Credo che potrei scrivere un libro sulla vergogna. Non solo dal punto di vista teorico ma anche, e soprattutto, dal punto di vista pratico. È l’emozione più scomoda e incontrollabile che provo. Da bambina ero timida, da adolescente la mia timidezza si è trasformata in una altalena tra chiusura e sfrontatezza, da adulta ho capito che era tutta questione di vergogna.

Posso provare imbarazzo e anche vergogna per le cose più assurde: d’altra parte la vergogna è proprio così: smisurata, assurda, imprevedibile. Premetto che non credo che ci siano emozioni che possiamo eliminare. A volte le persone vengono da me e mi chiedono di non provare più vergogna o paura (sono le più gettonate) oppure ansia. Mi dispiace, devo dirlo in tutta onestà: non possiamo evitare che le emozioni si presentino con la loro forza e qualità. Possiamo diminuire l’intensità con la quale si presentano aumentando la nostra finestra di tolleranza.  Possiamo migliorare il nostro modo di starci insieme: niente di chirurgico in campo emotivo. Per consolare posso dirti che questo fatto è protettivo: siccome le emozioni fanno parte tutte dello stesso calderone, se ne togliessimo una diminuiremmo tutte le altre. Infatti le persone molto inibite e trattenute provano pochissime emozioni ma non per questo stanno bene: anzi, sono piuttosto infelici per il loro appiattimento emotivo.

Insomma a volte le emozioni sono scomode ma non possiamo farne a meno.

Un elemento di gratitudine sulla vergogna

Un elemento di gratitudine me l’ha regalato anche la vergogna. Siccome la vergogna è legata ad una sensazione di inadeguatezza è stata la vergogna che mi ha spinto a studiare. Mi sembrava un ottimo modo per avere meno ragioni per vergognarmi. Ora le cose  non sono mai così semplici come sembrano: il rischio è che la vergogna spinga a standard di prestazione sempre più elevati per mettersi al riparo. In effetti ad un certo punto è stato proprio così e ho dovuto trovare una alternativa: meno male che, nel frattempo era arrivata la mindfulness che ha aperto un sostanziale spazio di accettazione e tolleranza nei confronti dei miei errori e delle mie imperfezioni. Insomma la spinta a migliorarsi per molte persone nasce proprio dal tentativo di regolare l’emozione della vergogna: come dire che non tutto il male vien per nuocere ma, anche, che bisogna stare attenti a non esagerare.

Chi dà l’indirizzo ai nostri nemici?

Ovviamente chi soffre di vergogna si immagina spesso delle persone che lo giudichino. La cosa è anche abbastanza comica perchè è come se fossimo sempre sotto il riflettore e, francamente, il mondo ha molto altro di cui occuparsi. Le cose interessanti sono molte. Perché, in effetti, provare vergogna ti fa sentire più svalutato ma anche più importante di quello che sei per davvero. Così, in modo un po’ paradossale mi sembrava che appena sbagliavo qualcosa se ne accorgessero tutti (comunque con i parcheggi esistono regole a parte: appena metto la macchina fuori posto o appena mi scade il tagliando mi fanno la multa per davvero!). Alla fine ho capito una cosa: siamo noi che diamo l’indirizzo ai nostri giudici. Insomma il giudizio che temiamo venga dagli altri e che ci fa arrossire, in realtà, è nostro. Non sappiamo mai davvero cosa sta nella testa delle altre persone ma sappiamo sempre cosa sta nella nostra testa!

La verità della vergogna si chiama umiliazione

Non posso dire però che la vergogna stia tutta nella nostra testa. in effetti la vergogna coglie un elemento di verità dall’umiliazione che possiamo subire nei contesti sociali. Non sentirsi vestiti adeguatamente, preparati adeguatamente, pronti a sufficienza, espone alla sensazione di venir umiliati – volutamente o involontariamente – da qualcuno più in gamba (o più sadico).

A scuola per esempio ho avuto ottimi insegnanti dai quali ho imparato moltissimo. Erano prevalentemente vecchio stampo: quelli buoni spesso sono vecchio stampo. Insegnavano usando la bacchetta dell’umiliazione. Non la bacchetta fisica (non sono così vecchia!) ma le parole possono fare male come una bacchettata sulle mani. Cosi molti apprendimenti sono stati la mia risposta all’umiliazione che, su di me, funzionava (e funziona) come un turbo. Più mi umiliavano e più studiavo. Quindi forse, alla fine, dovrei essere grata anche a loro. Anche se di umiliazione non bisognerebbe abusarne perchè è una delle emozioni più dannose e più difficili da riparare. Quando siamo stati umiliati iniziamo a costruire uno schema di evitamento. Il mio è uno schema di evitamento molto fisico: inizio a vedere male, mi si restringe il campo visivo e mi sembra di guardare le cose in un cannocchiale. In genere quel cannocchiale mette a fuoco la via di fuga, con una freccia rossa lampeggiante!

Fortunatamente ho una buona forza di volontà, così quando vorrei evitare situazioni in cui mi sento a disagio, la mia volontà interviene e mi dice di fare poche storie e di stare lì, sul pezzo. A volte la maledico ma generalmente ha ragione lei. Sarebbe un peccato seguire la paura e rinunciare a fare un’esperienza per timore del fallimento. L’altra sensazione fisica della vergogna è un senso di calore alle spalle. Non divento rossa ma le spalle mi bruciano come se fossero state percosse. Ho scoperto che molte altre persone hanno questo sintomo. Capisco che è più imbarazzante diventare rossi in viso oppure avere chiazze di rossore sparse sul decolletè, ma anche le spalle che bruciano sono un bel fastidio!

