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Unire anziché dividere: l’attitudine di non giudizio

Mindfulness: 56 giorni per la felicità

Unire anziché dividere: l’attitudine di non giudizio

L’idea che il non giudizio sia un atteggiamento centrale e fondante non è estranea ad uno psicoterapeuta. E’ questa la posizione con la quale dovremmo ascoltare i nostri pazienti che, come rilevatori, sono in grado di cogliere anche la minima traccia di rifiuto.

Perché il giudizio equivale ad un rifiuto e, molto spesso, ad una divisione tra bene e male. Qualcosa di ciò che accade è ritenuto inadeguato, sbagliato o addirittura pericoloso e quindi, una volta stigmatizzato, va prontamente allontanato.

Non è quindi tanto sbagliato ritenere che il giudizio equivalga ad un rifiuto. Anzi spesso è un rifiuto accompagnato da una posizione di superiorità.

Nello stesso tempo abbiamo bisogno di fare riferimento alla nostra capacità di discriminazione perché è vero che non tutto va bene per noi ed è vero che questo potrebbe essere un necessario atto di tutela di se stessi e degli altri. Come muoversi in questa apparente contraddizione?

Il giudizio esterno e il giudizio interno

Unire anziché dividere, la sospensione del giudizioCosa succede quando giudichiamo? All’inizio attiviamo una modalità di biasimo (non mi merito questo oppure questo non è giusto); poi iniziamo a dividere lo spazio tra noi e l’altro (guarda cosa sta facendo, io non lo farei mai); successivamente iniziamo a proiettare  sull’altro una delle nostre “storie”, una delle nostre“certezze tossiche”. Spesso questo è il momento in cui iniziamo a ragionare per stereotipi o per generalizzazioni.

Il biasimo ha la funzione di coprire il dolore che abbiamo appena provato. E’ avvenuto qualcosa che ci ha ferito – spaventato o sorpreso – e invece che accogliere la nostra emozione con pazienza, con compassione, con l’attenta esplorazione e cura che merita, spostiamo l’attenzione verso la difesa. Spesso ci diciamo che non meritiamo quello che sta succedendo e smettiamo di ascoltare quello che avviene nella comunicazione. In questa fase del processo di giudizio perdiamo il contatto con i sentimenti di tenerezza e affetto nei confronti di noi stessi e nei confronti degli altri.

Qui si attiva anche il terribile giudizio interno, che alimenta i nostri aspetti persecutori. Giudicando gli altri, apriamo la possibilità all’esistenza del giudizio e prima o poi questa azione, esplicitamente o implicitamente, ricadrà su di noi spingendoci ad un perfezionismo inconsulto fatto di severi standard di prestazione o ad una dissociazione verso le parti sbagliate di noi, le zone “non me”.

Il giudizio frequentemente attiva una comunicazione triangolare: abbiamo bisogno di dire a qualcuno quello che pensiamo perché la pressione interna che esercita può essere troppo forte. Nascono così molti movimenti di pensiero, molte associazioni”contro”. E’ difficile portare il peso del giudizio e per questo abbiamo bisogno di trovare, prima possibile, dei sostenitori.

Io non sono così

Iniziamo a costruire una barriera tra noi e l’altro che inizia a ledere il senso di connessione relazionale. Ci sembra che ci sia un abisso non colmabile. E’ una sensazione percettiva, a volte dura poco, a volte è più persistente. Una reazione suscitata dall’emozione che il comportamento dell’altro ha prodotto. Accade tantissime volte di dire o pensare “Io non lo farei mai”. Molti degli errori più tragici sono atti impulsivi che anche la stessa persona che l’ha compiuti – potesse tornare indietro – non rifarebbe mai. Il vero tema spesso, dietro al giudizio, è infatti quello relativo alla forza dell’impulso, al perdere il controllo della nostra risposta.

Molti degli errori più tragici sono atti impulsivi che anche la stessa persona che l’ha compiuti – potesse tornare indietro – non rifarebbe mai

Può esserci d’aiuto ricordare situazioni in cui anche noi ci siamo comportati così: situazioni in cui abbiamo agito impulsivamente, non tanto situazioni in cui abbiamo fatto la stessa cosa. Gli errori infatti, non sono un patrimonio esclusivo dei nostri “nemici” ma un evento comune delle nostre giornate: raramente esprimono un tratto stabile di personalità. Molto spesso sono reazioni d’impulso, automatiche.

Il giudizio, questa forma di comunicazione senza cuore – la perdita di sentimenti teneri nei confronti di noi stessi e dell’altro – ci porta direttamente alla nostra personale esperienza di rifiuto. Diventa essenziale quindi tornare al presente e iniziare a fare la prima delle operazioni fondamentali rispetto al giudizio: la sospensione.

