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Una leggera distanza dal dolore

scuolabusPoco tempo fa mi è capitato di ricordare un episodio della mia infanzia. Era un ricordo delle elementari e forse la ripresa della scuola – in quel periodo dell’anno – aveva contribuito a farlo riemergere.

La cosa interessante però non era il ricordo: era la leggera distanza dal dolore che avevo provato in quella situazione.

Ricordavo tutto bene, ricordavo anche di aver sofferto, ne potevo sentire le tracce ma c’era, tra me e quel dolore, una leggera distanza percettiva che lo ovattava. Non era la distanza del tempo, non era la distanza dall’evento.

Cosa voleva dirmi quella distanza?

Avrei potuto pensare che era una distanza fisiologica, visto che sono passati tanti anni. Invece era una distanza difensiva. Potevo ricordare quell’episodio solo a patto di non sentire in pieno quel dolore. Perché ancora, a distanza di tantissimo tempo, quel dolore mi faceva paura.

La paura del dolore è uno degli elementi più trasversali. Abbiamo paura del dolore perché lo sentiamo una minaccia alla nostra incolumità anche fisica. E in questo senso il corpo distingue poco se è un dolore emotivo o un dolore fisico: entrambi attivano delle risposte difensive.

Questa difesa – la distanza dal dolore emotivo – è interessante per due ragioni che proveremo ad esaminare insieme. La prima ragione è che è la base sulla quale strutturiamo la dissociazione mente corpo. La seconda è che struttura una diversa modalità di memorizzazione. Quei ricordi infatti hanno due magazzini di memoria: il magazzino della memoria autobiografica e il magazzino della memoria corporea. E, cosa ancora più interessante, queste due memorie possono non coincidere.

La dissociazione mente – corpo

la dissociazione mente corpoNella clinica psicodinamica psicoanalitica la dissociazione mente corpo è un meccanismo difensivo presente solo nelle reazioni difensive più severe. Per l’analisi bioenergetica e l’approccio reichiano invece questa dissociazione è presente ogniqualvolta si attiva una difesa. Infatti se viviamo una situazione senza bisogno di difendersi, la risposta corporea-emotiva sorge e svanisce al finire della situazione. Se invece ci difendiamo dobbiamo impedire che la sensazione fisica e la sensazione emotiva arrivino con tutta la loro pienezza e per questo motivo dobbiamo “distanziarcene”. Lo facciamo prevalentemente attivando una strategia di regolazione cognitiva, e gettiamo così le basi di questa modalità di distanziamento dal proprio sentire che è all’origine della dissociazione mente corpo.

Questa dissociazione è molto efficace sul momento perché ci permette di attivare una risposta senza farsi sopraffare dall’aspetto emotivo. Il problema è che, tanto più usiamo questa modalità, tanto più finiamo per mantenerla anche quando potremmo invece consolare quel dolore. Infatti, rispetto ad ogni dolore noi abbiamo due possibilità: attivare il sistema difensivo – cioè reagire – oppure consolarci. Cioè rispondere senza attivare la reazione difensiva.

Il protettore distaccato

consolareLa possibilità di consolazione è una esperienza che conosciamo bene. Forse ci ricordiamo qualche pianto consolato tra le braccia dei nostri genitori, di un amica/o o di un partner. Sapersi consolare è una funzione matura dello sviluppo emotivo e un indice prognostico della salute dei bambini. Nei neonati l’indice di consolabilità – ossia la valutazione di quanto è facile calmare il loro pianto – è uno dei parametri che può essere utilizzato per valutare precocemente i disturbi pervasivi dello sviluppo. Più un neonato è consolabile e più facilmente si autoconsola, più sappiamo che sta bene.

Ci sono esperienze, come quella che raccontavo all’inizio dell’articolo, che non sono consolate. A volte perché quando avvengono siamo soli. A volte, molto più frequentemente, perché non veniamo compresi nel nostro dolore. Viene minimizzato – che è una pessima strategia di regolazione peraltro molto usata – oppure negato. A quel punto, se quel dolore supera la nostra finestra di tolleranza, dobbiamo distaccarcene per non farci sopraffare. Un distacco che si basa su quella dissociazione mente – corpo di cui parlavo prima e che permette l’utilizzo di strategie cognitive di regolazione – razionalizziamo quanto è avvenuto – che spesso sono però molto inefficaci sul piano emotivo. Tradotto “capiamo bene tutto ma la cosa non cambia la sostanza dell’esperienza“.

L’insieme di queste strategie di regolazione cognitiva va a costruire quello che possiamo chiamare il nostro “protettore distaccato”. Una parte di noi che entra in funzione per consolarci, lo fa attraverso la razionalizzazione – ed è sempre meglio che non essere consolati – ma che alimenta, nello stesso tempo, quella dissociazione mente corpo che è alla radice di molto del nostro dolore.

