Prestare attenzione al mondo non è vocazione esclusiva dell’artista ma di chiunque lo consideri un luogo degno di essere preservato. Jeffrey Kastner

Siamo abituati a pensare che la nostra mente sia identificata con il nostro cervello e tendiamo a sottovalutare l’enorme quantità di informazioni che il cervello elabora ma che provengono dal corpo. Come potresti sapere dove sei in questo momento senza le informazioni che provengono dai sensi? E quante volte hai scelto non tanto sulla base di un ragionamento razionale ma sulla base di una “sensazione interiore”? La percezione è un processo fisico che spesso viene dato per scontato ma che raccoglie informazioni essenziali per il significato che diamo all’esperienza. Informazioni che stanno tra quello che percepiamo e quello che scegliamo di non percepire. Perché la nostra percezione è piena di illusioni e di evitamenti che sono regolati da emozioni difensive. Così ascoltare non sempre permette di sentire e non tutti abbiamo la stessa sensibilità percettiva. Per alcune persone la risposta alla domanda, “Come stai?” è piena di sfumature sensoriali, per altre è una valutazione mentale di come stanno andando le cose. Questo succede perché se alla nascita decidiamo tutto in base alla nostra interocezione – l’insieme delle sensazioni che forniscono la consapevolezza dello stato interiore e corrispondono a segnali come la stanchezza, la fame, la soddisfazioni – con il tempo possiamo perdere la capacità di dare valore a quello che il corpo ci comunica. La scoperta spesso più sorprendente del Body scan è proprio questa: non sentire. Lì, immobili, ci rendiamo conto che l’ascolto del corpo è complicato non solo dal torpore e dalla distrazione ma da un significativo silenzio percettivo. Parti intere che sono come continenti sommersi. L’interocezione però non è solo un repertorio delle informazioni sensoriali: raccoglie la nostra storia sensoriale passata, i pensieri, i ricordi consapevoli e mette tutto insieme per rispondere alla domanda più frequente del mondo “Come ti senti?”. Una domanda alla quale per cortesia rispondiamo “bene” ma alla quale molti di noi non sanno davvero cosa rispondere perchè ascoltiamo solo il silenzio di un corpo lungamente tradito o il rumore assordante delle nostre paure ipocondriache che distorcono la percezione del corpo. Ascoltare è prestare attenzione a quello che viene percepito sia a livello sensoriale che psicologico. Non sempre ascoltare vuol dire sentire e non sempre sappiamo cosa sentono i nostri sensi. Molto spesso il livello percettivo rimane sottotraccia e forma la base sulla quale arriviamo a pensare e a sentire emotivamente. Tornare ai sensi ci permette di riprendere la padronanza di un processo di conoscenza che parte dal basso, dalla mente sensoriale, per arrivare alla conoscenza della mente-cuore.  La mente sensoriale ci offre una straordinaria opportunità di includere qualsiasi cosa sentiamo, senza giudicarla, lasciando che siano i sensi e l’attenzione nuda e cruda, a darci la misura dell’esperienza in corso.

La percezione avviene come partecipazione dinamica fra il nostro corpo e il mondo e coinvolge tutti i sensi, anche se, oltre al loro intreccio serrato, c’è un senso dominante.

Immersi nel mondo lo conosciamo attraverso i sensi e veniamo conosciuti sempre attraverso i sensi, in un processo che intreccia il sentire con la ragione e, qualche volta, trasforma ciò che sentiamo in un sentimento.

I sensi non sono definiti solo da ciò che percepiamo ma anche da ciò che non percepiamo. Il panorama sonoro è definito da quello che sentiamo ma anche l’assenza del suono lo definisce. Com’è non sentire il suono del movimento di una persona amata? Com’è ascoltare i suoi movimenti quando arriva? Quanto capiamo del suo umore dalla velocità dei suoi gesti? Anche se non sono visibili come oggetti a sé stanti le sensazioni influenzano il nostro modo di fare esperienza del mondo. Coltivare la nostra mente sensoriale permette che dentro di noi ci sia una rinascita della curiosità, il rinfrescarsi della mente del principiante, l’abbandono della noia che è uno stato tipico della nostra mente narrativa.

