Pochi giorni fa ho raccontato qualcosa sulle parole che ci insegnano all’università ma in realtà, siccome la consapevolezza procede a cerchi, improvvisamente si è aperto un altro spiraglio. Mi sono accorta di non saper dialogare.

So parlare – forse anche scrivere – ma tra le dure regole che ci insegnano per diventare maestri jedi (ovvero psicoterapeuti) ce n’è una che è la più assurda di tutte: non devi parlare. Devi solo ascoltare.Che nelle forme più estreme diventava “non devi esistere”. Ciò che sei, ciò che ti muove, ti spinge non deve occupare spazio. Lo spazio è solo per l’altro.

In realtà questa regola non è più molto usata tra le nuove generazioni di colleghi. Ma per me, quando ho iniziato a lavorare, era una delle regole cardine. E più riuscivi a tacere, aspettare, contenere, più la tua capacità professionale cresceva. Piano piano, tra le stanze del mio studio l’ho abbandonata. Parlo, dico qualcosa e sto in dialogo ma è rimasta dentro di me la sensazione che ci sia, in quel dialogo, un rischio. Il rischio di interferire, di esporre troppo o male.

Forse dovrei essere grata a quella dura regola iniziale perché mi ha permesso di sentire il peso specifico di ogni parola. Perché le parole hanno un peso specifico. Nello stesso tempo però provo nostalgia. Nostalgia per le parole che non ho detto. Per tutte quelle che sono rimaste come semi dentro di me e che forse oggi vanno a finire nei post.

Provo soprattutto nostalgia perché non viene insegnata l’arte del dialogo. Che non è parlare o ascoltare. È qualcosa di più. L’arte del dialogo è condividere intimità.

Non basta parlare o ascoltare. Senza dialogo, senza il rischio squisito di perdersi, che ogni dialogo ci offre, non c’è vera relazione. Adesso mi sento una principiante del dialogo. Con ancora tante aree in cui, dietro al silenzio, cerco punti di contatto. Perché il dialogo, per essere autentico si nutre di fiducia in ciò che emerge. Ora. Il dialogo è figlio dell’imprevedibilità.

È impossibile prevedere ciò che una persona dirà, ciò che accadrà domani. E allora state in attesa, rilassandovi nell’aspettativa. Dimorate nel momento con leggerezza, con pazienza. Se la mente vuole correre in avanti, capite come stanno le cose, ricordatevi della loro imprevedibilità. Lasciate cadere i programmi. Cavalcate il momento. Fate sì che la saggezza coincida con il non sapere. Questo ci lascia aperti a qualsiasi cosa, senza timore del cambiamento. Confida nell’emergere. Gregory Kramer

Pratica di  Mindfulness: Centering meditation

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale

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