Questi brani sono tratti da Riprendere i sensi di Jon Kabat-Zinn, uno dei suoi libri più belli. Sono accompagnati da alcune poesie per prepararci a La parola meditata, l’evento di meditazione e poesia che terrò al Festival Internazionale della poesia di Genova, il 12 Giugno

Un rabbino, durante una delle funzioni del Kippur, fu assalito da una sensazione di unità e legame con l’universo e con Dio; innalzato di colpo in uno stato di estasi, esclamò: «O Signore, io sono il Tuo servitore. Tu sei tutto, io non sono nulla». Il cantore, profondamente commosso, esclamò a sua volta: «O Signore, io non sono nulla!». Allora si udì il custode della sinagoga, a sua volta profondamente commosso, esclamare: «O Signore, io non sono nulla!»; al che il rabbino si china verso il cantore e sussurra: «Ah, guarda chi è che si crede di essere nulla!». Va avanti così, nel nostro perpetuo tentativo di definirci come qualcuno o come nessuno […]. Chi crediamo di essere? […] E che cosa crediamo di essere? Sono domande da cui rifuggiamo. […] Preferiamo invece fabbricarci una storia che metta più in luce alcuni aspetti dell’«io» in quanto entità di durata permanente […], e poi preferiamo attaccarci a quella storia e soffrirne […] invece di osservare a fondo la natura misteriosa del nostro essere al di là dei nomi, apparenze, ruoli, risultati, al di là delle nostre solite costruzioni mentali. L’abitudine a fabbricarci storie su noi stessi […] ci rende molto difficile raggiungere la pace della mente […]. Se pensiamo di essere qualcuno, […] ci sbagliamo. E se pensiamo di non essere nessuno, ci sbagliamo ancora. Soen Sa Nim avrebbe detto: «Se dici di essere qualcuno ti attacchi a nome e forma, dunque ti darò trenta bastonate. Se dici di non essere nessuno ti attacchi alla vacuità, dunque ti darò trenta bastonate. Che cosa potete fare?». Forse qui il problema è il fatto stesso di pensare.

La nostra è una civiltà di sostantivi: volgiamo le cose in cose […]. È qui che sviluppiamo un involontario attaccamento per «nome e forma». […] Buddha ha detto una volta che il messaggio centrale di tutti i suoi insegnamenti […] può essere riassunto in un’unica frase. […] La frase è questa: Non attaccarsi a nulla considerandolo «io», «me» o «mio». In altre parole: non attaccamento, specie a un’idea prefissata su se stessi e su ciò che si è.

[…] La questione dell’identificazione, dell’autoidentificazione e della nostra abitudine a reificare, ossia rendere concreto, il pronome personale facendone un «sé» assoluto e indiscusso, e poi di vivere all’interno di quella che chiamiamo «la mia storia» […] nel buddhismo questa reificazione è considerata la radice di ogni sofferenza e di ogni emozione afflittiva, un’identificazione erronea della totalità del proprio essere con la biografia limitata che attribuiamo al pronome personale.
[…] La vacuità è intimamente correlata alla pienezza. Vacuità non significa un vuoto privo di significato, un’occasione di nichilismo, passività e disperazione o l’abbandono dei valori umani: al contrario, vacuità è pienezza, significa pienezza, permette la pienezza, è l’invisibile, intoccabile «spazio» all’interno del quale determinati eventi possono emergere e dispiegarsi. Senza vacuità non c’è pienezza. […] La vacuità mira all’interconnessione di tutte le cose, di tutti i processi e fenomeni. La vacuità ci permette una vera etica basata sulla reverenza per la vita e sul riconoscimento dell’interconnessione di tutte le cose; un’etica che riconosce come folle il tentativo di forzare le cose a rientrare nei propri modelli stretti e miopi per il proprio tornaconto” (pp. 153-164).

