Durante i protocolli, e non solo, accade abbastanza spesso che le persone ad un certo punto mi rivelino, con un po’ di imbarazzo, che non riescono ad essere fedeli alla pratica. Oppure che mi confessino che fanno cose che sanno benissimo che sono dannose per la loro salute o per la loro vita. Ovviamente tutto questo è confidato con un tono di rimprovero e di auto-svalutazione. A volte questa diventa la ragione per cui alcune persone arrivano alla conclusione di non essere adatte alla pratica di Mindfulness. Raramente però mi parlano della vera ragione per cui evitano la pratica o evitano cose che le fanno stare bene. Perché non siamo abituati a dare nome all’ansia. Siamo più abituati ad identificarci con i comportamenti di evitamento che stanno dietro all’ansia. Ad usarli come attacchi contro di noi, a rimproverarci senza compassione né comprensione. Più abituati alla critica che a dire, semplicemente, la verità. E la verità è sempre semplice, soprattutto quando è nuda e cruda: abbiamo paura.

Paura di cambiare, paura di uscire dalla nostra comfort zone, paura di guardare dentro, una paura simile alla paura del buio che avevamo da bambini.

Tranquilli, non stiamo evitando di praticare perché siamo cattivi soggetti, resistenti a qualsiasi forma di cura. Evitiamo di praticare perché abbiamo paura e più siamo a disagio, più abbiamo paura di fermarci e guardare cosa succede. Siamo organizzati per sopravvivere prima ancora che per essere felici. Quando c’è un rivolo di paura evitiamo, scappiamo e ci confortiamo con i nostri soliti mezzi impropri. Basta riconoscerlo perché la paura svanisca. Pema Chödrön dice spesso che ci vuole coraggio per sedersi su un cuscino e guardare le cose così come sono. Per questo definisce il sentiero della meditazione il sentiero dei “senza paura”. Che non significa non avere paura. Significa non lasciarsi dominare da questo sentimento. Anche perché più scappiamo e più scapperemo. Più scappiamo e più avremo paura.

Molti anni fa tornavo da scuola a piedi facendo un sentiero nel bosco. Non era un sentiero molto frequentato. Ad un certo punto iniziò a seguirmi un cane. Io mi misi a correre, spaventata. E lui iniziò a corrermi dietro abbaiando. Era un cane piccolo ma anch’io ero piccola. Dopo qualche centinaia di metri di corsa mi resi conto che non riuscivo a tenere la distanza, che era sempre più vicino. E feci la cosa più assurda del mondo. Mi girai e iniziai a corrergli incontro urlando. A dire la verità facevamo entrambi un gran baccano perché lui abbaiava e io urlavo (meno male che eravamo in un bosco). E lì successe una cosa che non dimenticherò mai. Una delle migliori lezioni della mia vita, nata non si sa da quale intuizione. Il cane si spaventò (almeno credo), invertì la corsa e iniziò a scappare tornando indietro. Per un breve tratto fui io ad inseguire il cane. Non ho mai riso così di gusto. Oggi, tutte le volte che ho paura – e non è un sentimento raro – mi ricordo di quel volpino e faccio la stessa cosa. Corro incontro alla mia paura e non ho ancora trovato sistema migliore per ridimensionarla. Metto una mano sul cuore e la guardo. Tanto ho capito che dalla paura non si può scappare. Non è qualcosa che è fuori. è qualcosa che è dentro.

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo.Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra con il dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia.

Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia. Haruki Murakami

Pratica di mindfulness. La meditazione del fiume

© Nicoletta Cinotti 2021 Reparenting ourselves

Photo by 🇸🇮 Janko Ferlič on Unsplash

Mindfulness e psicoterapia: formazione in reparenting

 

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