Conoscere, conoscersi

Il giudizio, così come la reazione, sono due atti veloci, superficiali, che esprimono ciò che vediamo al primo sguardo, senza approfondire. Abbiamo bisogno di qualcosa di “già pronto” nella nostra vita e così usiamo molte modalità automatiche di risposta tra cui il giudizio. Quando parlavo del mio inizio mindfulness in fondo parlavo proprio di questo. Avevo molti giudizi su di me, spesso giudizi costruiti in base alle categorie diagnostiche della mia professione. Altrettanto spesso però questi giudizi erano superficiali, malgrado si rifacessero ai criteri psicodinamici; valutavo il comportamento senza esplorare davvero cosa stava dietro. L’idea stessa che ci fosse qualcosa di più profondo da esplorare mi era estranea. Avevo fretta di arrivare a delle conclusioni che aggiornavo raramente.

E’ stato fermarmi che mi ha permesso di cogliere quanto i miei giudizi su di me fossero superficiali e quanto avessi bisogno, per comprendere davvero la situazione, di praticare la sospensione del giudizio. Avevo bisogno di esplorare, come uno scienziato, ogni cosa, senza dare per scontato che il significato fosse quello che io gli avevo già attribuito.

“Mindfulness è consapevolezza del momento presente, momento per momento, senza giudicare e senza presumere di sapere. Jon Kabat Zinn

Avevo molta presunzione di sapere ma la realtà – e l’incomprensibilità di quello che stava accadendo nella mia vita – mi diceva che c’era molto di cui non ero a conoscenza. Diventava essenziale sospendere il giudizio fino a che non fossero emersi nuovi elementi. Elementi che dovevo cercare dentro di me.

La difficoltà della ricerca, la difficoltà della sospensione dal giudizio

E’ molto frequente che l’inizio della pratica mindfulness coincida con una situazione imprevista che entra nello scenario di una vita ben costruita. Può essere una malattia, un lutto, una difficoltà relazionale. Quella frattura – con il dolore che comporta – apre un varco nelle nostre certezze. Ci ritroviamo a terra e abbiamo la possibilità di intravedere cosa sta dietro l’insieme di difese che abbiamo ben costruito. Jon Kabat Zinn parla spesso del “vedere la catastrofe della propria esistenza” (Full catastrophe living). Ecco all’inizio per me è stato così. Con la difficoltà aggiuntiva di capire che era necessario che sospendessi il giudizio. Perché giudicare mette la parola “fine” alla ricerca. Troviamo il colpevole, come in un giallo, magari gli diamo anche la punizione ma il problema rimane. E io volevo comprendere il problema.

La prima scoperta è stata che i miei giudizi oscuravano parecchio la visuale delle cose. Erano una selva che dovevo attraversare. Ogni tanto – qua e là – intravedevo cosa stava sotto. Era sparita la meravigliosa intuizione – veloce e immediata – dell’inizio. Adesso stavo lì, nella pratica seduta, attraversando secoli di noia, e solo raramente, qualche spiraglio di luce. Quello che mi faceva andare avanti era che giorno dopo giorno, come un regalo fuori programma, anche se non trovavo nulla di interessante, ero più calma. Ottenevo così, senza ricorrere al controllo, una maggiore libertà dalla forza degli impulsi e dalla reattività. Due aspetti che spesso sono dietro a molti nostri errori. Scoprivo la differenza tra rispondere e reagire e questo mi dava la motivazione ad andare avanti.

“La sola cosa che non puoi portarmi via è il modo in cui scelgo di rispondere a ciò che mi fai.” Viktor Frankl psichiatra ebreo che è stato internato in un campo di concentramento.

Stavo andando sotto il velo della ”apparenza”, scoprendo che la mia mente – che ritenevo un mio punto di forza – era piena di pensieri inutili, di storie che complicavano la realtà. Nutrire un atteggiamento scientifico verso la pratica e verso se stessi è il secondo passo della sospensione del giudizio.

Non dare nulla per scontato

Liya MirzaevaIl giudizio dà molto per scontato: la pratica nulla. Persino la pratica stessa può essere investigata. Come può avvenire questa scientificità – parola che può suonare piuttosto strana – nella ricerca su se stessi? Tornando alla percezione nuda e cruda. E’ dalla percezione che partiamo – quando siamo bambini – e alla realtà percettiva pre-verbale torniamo. In modo da ripartire dalla base, dal luogo che spesso saltiamo quando arriviamo ad un giudizio, ad una conclusione. Così la pratica era – ed è – un modo per affinare la mia percezione corporea – in movimento e da ferma – e la percezione di tutti i sensi. La percezione della connessione tra la sensazione corporea e il processo emotivo e di pensiero. Tornavo così a scoprire una cosa che il mio amato Lowen aveva sempre detto. “I pensieri nascono dalle sensazioni fisiche”. Se non sentiamo il corpo non significa che funzioniamo diversamente. Significa che nascono lo stesso dalle sensazioni fisiche ma ci accorgiamo solo dei pensieri perdendo così moltissime informazioni. Tornando alla percezione fondamentale del corpo, potevo scoprire quanti dei miei pensieri erano reazioni emotive a quello che succedeva. E come tutte le reazioni emotive avevano la loro ragion d’essere ma erano tutt’altro che una verità assoluta sull’argomento: soprattutto non erano una verità su cui basare un giudizio.