La vergogna ha tre paradossi

Alla fine la vergogna nascondeva il mio desiderio di essere amata e apprezzata. Quando facevo qualcosa che mi sembrava mettesse a repentaglio la possibilità di ricevere amore e apprezzamento mi vergognavo tantissimo. Uso il passato perché, nel frattempo, ho una visione meno ingenua delle cose. Per esempio ho capito che essere troppo interessati all’apprezzamento rende anche più vulnerabili alla manipolazione e non sono più tanto disponibile a fare qualunque cosa per essere apprezzata.

Ho anche scoperto che le persone possono apprezzarti quando gli dai quello che vogliono e non apprezzarti quando non gli dai quello che vogliono, indipendentemente dalla saggezza di quello che fai. Ho scoperto anche che è più facile dare la responsabilità a chi ti cura piuttosto che prendersi la responsabilità di essere se stessi e che questo è un gioco molto pericoloso. Per chi cura e per chi viene curato. Cerco di fare attenzione a questa trappola ma è strettamente collegata all’approvazione e all’idealizzazione. Prima o poi chi ti idealizza, ti butterà anche giù. È una legge di natura. Bisogna rispettare la crescita naturale delle cose, anche nella stima. Me l’ha insegnato la mia maestra delle elementari che siccome desiderava finalmente essere la maestra di un  genio – un  genio qualunque andava bene – quando facevi bene ti adorava. Quando facevi male ti distruggeva perché avevi appena infranto il suo sogno di diventare famosa attraverso i suoi allievi (credo che questo piano non le sia riuscito, però mi ha insegnato più lei di molti altri insegnanti). Per questo ho cominciato a mostrare più possibile la mia umanità. La vergogna ti fa credere di essere solo al mondo a provare un simile fastidioso sentimento e invece lo proviamo tutti e tutti facciamo un sacco di trucchi per eliminarlo.

Quindi, riassumendo la vergogna ci mette in tre situazioni paradossali

  • ci fa credere che capiti solo a noi e invece è un’emozione universale;
  • è un’emozione innocente anche se fa male. È quasi la misura della nostra innocenza: chi è criminale non prova vergogna. Quando la prova è perché sta smettendo di essere criminale;
  • è transitoria anche se lascia segni duraturi.

E allora i social?

I social hanno aperto una diversa forma di comunicazione e hanno portato una novità sostanziale al nostro mondo emotivo. Una novità che ha cambiato la nostra psiche che è sempre in dialogo con il mondo esterno. È aumentata tantissimo l’esposizione e la tolleranza dell’esposizione. In buona parte è anche ricercata una certa quantità di visibilità e questo ha modificato le ragioni per cui possiamo provare vergogna e ha aumentato anche le occasioni nelle quali possiamo venire umiliati. Per me, devo dire la verità, la rete è stata fondamentale: fondamentale per la mia curiosità e fondamentale per il mio desiderio di esprimermi. Pubblicare qualcosa non è facile: il mio blog è diventato il mio editore preferito e le risposte delle persone che mi leggono sono insegnanti precisi ma gentili. Senza di loro, senza di te, non scriverei e sono davvero grata alla rete e alla possibilità di correre il rischio in prima persona che la rete offre. Un rischio che per me è stato benedetto. Spesso dicono che il blog è morto a favore di fonti di comunicazione più rapide e conversazionali. Per me, che di professione sto zitta e faccio la lettrice e la ri-lettrice, questo è uno dei pochi spazi dove posso parlare con libertà. Leggere e rileggere quello che ho scritto – magari vergognandomi perché avrei potuto scrivere meglio – e ricominciare felice il giorno dopo è qualcosa a cui non potrei rinunciare.

Rimaniamo sempre adolescenti

Rimaniamo sempre adolescenti, soprattutto nelle nostre insicurezze. Le nostre idee negative su di noi – se le abbiamo perché magari tu non ne hai – hanno tutte una data di nascita certa: l’adolescenza. E non hanno una data di scadenza. O meglio hanno la data di scadenza che scegliamo di mettere noi quando smettiamo di crederci.

L’adolescenza non è l’età delle passioni tristi: è l’età della vergogna. È la vergogna che ci rende tristi e allora dobbiamo riprendere per mano il nostro adolescente triste e fargli vedere una prospettiva più attuale delle cose. Io riprendo spesso la mia per mano e lei mi ricompensa con la sua forza e la sua creatività. Prendo quelle convinzioni assurde che nascono in adolescenza – sono brutta, sono grassa, sono incapace – e andiamo insieme a fare shopping. Non nel senso letterale del termine ma illumino quelle vecchie storie su di me alla luce del presente. Oggi non è più tanto importante quello che pensano gli altri di me ma è diventato fondamentale quello che io penso di me. Ho bisogno di mettere pace con i pensieri che mi suscitano vergogna per imparare a fare a meno della vergogna come motore per imparare cose nuove. Sto andando abbastanza bene, secondo me prima o poi me la cavo!

© Nicoletta Cinotti 2019

Cambiare diventando se stessi: lasciar andare e non rimuginare

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