Io sono nessuno Io sono nessuno! Tu chi sei? Sei nessuno anche tu? Allora siamo in due! Non dirlo! Potrebbero spargere la voce! Che grande peso essere qualcuno! Così volgare – come una rana, che gracida il tuo nome – tutto giugno ad un pantano in estasi di lei! Emily Dickinson

“Ogni realizzazione è possibile una volta che riconosciamo il fatto che non c’è alcuna realizzazione né nulla da realizzare, che lo ricordiamo e lo incorporiamo nel nostro modo di vivere il momento presente e la vita intera. È il dono della vacuità, questo, la pratica del non dualismo […]. E la mente non è più prigioniera di niente, non è più centrata su se stessa. È libera.
[…]
fare meno fatica a vivereQuando nella mente vi nasce il pensiero e la domanda «Sto facendo giusto?» e genera dubbio e confusione c’è un’altra risposta da dare, una risposta che proviene dalla natura non strumentale della pratica meditativa, dal fatto che la meditazione non consiste nell’andare da qualche altra parte ma semplicemente nell’essere dove vi trovate già e saperlo. Da questo punto di vista, se rimanete nella consapevolezza state andando bene qualunque cosa proviate, che sia piacevole spiacevole o neutra. Se vi annoiate e ne siete consapevoli state andando bene. Se siete spaventati e lo riconoscete, state andando bene. Se siete confusi e lo sapete, state andando bene.
Se siete depressi e lo sapete, state andando bene. Se di colpo prendete consapevolezza che la vostra fabbrica dei pensieri non chiude mai per ferie e invece di lasciarvi trascinare nell’agitazione riuscite a «essere la conoscenza stessa», allora state andando bene. E se di fatto siete travolti dall’agitazione e dalla proliferazione dei pensieri e dalla loro fabbricazione e dal fragore di cascata della mente pensante e ne siete consapevoli, e riuscite a «essere quella conoscenza» in quel momento, allora state andando bene.
Di fatto non c’è niente che possiate fare o che vi possa capitare che non possa far parte della pratica a buon diritto, se ne siete consapevoli e riuscite ad abbandonarvi alla fiducia e a dimorare nella consapevolezza invece di restare perennemente intrappolati nella turbolenza, nell’agitazione, nell’attaccamento, nel desiderio, nel rifiuto di tutto ciò che si presenta.
[…]
La consapevolezza di ognuno è uno spazio davvero ampio nel quale risiedere; non c’è momento in cui non sia un’alleata, un’amica, un santuario, un rifugio. E non è mai assente, solo che a volta è velata. […] Se fai appello alla consapevolezza quando sei immerso nei dubbi, nell’infelicità, nella confusione, nell’ansia, nel dolore, questi stati mentali non sono più «tuoi»: sono solo condizioni meteorologiche del tuo corpo e della tua mente. Quella dimensione di «te» che sa già che dubiti, che sei infelice, che sei confuso, ansioso, risentito, che soffri, non è nessuna di queste cose e sta già bene, è già nella pienezza dell’essere. Non sarà mai altro da ciò che è, dalla persona che sei in realtà, a livello più essenziale. E così, se ricordi la consapevolezza non giudicante nel momento presente come una possibilità e stai imparando a fidartene e vai a trovarla di tanto in tanto, a maggior ragione se vi prendi residenza per tempi più lunghi, allora non solo «stai facendo bene», ma in realtà non c’è nessun «fare» e non c’è mai stato, né c’è qualcuno che lo faccia. Non si tratta, non si è mai trattato di «fare»; si tratta di essere: essere il sapere, compreso il sapere di non sapere. Che differenza c’è? Fermiamoci un attimo a meditare su questo fatto” (p. 165, pp. 282-284).
Prologo al presente Apri gli occhi. Svegliati: il Paradiso sta qui nella luce effimera. È (altro non c’è) questa terra: …punto d’incontri, culla d’assenze. Il Paradiso sta qui. Apri gli occhi che aprano le sue porte. Svegliati. Sta qui. Non è la felicità. È la presenza. Edoardo Mitre

“Forse avete notato che il senso del sé ci dice tutto il tempo che non siamo completi: ci comunica che dobbiamo arrivare da qualche altra parte, raggiungere ciò che occorre, realizzare, acquisire completezza e felicità, contare qualcosa o molto, cavarcela bene, tutte cose in parte vere, relativamente vere, e in quanto tali intuizioni da onorare. Ma dimentica di ricordarci, a un livello più profondo, al di là delle apparenze e del tempo, che tutto ciò che va raggiunto o realizzato è già qui, ora, che non esiste un «miglioramento» del sé ma solo un conoscerne la natura insieme vuota e piena e perciò stesso profondamente utile.
[…]
«Stress significa che abbiamo commesso adulterio rispetto al nostro matrimonio con il tempo. Se vogliamo comprendere i particolari della nostra realtà dobbiamo capire in che modo trattiamo la nostra relazione quotidiana con le ore che passano. Nelle ore sta il passaggio segreto verso la giornata lavorativa, e in ogni giornata di lavoro il carattere che assume il nostro matrimonio con le ore (e di conseguenza il nostro viaggio attraverso la giornata) è essenziale per la felicità alla quale aspiriamo» (David Whyte, Crossing the Unknown Sea).

