Abbiamo tutti pregi e difetti (tranne i narcisisti che hanno solo pregi:-) e spesso lottiamo contro i nostri difetti per migliorarli, cambiarli, eliminarli. Nella mindfulness ti propongono una cosa diversa: partiamo dall’accettazione.

Thich Nhat Hanh usava la metafora del loto, un fiore bellissimo simbolo della trasformazione spirituale-Il oto per crescere ha bisogno della fanghiglia melmosa che sta sul fondo del lago. È un’acqua abbastanza stagnate quella su cui crescono i fiori di loto. Non sostengono la corrente del fiume: tutto quel movimento non permetterebbe la crescita. Così quella bellezza cresce a partire da quella fanghiglia e dal ristagno e delizia i nostri occhi con la sua bellezza.

Come dice Anam Thubten,

 

Tutti i difetti che esistono fanno parte di noi. Cominciano a guarire da soli quando li accettiamo per quello che sono. Possono diventare il fertilizzante della nostra crescita interiore. Il segreto è riconoscerli senza negarli o girarci attorno. citato in Pema Chodron, Accogliere l’inaccettabile

Una storia personale

Sono vegetariana da 47 anni. Quando sono diventata vegetariana (perchè nessun toscano è esente naturalmente dal consumo di carne) mia madre aveva 40 anni. Era una dinamica e grintosa signora con un lavoro, tre figli e un marito. Per qualche misteriosa ragione la mia scelta non le è mai entrata in testa così ancora oggi – che ha 87 anni e la memoria se n’è andata in frantumi – quando arrivo continua a propormi l’arrosto con la stessa faccia preoccupata e la stessa domanda ansiosa che fa a quella carnivora, mia sorella, “Basterà?”. Quando le ricordo che non mangio carne apre il frigorifero e mi mostra l’alternativa, salsicce. È così da 47 anni. Sia quando aveva memoria e fornelli sempre accesi, che adesso, in cui non sa più davvero cucinare e ha bisogno che qualcuno lo faccia per lei. Continua ad associarmi al comportamento carnivoro degli altri membri della famiglia. Nemmeno l’arrivo di mio marito, vegetariano anche lui, l’ha mai convinta del tutto e così anche lui si ritrova il tipico menù toscano. Che effetto mi fa questa insistenza? Credo che sia stato il suo maggior contributo a farmi rimanere magra e vegetariana. Il nostro carattere è costruito allo stesso modo. se con insistenza “attacchiamo” ripetutamente delle parti di noi otteniamo solo di rinforzare la resistenza e di diminuire l’amore in circolo. Sarebbe buona cosa non confondere quell’insistenza con la cosiddetta “forza di carattere”. 

 

Mi succede spesso di sentire delle definizioni di carattere: c’è chi trova forte il proprio carattere e chi si trova debole. Chi pensa di avere troppo carattere e chi, invece, pensa di averne troppo poco. A cosa facciamo riferimento quando ci definiamo così? Molto spesso questa indicazione riguarda il senso di identità: più abbiamo un senso di identità chiaro e più sentiamo di avere un carattere forte. Mia madre è sempre stata considerata una donna dal carattere forte proprio per la sua indefessa capacità di rimanere sulle stesse posizioni senza tenere conto di quelle altrui. Alla fine, molte volte, ha vinto per sfinimento dell’interlocutore, con una tattica medioevale che è stata una grande perdita e un’apparente vittoria. Ha perso la possibilità di ascoltare, di fare spazio al dissenso, di fare spazio alla pace. Ancora oggi è in grado di lottare contro qualche parte di me che non le va bene, ottenendo l’effetto opposto: più lei insiste più mi chiudo al dialogo. Abbiamo perso così infinite possibilità di dialogo e mi dispiace tantissimo perché presto non sarà più possibile tentare di farlo. Mi mancheranno più le opportunità di dialogo perse che tutte le altre cose.

 

Cosa determina la forza di carattere

Quello che definiamo forza di carattere è un confine dell’Io spesso e inflessibile. Il carattere – in senso bioenergetico – è legato alla percezione corporea della struttura muscolare rossa – ossia quella legata ai movimenti volontari – e corrisponde ad un senso di sé definito. Quando Reich parlava di corazza muscolare faceva proprio riferimento a quella che potremmo definire forza di carattere: una forza che diventa anche, una corazza. Ossia qualcosa che ci impedisce uno scambio fluido tra interno ed esterno.

In termini emotivi la nostra forza di carattere può essere identificata con le difese che erigiamo a protezione della nostra integrità: non tanto quindi le difese che sono reattive ad un trauma ma quelle che mettiamo per non farci invadere dalla volontà degli altri.