Questo atteggiamento scientifico, disponibile a non dare nulla per scontato, ha fatto sì che Kabat Zinn abbia strutturato un protocollo per poter testare la sua effettiva efficacia. Non ha dato per scontato che, siccome faceva bene a lui, avrebbe fatto bene a tutti. E ha basato le sue affermazioni sull’efficacia del protocollo mindfulness su una mole impressionante di evidenze scientifiche. Dando l’idea che si possa arrivare a fare un’affermazione – non ad esprimere un giudizio di merito – partendo proprio da quella ricerca – semplice ma non facile – che anche noi possiamo fare su noi stessi.

La sfida per ognuno di noi sta nello scoprire chi siamo e nel vivere la vita a nostro modo seguendo quel richiamo. Possiamo realizzare questo progetto facendo molta attenzione a tutti gli aspetti della vita, così come si dispiegano nel momento presente. E ovviamente nessuno può fare questo per noi così come nessuno può vivere al posto nostro la nostra vita: nessuno, ovviamente, eccetto noi stessi. Jon Kabat Zinn

Un atto democratico: spostare l’attenzione su di noi

Quando giudichiamo, la nostra attenzione è spostata sull’esterno e, come dicevo poco sopra, ci mettiamo in una posizione di superiorità. Spostare l’attenzione su di noi non significa fare un atto di autocompiacimento narcisistico: significa riconoscere il nostro contributo alla creazione del problema. Significa affermare sovranità sull’unico territorio che ci appartiene: noi stessi. Anziché emanare leggi sui regni confinanti. Spostare l’attenzione su di noi è l’altro elemento necessario nella sospensione del giudizio. E’ quel “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” che ben conosciamo ma che lasciamo scorrere come se fosse acqua. Permettiamo a questa acqua di muovere la ruota del nostro mulino: permettiamogli di attivare un processo riflessivo, che è anche un processo democratico. Non ci separiamo dall’altro – o dalla parte di noi che ha sbagliato – ma proseguiamo l’esplorazione dicendo “Just like me”. “Just like me” è dire anch’io faccio errori, anch’io sono impulsivo, anch’io faccio cose che poi non vorrei aver fatto. Anche se quello specifico errore non l’ho mai compiuto conosco il processo dello sbagliare in ogni curva, in ogni sfumatura.

“C’è un tipo di pace che non è solo l’assenza di conflitto. E’ più vasta di questo…La pace a cui sto pensando è la pace che nasce quando una mente aperta incontra un’altra mente ugualmente aperta”. Toni Morrison

Spostare l’attenzione su di me rendeva il conflitto con l’adolescenza di mio figlio qualcosa di profondamente diverso.  Ampliare lo spazio di ricerca delle soluzioni attraverso la pratica di mindfulness mi permetteva, giorno dopo giorno, di ridefinire diversamente il panorama interno ed esterno. Alcune delle cose che ritenevo richiedessero soluzione, in realtà avevano bisogno solo di essere accolte. E forse il panorama non aveva bisogno di essere definito ma solo di essere esplorato nei suoi dettagli.

La memoria e la distrazione

Ho avuto in dono per molti anni una memoria formidabile. Quasi fastidiosa. Ricordavo tutto, anche particolari assolutamente insignificanti. A volte ero disturbata dal mio ricordare. Le persone mi guardavano come se fossi un’aliena: loro non ricordavano e facilmente pensavano che raccontassi delle bugie. Invece ero solo sovraffollata da tanti ricordi. Non tutti belli. Ricordi che alimentavano grandi processi di pensiero. Grandi non perché geniali ma perché lunghissimi.

Amo molto quella che Kabat Zinn chiama “la disciplina della memoria”. Non ha il significato di ricordare come memoria biografica. Ha piuttosto il significato del tornare continuamente presenti al nostro oggetto d’attenzione, del non farsi distrarre dalle catene associative di pensiero, per ricordarsi la consapevolezza e la presenza.