la fiducia del non agireUna delle sfide del vivere in presenza mentale è riuscire a stare in contatto con i ritmi naturali della nostra vita a mano a mano che si svolge […]. Si tratta di tenere bene a mente che cosa conta di più e riconoscere di essere «drogati d’azione» […].
Passiamo tutto il giorno da una cosa all’altra, specie quando non lavoriamo: può essere leggere il giornale, prendere in mano una rivista, fare zapping in televisione, metter su il video di un film, telefonare a qualcuno, andare ad aprire il frigo, accendere la radio appena saliti in macchina, fare compere, pulire compulsivamente la casa, leggere a letto, dire cose inconsapevoli di nessuna rilevanza rispetto al momento ma che semplicemente rispecchiano i pensieri quasi casuali che continuano a infestarci come parassiti. Questi e altri modi del tutto «normali» di passare il tempo (e anche alcuni di quelli necessari a portare avanti la vita e a prenderci cura di quel che va fatto) possono servire anche a tenerci continuamente lontani da uno stato di piena veglia e presenza.
Se cominciamo a prestare attenzione a questi impulsi appena nascono scopriremo forse di essere sostanzialmente dipendenti da queste continue autodistrazioni, tanto abituale ci è questo fluttuare nell’aria da un momento al successivo riempiendoli di attività e di oggetti senza mai atterrarci sopra per davvero. […] Poi arriva uno di quei momenti in cui, per qualche istante, ci appare tutto più chiaro e più a fuoco, e ci chiediamo a che punto siamo, nella nostra vita, tanto ci sentiamo lontani […] dalla sensazione reale di essere «a casa» in noi stessi e profondamente connessi con gli altri. […]
Che effetto farebbe prendere dimora nel proprio corpo, nella sensazione di essere vivi e basta, anche se per pochi attimi, diciamo per cinque minuti alla fine della giornata, sdraiati a letto o seduti da qualche parte, la sera o all’inizio della giornata, persino prima di mettere già i piedi dal letto? Che effetto farebbe? Potete scoprirlo, naturalmente, se solo incontrate voi stessi evitando deliberatamente di riempire il momento presente di qualcosa […] E anche se non siete agitati potete sempre ricordare, quando fate la doccia, di controllare se davvero vi trovate nella doccia o se la vostra mente sia da qualche altra parte a riempirsi fino all’orlo dimenticandosi di fare una capatina nel «qui e ora»: nell’acqua che vi scorre sulla pelle” (p. 317, pp. 407-408, pp. 415-417).

“Sdraiati a guardare le nuvole, immersi nei canti degli uccelli o nella brezza del deserto, sentendo l’aria intorno al corpo, il calore che rimandano le pareti della gola o il gioco della luce sulle rocce, o sentendo i muscoli posteriori del collo irrigidirsi mentre cercate di parcheggiare in centro durante una bufera di neve e siete già in ritardo all’appuntamento – qualunque cosa vi si offra nel luogo in cui vi trovate, che sia natura, metropoli o periferia: perché rifiutarla e cercare altrove l’eccitazione e l’intrattenimento e la distrazione, quando la vita si dispiega sempre qui e ora e non esiste luogo né tempo migliore? Che senso ha «distrarsi» quando farlo ci sposta altrove rispetto alla nostra stessa vita, come il torrente o il fiume che viene deviato, e riempie i nostri momenti già perfetti (per quanto difficili) e le nostre splendide menti di cose di cui non abbiamo nessun bisogno? Riusciresti a essere proprio lì dove ti trovi, dovunqe tu sia? Con tutto quel che accade? Adesso? Se la risposta è sì, forse scopri che ti stai già divertendo molto, più di quanto non sapessi. Forse, in fin dei conti, te ne stai solo bello spaparanzato «a casa»… dentro te stesso, a prescindere dalle circostanze, dovunque ti trovi” (p. 418).

©Jon Kabat Zinn “Riprendere i sensi”

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