“Se vi becca la noia mentre provate a filarvela, la noia vi convincerà a portarvi dietro il telefono. Se lo farete, vi porterete dietro la noia”. Linda Barry

Quel genere di attenzione assorta che prestiamo da bambini è qualcosa che amo e che, secondo me tutti possiamo amare e riconquistare, perchè l’attenzione è la via maestra per la gratitudine, la via maestra per la meraviglia, la via maestra per la reciprocità. E mi preoccupa molto che i bambini di oggi sappiano riconoscere cento loghi di multinazionali ma meno di dieci piante. R.W. Kimmerer

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Udire

Dovunque ci troviamo, per lo più sentiamo rumore. Quando lo ignoriamo, ci dà fastidio. Quando lo ascoltiamo, lo troviamo affascinante. John Cage .

Vedere

Le finestre sono uno strumento esistenziale potentissimo. L’unica cosa che possiamo fare è guardare. Il vostro cervello sarà costretto a creare una storia a partire da qualsiasi cosa appaia. Sam Anderson

Toccare

Il senso più elementare e meno specializzato, il più globale risulta essere il tatto, ci contiene, definisce il nostro corpo e differenzia il suo ambiente interno dall’ambiente esterno.

Jon Kabat-Zinn

 

Il panorama sonoro

È difficile ascoltare un suono senza entrare velocemente nella valutazione tra piacevole e spiacevole. Cosa trasforma un suono in rumore se non il fatto che ci è sgradito? Eppure il mondo è sonoro, il suono è ovunque e si esprime con timbri, vibrazioni, ritmi e spazi di silenzio. Forse nulla più del silenzio permette di definire il suono. È nell’ascolto che il suono nasce e viene percepito e l’ascolto richiede, per strano possa sembrare in un mondo tanto abitato dai suoni, una specie di spazio interiore di silenzio.

Se siamo disponibili ad ascoltare in profondità siamo consapevoli e pienamente presenti, stabili e ricettivi e disponibili a ricevere sia dall’interno che dall’esterno per stare là dove il suono diventa udire, udire diventa ascoltare e ascoltare diventa una forma di contatto che ha la sua reciprocità nel venir ascoltati. La sensazione di venir ascoltati non sempre è legata ad una persona fisica. per me a volte è il senso di appartenenza che mi dà la dimensione dell’essere ascoltata. La sensazioni di appartenere al luogo fisico in cui mi trovo, si traduce nella sensazione di essere stata ascoltata, perchè essere ascoltati significa essere consapevoli di fare parte del mondo.

Ascoltare è un’azione ricettiva. Per ascoltare qualcosa in noi deve fermarsi e focalizzarsi verso la fonte da cui proviene lo stimolo. È un’azione particolare anche perché possiamo farla verso l’interno e verso l’esterno. In più possiamo provare accettazione o avversione nei confronti di quello che ascoltiamo, nello stesso atto di ascoltare, proprio contemporaneamente all’ascolto, possiamo anche accendere una reazione o una risposta rispetto a quello che ascoltiamo.

Il piacere di esprimersi, e il bisogno che abbiamo di farlo, si vanifica se non veniamo ascoltati. L’ascolto richiede attenzione e l’attenzione che riceviamo innesca un circolo virtuoso che sostiene la nostra comunicazione.

Il valore dell’ascolto però va oltre le parole: non c’è un vero ascolto se, quello che abbiamo detto, non suscita anche un movimento interiore. In fondo non ci basta essere ascoltati, desideriamo anche venire sentiti. Desideriamo che qualcuno raccolga il sentire che anima le nostre parole e che questo sentire susciti un movimento interno anche nell’altro.

Quando l’ascolto è relativo alla comunicazione verbale si organizza attorno a diversi livelli. Un primo livello entra profondamente nel contenuto di ciò che dice il nostro interlocutore, portando una chiara consapevolezza alle parole che vengono dette e al significato che emerge da queste parole.

Un secondo livello riguarda il contenuto emotivo della comunicazione, prestando attenzione a come il nostro corpo risponde a queste emozioni e osservando come il corpo dell’altro sostiene ed esprime ciò che sta comunicando. Ascoltiamo infine i sottili messaggi che emergono in risposta agli aspetti para-verbali della comunicazione: il tono di voce, il ritmo, sintonizzandosi con il flusso del linguaggio. In questo modo l’atto dell’ascolto diventa una pratica dinamica e consapevole.

Un ascolto pienamente presente può far emergere aspetti che le nostre paure preferirebbero evitare.

