliscono nel piegarsi alle sue esigenze, non potrà tollerarlo. Il che porta ad una dinamica ancora più insana: manipolare i figli in modo da ottenere che stiano “bene”.

Sentirsi validi

Qualcosa di speciale sta avvenendoHo visto succedere questo ad una madre e ai suoi due figli. Era una designer di moda che aveva abbandonato la carriera per diventare madre a tempo pieno. Il fulcro di questa donna erano i suoi bambini, al punto che l’intera giornata ruotava intorno a loro. Super-infervorati e super-coinvolti, erano iscritti ad attività diverse ogni pomeriggio, il che significava che era costantemente a correre in macchina, avanti e indietro, per portarli ed andarli a prendere. Il loro eccellere nelle loro scuole ed attività era per lei più importante di tutto. E finchè sua figlia era una stella del nuoto e suo figlio un pianista stellare, questa madre non poteva essere più orgogliosa di loro e viveva per i loro momenti di trionfo. Era il primo genitore ad arrivare a tutti i loro eventi e questi erano le occasioni che la facevano sentire valida, sia come madre che come persona.

Poi, un giorno, la psicologa della scuola la chiamò, per dirle che sua figlia aveva confidato di essere diventata bulimica. La ragazzina era scoppiata a piangere, dichiarando che era spaventatissima che sua madre potesse venirlo a sapere, e continuava a ripetere: “Per piacere non ditelo a mia mamma. Mi odierà. Sarà così delusa da me.” Aveva solo otto anni quando diventò bulimica. Si sentiva stressata e voleva apparire più magra nel suo costume.

Troppe attività

Era la prima volta che considerava il costo emotivo che le infinite attività avevano sulla salute emotiva dei bambini. Fino ad ora pensava di fare il meglio che poteva per loro. Mai avrebbe immaginato che tutte le pressioni potessero avere un effetto diverso. Cosa poteva fare ora? Quando era piccola, non faceva nulla, non le veniva data grande attenzione. I suoi genitori, che viaggiavano moltissimo, la lasciavano con la babysitter. Facendo cose che sua mamma non aveva mai fatto per lei, immaginava di essere un genitore devoto. Paradossalmente, il desiderio che i suoi figli avessero l’infanzia che a lei era stata negata produsse, nei suoi figli, gli stessi sentimenti di solitudine e trascuratezza che aveva avuto anche lei. Solo che i suoi figli avevano celato le emozioni dietro le loro faccende, sentendo che avrebbero dovuto essere performanti per far star bene la loro mamma.

La lezione è che se insegniamo ai nostri figli ad affermare il loro senso di identità sul “fare”, saranno infelici ogni volta che la vita in qualche modo li boccerà.

© Silvia Cappuccio 2016 da Conscious parent di Shefali Tsabary

 

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