Quando pratichiamo rispondiamo a delle domande, domande così semplici che sembra strano che vengano sempre dimenticate.

La prima domanda è, “Cosa provo?” e non “Cosa penso?“. Perchè se chiedo a qualcuno cosa pensa mi sa sempre rispondere, anche se, per privacy, magari non dice proprio tutto quello che pensa, ha un’idea abbastanza chiara dei pensieri che gli frullano in testa. A volte sono pensieri che ci fanno ammalare tanto sono forti e chiari e quindi li conosciamo bene. Però, se chiedo come ti senti nel corpo oppure, peggio ancora, quali sono le tue emozioni in questo momento, la faccenda si fa molto confusa e quasi complicata. Se poi domando quali emozioni sono nascoste nei tuoi pensieri posso guadagnarmi un’espressione perplessa e piena di stupore. Non siamo abituati a guardare nel dettaglio e, soprattutto, non siamo abituati a distinguere tra quello che sentiamo e quello che pensiamo. Siamo convinti che quello che pensiamo descriva, senza bisogno di ulteriore precisione, quello che sentiamo. Quando ci accorgiamo che non è così si apre l’abisso.

Un altro abisso, di ben altra natura, si apre quando ci domandiamo, “Di cosa ho bisogno?”, “Di cosa ho davvero bisogno?”, perchè lì, convinti che rispondere al bisogno significhi darsi delle gratificazioni piacevoli, facciamo davvero fatica ad andare in profondità. Per sapere di che cosa abbiamo bisogno è necessario aver ascoltato che cosa dice il nostro dolore e noi su questo abbiamo poche idee chiare ma quelle poche sono quasi inamovibili: il dolore non va sentito. Va anestetizzato, eliminato, rimosso, negato ma sentirlo no, proprio no perché è come la mela nel Paradiso terrestre: un frutto proibito.

Il bello è che siamo convinti, invece, di passare da un dolore all’altro, tutto il giorno, tutti i giorni, ma se chiedo che differenza c’è tra il dolore che provi e il rifiuto verso il fatto di provarlo poche persone hanno le idee altrettanto precise. Così, alla fine, con tre domande ho detto tutto quello che c’era da dire:”Che provo, Di cosa ho bisogno, quanta avversione provo per quello che succede?”. A questo punto arriva il domandone finale: quanto tempo mi richiede tutto questo? nessun tempo perché la pratica il tempo lo restituisce, dilatato.

Perché ad ammalarsi non è solo la nostra anima ma anche le nostre idee, che quando sono sbagliate intralciano e complicano la nostra vita rendendola infelice. Paul Watzlawick

Pratica di mindfulness: Percorsi verso la mindfulness: l’equanimità

© Nicoletta Cinotti  Il protocollo MBCT

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