Il dolore della dissociazione

Perché la dissociazione provoca dolore? potremmo chiederci a questo punto. La dissociazione provoca dolore perché fa si che ci siano, dentro di noi, motivazioni divergenti e, conseguentemente, azioni divergenti. Vorremmo ricevere attenzione e invece diamo attenzione. Vorremmo avere riposo e invece lavoriamo ancora di più nella speranza di riceverlo. Vorremmo ricevere e invece diamo. Quando si verifica questa dissociazione tra la motivazione interiore l’azione, finiamo inevitabilmente per rimanere frustrati e insoddisfatti. Con l’aggravante che siamo noi stessi a costruire questo tipo di insoddisfazione.

Facciamo delle scelte che nutrono l’immagine di noi ma tradiscono i nostri veri sentimenti. Entriamo cioè in una situazione paradossale: abbiamo successo ma siamo infelici. Oppure non ci “manca nulla” ma non siamo soddisfatti: questa è il dolore della dissociazione mente-corpo.

La memoria del corpo

Noi abbiamo due tipi di memoria: quella esplicita in cui il ricordo si trasforma in racconto e quella implicita in cui il ricordo è una sensazione che può anche essere difficile esprimere a parole. La memoria esplicita si forma attorno ai 30 mesi di vita, ossia quando abbiamo già iniziato a parlare. Quella implicita è presente fin dalla nascita ed è legata all’area limbica, la stessa area che è connessa all’espressione emotiva.E’ una memoria procedurale, ossia legata alle azioni, è una memoria attiva e interattiva che include sia la nostra risposta che il formarsi delle aspettative sulle risposte altrui.

E qui arriva un altro punto interessante: è una memoria che “ricorda” non solo la sensazione corporea ma anche la sensazione relazionale. Ossia cosa è avvenuto quando abbiamo provato quel dolore.

Siamo stati compresi? Siamo stati consolati? Siamo tornati ad essere fiduciosi nei confronti dell’ambiente esterno o siamo rimasti spaventati?

Userò ancora il mio episodio come esempio. In quel ricordo, al dolore della situazione se ne era aggiunto un altro: mi sarei aspettata conforto e, invece, mi era stata data una spiegazione molto razionale – e corretta – su come mai si era verificato quell’episodio. Questa razionalizzazione, nell’intenzione dei miei genitori, aveva lo scopo di aiutarmi a capire la situazione. Il risultato era stato invece diverso: mi ero sentita stupida perché non avevo “capito” prima cosa poteva succedere comportandomi così.

Alimentando così di nuova la dissociazione tra le istanze emotive – che avevano solo bisogno di un abbraccio e di una vicinanza – e quelle cognitive, che avrebbero avuto bisogno di spiegazione. Il comportamento che hanno tenuto i miei genitori – armati delle migliori intenzioni – è molto tipico e lo facciamo a qualsiasi età e con qualsiasi dolore. Prima ci preoccupiamo di “spiegare” l’evento e pretendiamo che questo offra una consolazione.

Non è così che accade. In una parola non funziona.

Il dolore necessita consolazione. Venendo consolati ristabiliamo anche un clima di fiducia con l’ambiente: fiducia che può essersi momentaneamente interrotta. Tutti questi passaggi sono sperimentati a livello corporeo e se non torniamo al corpo non potremo riprenderli ed elaborarli.

Il dramma della biografia

una leggera distanza dal doloreQuando ricordiamo gli eventi della nostra vita possiamo riattivare una situazione molto simile a quella del mio ricordo. Ossia possiamo aggiungere aspetti ed elementi di comprensione dell’esperienza senza però arrivare a consolare davvero perché diamo una eccessiva supremazia all’efficacia della regolazione cognitiva.

Ricordare con il corpo significa riattivare non solo uno schema personale di percezione ma anche uno schema relazionale che getterà le basi della nostra aspettativa relazionale. E’ su quel piano che è necessario curare: sul piano della consolazione individuale e sul piano della ferita relazionale. Altrimenti ricordare ri-attualizzerà un dolore e ripeterà la frustrazione di una mancanza di soluzione relazionale.

Quando ho compreso che ciò che mi isolava da quel dolore era stata la sensazione di meritarmelo perché “non avevo capito prima cosa sarebbe successo dopo” ho finalmente potuto lasciar andare quella tensione alle spalle e al collo e abbracciare quella bambina che vagava ancora dentro di me in attesa di essere abbracciata.

©Nicoletta Cinotti 2016 ed. riv

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