Sono stata educata all’autonomia. Nella mia famiglia l’autonomia è una ricchezza che va preservata ad ogni costo. Così ho imparato ad andare a scuola da sola molto presto. Molto presto, ogni estate, ho iniziato a lavorare per avere il minimo per le mie necessità. Molto presto sono andata via di casa. Prestissimo sono stata autonoma.

Per qualche tempo mi è sembrato che dietro questa autonomia ci fosse un sapore di abbandono. Mi è sembrato che mi spingessero a crescere troppo in fretta, che non mi volessero vicino. Forse era vero: mi spingevano a crescere troppo in fretta. Forse semplicemente cercavano di insegnarmi che se te la sai cavare da sola ce la farai sempre. E così è stato. In qualche modo, a volte bene a volte con le ossa rotta, me la sono cavata sempre.

Adesso la lotta per l’autonomia è diversa: lotto per l‘autonomia dei miei genitori che, giorno dopo giorno, diventano più fragili e indifesi. Loro sanno che sono alleata, che provo gratitudine per la loro determinazione a rimanere autonomi e cerco soluzioni che non ci sono. Perché quando invecchi torni ad essere progressivamente bambino ma senza quella leggerezza: su di te c’è il peso degli anni.

Qualche anno fa ad un Convegno un collega che aveva da poco avuto una figlia iniziò la sua relazione descrivendo la routine quotidiana: mi alzo un paio di volte per notte per cambiarla, non parla e cerco di immaginare cosa vuole, la imbocco ma non tutto il cibo le piace. A volte fa i capricci. Non cammina e quindi la porto in carrozzina. Tutto il pubblico immaginò che parlasse di sua figlia. Ma alla fine della sua descrizione disse che parlava di sua mamma. E con uno sguardo tenero e indagatorio ci guardò tutti dritto negli occhi e chiese: “Perché è così diverso l’atteggiamento con cui facciamo queste cose se riguardano un anziano o se riguardano un bambino?”.

Il bambino apre ad un panorama in cui tutto può ancora avvenire. Ci ricorda che le cose vanno avanti spesso imprevedibilmente meglio di come immaginavamo. Un anziano ci ricorda qualcosa che vorremmo dimenticare: ci ricorda che la fine del nostro viaggio è nota. Ed è da quella fine che distogliamo lo sguardo.

Così oggi mia madre, che ha avuto tre figli, cura il suo ultimo bambino, mio padre. E lui si fa curare come un bambino. Non capisce che è proprio l’attitudine di cura che tiene mia madre più giovane di lui. Perché lei ha sempre avuto qualcosa da curare. Lui ha avuto l’orto, lei un mondo di relazioni. Lui ha sempre creduto che qualcuno dovesse occuparsi di lui perché lui si occupava del mantenimento della famiglia. Non è scientifico ma credo che questo piccolo egoismo l’abbia fatto invecchiare prima.

A 65 anni il 50% del tempo è dedicato alla comunicazione. A 75 anni solo l’8% del tempo è impiegato in attività comunicative. Questo deteriora le abilità cognitive. Così le donne, che generosamente, brontolando, ridendo, scherzando, familiarizzando passano la vita in una rete di relazione invecchiano meglio. Perchè hanno sempre qualcuno o qualcosa da curare. Qualcuno con cui parlare. La generosità è la nostra cura di vitalità. Contagiamo gli uomini con la generosità: è il miglior regalo che possiamo fare al mondo.

La bellezza di una donna non sta nei suoi lineamenti ma nella sua anima. Nella cura che offre amorevolmente e nella passione che ci mette. La bellezza di una donna cresce con il passare degli anni. Audrey Hepburn

Pratica di mindfulness: Cullare il cuore

© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri

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