Man mano che la nostra abilità di ascolto si approfondisce acquisiamo la capacità di ascoltare il silenzio che sta tra due suoni e tra due interlocutori, così come il silenzio che sta tra una frase e l’altra del nostro interlocutore. Ascoltare il silenzio significa dimorare nella ricettività, lasciando che il cuore apra le sue qualità spontanee e naturali di gentilezza. Alla fine non c’è comunicazione migliore di quella in cui, salutandoci, possiamo dire: “Grazie di avere ascoltato ma, soprattutto, grazie di avermi sentito”

Ascoltare è un processo che ha luogo all’interno. Se i sensi hanno dissipato l’energia, non possedete più il potere di ascoltare, non avete il potere di concentrarvi. Gurumayi Chidvilasananda in “Lo Yoga della disciplina”.

La meditazione dello specchio

 

Il panorama visivo

Forse niente più della vista è fatto da ciò che non vediamo e da ciò che vogliamo evitare di vedere. Non perchè non esista, anzi, si dispiega proprio di fronte ai nostri occhi, ma tendiamo ad accordare il beneficio della visione solo a ciò che assomiglia all’immagine desiderata. Non vediamo l’indesiderato se non dopo ripetute esposizioni. Oppure vediamo l’indesiderato e perdiamo completamente la visione di ciò che è presente e desiderato. Guardiamo ma possiamo anche non apprendere né comprendere. Forse dovremmo accordare ogni tanto la nostra visione per ricordarci di aumentarne la sensibilità. Una sensibilità il cui scopo potrebbe essere quello di vedere le cose come sono nella realtà, non come vorremmo che fossero o come temiamo che siano. Se vogliamo davvero vedere la nostra vita e esserne padroni dovremmo allenarci a vedere al di là dell’apparenza; un guardare in profondità come quello che ci offre la visione profonda della pratica.

Ma se vedere è difficile non possiamo dimenticare il mondo vasto dell’essere visti. Un essere visti desiderato o cercato. Oppure sfuggito per timore dell’irrompere della violenza dell’altro o della nostra cocente vergogna.

Perché non è importante soltanto vedere ma anche sapere come siamo visti, guardati e conosciuti.

Forse dovremmo accettare che, per vedere davvero, è necessario il tempo. Guardare con lentezza restituisce alla nostra visione i dettagli e poi la visione più aperta allo stupore e alla novità. Eppure ci sembra che basti uno sguardo rapido per sapere di che cosa si tratta. Abbiamo una sorta di inspiegabile resistenza a guardare lentamente come se fosse una perdita di tempo. Succede ogni giorno, anche nei musei dove il tempo medio di fronte ad un’opera d’arte è di 17 secondi. Forse è per questo che ogni anno si celebra lo Slow Art Day. Forse potremmo rendere la nostra vita, ogni giorno uno slow art day. Non richiede tempo ma solo guardare in profondità.

Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, la pietra che ha cambiato posto.” Josè Saramago

Il panorama tattile

Ci sono molti modi per definire la consapevolezza e molti modi per sperimentarla. Per me la consapevolezza è contatto. Contatto, momento per momento, con il mondo interno ed esterno, senza giudicare e senza pretendere di cambiare quello che incontro.

Perché è il rifiuto del contatto che ci fa allontanare dall’esperienza e il rifiuto del contatto che ci fa temere la profondità dell’intimità. Consapevolezza infatti significa essere intimi con l’esperienza. E se abbiamo la possibilità di rimanere in contatto, i confini rigidi che ci definiscono diventano morbidi.

Così il contatto può essere a volte desiderio, a volte paura, a volte eccitazione. Altre amore, compassione o equanimità. Altre volte il contatto è un semplice contatto: sapere che stai toccando. E poi diventa, semplicemente, conoscere, dimorare nell’esperienza con interesse e curiosità. Il tatto è il senso del nostro organo più grande: la pelle. È il senso che realizza di più la nostra esperienza di reciprocità perché non possiamo toccare senza essere, contemporaneamente, toccati.In effetti tutta la pratica di meditazione non è altro che un percorrere il territorio del contatto per trasformarlo in intimità.

La vera sfida, quando ci impegniamo nella pratica della mindfulness, è che la pratica in sé ci offre un immediato accesso ad altre dimensioni della nostra vita che sono sempre state presenti ma con le quali non siamo rimasti in contatto. Jon Kabat Zinn

© Nicoletta Cinotti 2022

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