Io avevo tanta memoria ma non tanta “disciplina della memoria”. Eppure accorgermene non era un errore da punire. Come dice Jon “quando ci accorgiamo di essere distratti congratuliamoci con noi stessi perché questo è il momento in cui siamo tornati presenti”. Questo è l’altro aspetto del non giudizio: non c’è nulla di sbagliato, ci sono solo esperienze dalle quali possiamo imparare. Moltissimo. In fondo giudicare è smettere di imparare. Abbiamo dato un’etichetta. Sospendere il giudizio è rendere il processo di apprendimento un atto continuo. E l’errore un momento di apprendimento. Sospendere il giudizio è un’esercizio di intelligenza e di gentilezza. L’intelligenza la esercitiamo esplorando e la gentilezza avendo la pazienza di continuare ad esplorare senza arrivare a conclusioni frettolose.

Se hai intenzione di criticarti ogni volta che la tua mente si discosta dal presente, bene, allora è probabile che passerai molto tempo a criticarti.   Jon Kabat Zinn

Perdere la memoria

Poi è arrivato un  giorno in cui ho perso la memoria. In senso letterale: quella a breve termine e quella a lungo termine. Tutta la mia memoria svanita dietro un ematoma subdurale spontaneo di origine misteriosa. Un ematoma esteso che ha richiesto due craniotomie. Non avevo molto da fare se non praticare e scrivere. Scrivevo tutto quello che facevo, per ricordarmi di averlo fatto. Praticavo più possibile. Anche tutto il giorno. Body Scan, consapevolezza del respiro. E ripetevo sempre le stesse cose perché mi dimenticavo di averle dette. Avevo solo la pratica di mindfulness perché dovevo stare sdraiata, con la testa abbandonata sul cuscino. Una canzone di sottofondo che ho ascoltato mille volte, mi curava come una medicina: “C’è tempo” cantata da Ivano Fossati.

Potrebbe sembrare l’introduzione di una tragedia: non lo è. Per qualche strana alchimia della sorte quello è stato uno dei momenti più felici della mia vita. Non so ancora spiegarmi perché. Risolto il problema del mal di testa compressivo, trovarmi senza impegni e senza responsabilità, curata e tangibilmente amata, con tantissimo tempo libero, mi metteva in uno stato di serena felicità. Una felicità che assomigliava a quella provata da bambina.

una lumaca contentaMi sono chiesta tante volte se era legata alla perdita della memoria biografica e, soprattutto alla perdita della memoria del futuro. Non riuscivo più a programmare nulla. L’idea del futuro mi era estranea. Sapevo che poteva esistere ma non riuscivo a fare nessun tipo di progetto. E’ una cosa che è durata per almeno tre anni. Vivevo il presente, al massimo potevo avere un programma mensile in mente. Nulla di più. Qualcosa di me si rifiutava di andare oltre. Non ho giudicato questo rifiuto: l’ho accolto ed esplorato con interesse e curiosità. Credo che sia una delle cose che mi ha salvato la vita.

Forse quella felicità era la totale sospensione dal giudizio: ero solo nell’esperienza del presente e giudicare era l’ultima delle mie necessità. Avevo bisogno della consapevolezza per recuperare la memoria e la presenza. Pratica formale e moltissima pratica informale. Sostanziale nella convalescenza. Giudicare in qualsiasi modo cause, malattia, evoluzione e prognosi era escluso. Giudicare chi mi curava, altrettanto alieno. Bene o male che facessero. Volevo stare di fronte a quell’evento nuda e cruda e vedere cosa ne veniva fuori. Forse tanto coraggio nasce quando non si ha alternative. Forse – a volte – mettere la testa a posto può davvero fare bene. Non volevo giudicare la mia vulnerabilità come un pericolo. Volevo leggerla come una opportunità.

Certamente non tutto è andato perfettamente, forse avrei potuto provare ad arrabbiarmi con qualcuno ma non ci riuscivo. Ogni cosa mi sembrava meravigliosa e nuova e il tempo scorreva lento, libero da impegni e pressioni.

In quel momento è davvero cambiato qualcosa: ho fatto scelte e preso decisioni che erano da anni in un cassetto. Non sono nate da giudizi ma semplicemente da un bisogno – forte, fortissimo – di darmi voce. E ho provato che stare in quel presente aveva il sapore della felicità. La mia terribile memoria non è più tornata. Ho imparato a ricordare di nuovo. Oggi ho una memoria normale per una persona della mia età. E anch’io dimentico, con un po’ d’imbarazzo, le cose. Mi domando se questa non sia una delle chiavi della felicità.

Insieme ad un ritmo che è tornato più lento. In fondo io sono una lumaca contenta!

© Nicoletta Cinotti 2015

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Genova, 29 Marzo 2017 ore 20, Serata mindfulness: Il protocollo MBSR (Clicca sulle parole in grassetto per andare alla scheda evento). Il protocollo MBSR  (Clicca sulle parole in grassetto per andare alla scheda evento) inizierà a Genova  il 5 Aprile 2017 alle 19,30.

Sede di Genova: Via I. Frugoni 15/2

Sede di Chiavari: Via Martiri della liberazione 67/1

 

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