L’avversione è un sentimento sconosciuto. Non perché non lo proviamo, anzi. È sconosciuto perché non lo riconosciamo. Spalmiamo di avversione molti momenti della nostra giornata. Siamo dispiaciuti perché le cose non vanno come vorremmo? Proviamo avversione, senza distinguere se è una piccola variazione rispetto alla nostra aspettativa o una grande differenza. Cogliamo infiniti momenti in cui la vita non è esattamente come la vorremmo e proviamo avversione per questa discrepanza. Come se dire di no – con la tensione corporea, con l’avversione emotiva – potesse cambiare le cose e dare una svolta decisiva agli eventi.

Non è così. Il nostro no – questa piccola parola che sta dietro ad ogni sentimento di avversione – ha solo un grande effetto. Quello di coltivare le nostre difese e di allenare la nostra resistenza. Anziché fluire con quello che accade, pretendiamo di andare contro corrente e solo dopo averlo fatto facciamo i conti con la fatica. All’inizio ogni sentimento di avversione ci illude: nutre la fantasia che possiamo invertire il corso degli eventi. In questa lotta, nella lotta attivata dall’avversione, non ci arrendiamo e andiamo avanti a testa bassa senza considerare che accettare non significa arrendersi. Significa riconoscere che qualcosa è entrato nella nostra vita. Che c’è una variazione che non abbiamo scelto. Combattere ci offre un unico grande vantaggio: ci permette di capire perché stiamo male. Non ci permette di sciogliere il nostro malessere.

Per sciogliere il nostro malessere abbiamo bisogno di essere gentili con la nostra delusione, con la nostra vita. Essere gentili con noi stessi significa trattarci come faremmo con un ospite che ci è caro. Se arrivasse alla nostra porta, stanco e affamato come a volte siamo noi alla fine delle nostre giornate, gli chiederemmo “Cosa posso fare per te? Come posso aiutarti”.

Non lo rimprovereremmo per quello che non è riuscito a fare. Non gli daremmo l’elenco delle cose che dovrebbe fare per “correggere” la situazione. Non lo faremmo sentire sciocco perché le cose non sono andate come previsto. Gli diremmo di sedersi e gli chiederemmo “Di cosa hai bisogno?

Ecco, quando proviamo avversione, quando rifiutiamo quello che è appena entrato nella nostra vita, prima di lottare, prima di partire per la battaglia, potremmo fare esattamente la stessa domanda a noi stessi e chiederci “Di che cosa ho bisogno in questo momento? Di lottare o di confortare? Di agire o di riposarmi? Di darmi tempo o di togliermi tempo? Perché la guerra non scappa: è sempre alle porte se vogliamo lottare. Quello che perdiamo, infatti, è il tempo della pace, non quello della guerra.

La consapevolezza si focalizza sull’accettazione dell’esperienza. La self compassion sulla cura nei confronti di chi vive l’esperienza. La consapevolezza ci chiede “Cosa provo in questo momento?” La self compassion ci chiede “Di che cosa ho bisogno in questo momento?”. La consapevolezza ci invita a sentire la nostra sofferenza con spaziosità. La self compassion ci invita ad essere gentili con noi nel momento della sofferenza. Germer, Neff

Pratica di Mindfulness: Addolcire, confortarsi, aprire

© Nicoletta Cinotti 2019 Verso la self compassion: Ritiro di primavera

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