In questo periodo di pandemia non prendo volentieri l’ascensore ma l’altro giorno sono andata in un ufficio pubblico – di quelli grandi grandi – con un ascensore che era grande più o meno come una stanza di casa mia.

Entro, mentre le porte si stanno chiudendo e capisco che le due persone che sono già dentro avevano un discorso che si ferma con il mio ingresso. Praticamente è come se fossi entrata in una cella frigorifero. È calato quel silenzio freddo che cala quando una coppia è interrotta nel bel mezzo di un litigio. Mi sono detta che forse avrei fatto meglio a fare un po’ di movimento e ho premuto il tasto di un piano più vicino possibile. Ma l’ascensore era di quelli intelligenti che segue l’ordine di programmazione: praticamente rimani dentro lo stesso tempo che se facessi una mini vacanza!

Così non ho potuto che fare esattamente quello che succede in queste situazioni: ti metti in un angolo e cerchi di non disturbare. Mi hanno colpito tre cose: il freddo, la durezza e la tensione. Nessuna di queste tre cose era tangibile eppure erano tutte e tre percepibili, perché noi non sentiamo solo quello che è concreto ma sentiamo molto di quello che  è intangibile. A quel punto mi sono ricordata di una cosa che Alexander Lowen afferma spesso. L’odio non è altro che una forma estrema di amore trattenuto. L’amore quando non può fluire verso l’altro – per una delle tante ragioni per cui decidiamo che siamo arrabbiati, feriti o delusi – si arresta sulla superficie della pelle. Ci rende duri perché non è facile fermare un flusso d’amore. Vorremmo ancora correre incontro all’altro ma per punirlo non lo facciamo, punendo noi stessi. In quel momento le persone che si trovano in mezzo non sono altro che un problema in più. In quel litigio c’era un tentativo di chiarimento e una frustrazione altissima. Il contenuto non lo conosco e non so nemmeno quanto si fossero amati quei due. A giudicare dall’esterno molto, moltissimo.

Quando sono scesa, finalmente sollevata che le porte fossero state aperte, li ho salutati e per un attimo anche loro si sono sciolti ma sono rimasti dentro l’ascensore. Non so se è una buona idea “rimanere dentro l’ascensore del litigio”. Forse, prima sarebbe meglio consolare la propria ferita. Forse prima sarebbe meglio mettere a fuoco che cosa ha sofferto. Forse sarebbe meglio domandarsi se possiamo fare qualcosa per noi, prima di chiedere che sia l’altro a fare qualcosa per noi. Comunque la rabbia puntiva ha una regola alla quale nessuno sfugge: per far male all’altro dobbiamo an che far male a noi.

La vita vera è diversa dalla matematica. Nella vita le cose non scorrono scegliendo il percorso piú breve. Haruki Murakami

Pratica di mindfulness: Cullare il cuore

© Nicoletta Cinotti 2021 Il protocollo MBSR

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