Pochi giorni fa mi è capitato di imbattermi, casualmente, in una trasmissione televisiva che metteva al centro della discussione l’adolescenza.
La mia esperienza, o forse il mio pregiudizio, mi ha immediatamente indotto a pensare che qualche adolescente l’avesse combinata grossa e che subito i media si fossero avventati, come sempre accade in questi casi, sull’episodio, al fine di analizzarne i contenuti più torbidi, gli aspetti più macabri, inneggiando al disagio e all’”emergenza adolescenti” come fenomeno ormai incontrollabile e irreversibile.
Con mio grande stupore ho invece assistito a una serie di considerazioni vivaci e interessanti e tra queste una particolarmente vera: “perché a tanti adulti interessa così poco avere a che fare con gli adolescenti?”, chiedeva il conduttore della trasmissione, “perché gli adolescenti sono antipatici”, rispondeva, in modo acuto, un ospite, “la loro è una scomoda “antipatia”, a loro non importa solo ciò che fai, importa soprattutto ciò che sei”.
Una considerazione semplice, diretta e illuminata, che ciascuno di noi nella relazione con i ragazzi adolescenti, in particolare con quelli delle ultime generazioni, credo abbia ripetutamente sperimentato.
E’ vero, oggi, il recupero della relazione, o meglio di una relazione significativa, con gli adolescenti non passa più attraverso la semplice esplicitazione del ruolo per quanto roboante o significativo tale ruolo possa essere.
Occorre qualcosa in più.
Un tempo bastava forse dire: “sono il preside” o “sono il tuo educatore”, “siamo i tuoi genitori” o ”sono il tuo psicoterapeuta” per emanare quell’aura di rispetto che garantiva un margine di autorità e autorevolezza e permetteva, perlomeno, la creazione di un “habitat relazionale” in cui le parti in gioco si potevano garantire reciprocamente ascolto. Quanto efficace è un altro problema.
Dubito fortemente che oggi le cose stiano ancora così.
Dobbiamo pertanto rassegnarci, come adulti, al ruolo di tristi e “ingrigite” figure periferiche che agitano le armi della propria presunta (e perduta) autorevolezza come tanti grotteschi don Chisciotte di fronte ai mulini a vento?
No. Possiamo recuperare il nostro ruolo con nuovi strumenti e soprattutto avendo chiara la direzione verso la quale procedere.
I ragazzi e le ragazze adolescenti del nuovo millennio hanno bisogno di noi.
Il seminario “Comunicare con la fragilità adolescenziale”, che ho tenuto presso il Centro Studi, ha preso avvio proprio dalla ricerca di questa direzione, di una linea di orizzonte verso la quale dirigere il nostro impegno alla relazione con gli adolescenti, verso un nuovo e originale modo di essere “presenza” per i ragazzi e le ragazze che tante volte si mostrano così spavaldi da sembrare di poter fare a meno di noi.
Siamo andati anche alla ricerca del profilo che sembra caratterizzarli, delle strade che inconsapevolmente ci indicano per mantenere un contatto con il loro universo interiore e degli strumenti comunicativi possibili e, credo efficaci, per praticare l’impegnativo compito di essere adulti presenti e significativi.
Abbiamo discusso, ci siamo confrontati, abbiamo sperimentato.
Per me l’esperienza del seminario è stata molto gratificante. Grazie a chi vi ha partecipato con impegno e coinvolgimento.
L’incontro “4 passi nel verde: volere bene agli adolescenti” e il seminario “Comunicare con la fragilità adolescenziale” segnano l’avvio di una mia collaborazione con il Centro Studi.
Sto lavorando a nuove iniziative e progetti, quindi ….. a presto.

a cura del dott. Fulvio Di Sigismondo

 

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