Spesso, infatti, la forza del carattere è una forza che è maturata per proteggersi da genitori eccessivamente invadenti e diventa però anche uno stile relazionale adulto, molto caratterizzato dall’autonomia.

In questo senso sono grata a mia madre: la sua insistenza mi ha regalato resilienza e credo di poter scrivere ogni giorno proprio grazie all’abitudine alla pressione. Cosa vuoi che sia scrivere ogni giorno, rispetto al sentirsi offrire carne per 47 anni?

Una cosa è certa: se vuoi far cambiare idea a tua figlia – o vuoi cambiare il tuo carattere – questo non è un buon metodo (però potrebbe darti figlie scrittrici:-). Per tanto tempo la sua insistenza mi suscitava ribellione. Poi, da un certo punto in poi, ho accettato che nessuna delle due sarebbe cambiata. Non ho desiderato che le cose andassero diversamente. In quel momento ho avuto il coraggio di stare nelle cose così com’erano e apprezzare i molti pregi del carattere di mia madre.

L’idea di apprezzare le cose per quello che sono è semplice e accessibile, ma allo stesso tempo anche molto profonda. Pema Chodron

Quando la forza diventa eccessiva?

Non è infrequente essere le prime vittime del nostro carattere. Una paziente un giorno – arrivando in seduta – mi disse “È così difficile vivere con me!” In effetti può sembrare una affermazione paradossale ma è molto vera: a volte il nostro carattere è rigido e ci porta in direzioni che, consapevolmente, non vorremmo. E che sono difficili da cambiare proprio perché le identifichiamo con la nostra personalità: vorremmo essere diversi ma non riusciamo a cambiare. In alcune situazioni poi il carattere diventa particolarmente presente: sono i momenti in cui sbagliamo.

La forza del carattere la incontriamo proprio lì, in come reagiamo agli errori nostri e altrui. Per mia madre era sbagliato non mangiare carne e quindi voleva correggere il mio errore. Più il carattere è forte e meno ci perdoniamo di aver sbagliato e meno perdoniamo gli errori alle persone che amiamo.

. Più il carattere è forte e meno permettiamo agli altri e a noi stessi di consolarci.

Troppo carattere per consolarsi

Sbagliamo tutti e questa è una certezza. Ma cosa facciamo poi con i nostri errori non è affatto scontato. Possiamo usarli per imparare: mettendo in gioco una quota di umiltà, possiamo imparare praticamente da tutto e da tutti. Possiamo proiettare sugli altri la responsabilità dei nostri errori. E, in questo modo, possiamo trasformarci in vittime. Oppure possiamo perseguitarci per ogni singolo errore costruendo così un particolare senso di colpa: il senso di colpa per essere come siamo. Non è affatto un evento insolito. Il senso di colpa per essere come siamo è alla base dell’autocritica e alla base del perfezionismo e della ricerca di standard elevati. Dov’è il confine tra una sana capacità di miglioramento e la persecuzione? Credo che il confine stia proprio nella consolazione e nel perdono. E spesso le cose che non riusciamo a perdonarci sono errori che non potevamo evitare perché non conosciamo il futuro.

 

Perché siamo resistenti alla consolazione?

ci sono molti pregiudizi che entrano in gioco sulla consolazione. Il primo è che sia una forma di blandizie che corrompe il carattere e la sua forza e tenacia. Quando ero piccola mia madre, che sapevo che ero spericolata, mi ammoniva, “Se caschi ti ci picchio sopra”. esattamente l’opposto della consolazione. Non vorrei però che pensassi che ho avuto una madre aguzzina. Mia madre era solo una donna di carattere cresciuta con la convinzione che dare un’educazione severa mi avrebbe resa più forte. Questa è un pregiudizio molto diffuso: confondere la consolazione con il viziare. 

Se cadiamo e ci facciamo male, molto male, la prima cosa da fare è curare il danno fisico. La psiche non funziona tanto diversamente. È un atteggiamento pregiudiziale quello che ci fa credere che sia meglio prima punire e poi comprendere. In realtà è vero l’opposto.

Ma il vero osso duro è perdonare: perdonare i nostri errori e quelli altrui. È un osso duro perché vuol dire mettere in conto che non possiamo cambiare quello che è già successo e che quando ci siamo comportati in quel modo non sapevamo quello che abbiamo capito dopo. La saggezza nasce guardando indietro e non guardando avanti. Guardando indietro molti dei nostri errori possono sembrarci imperdonabili perché adesso sappiamo cose che prima non sapevamo e non potevamo sapere. Perdonare significa accettare la vulnerabilità. E qui entra in gioco il coraggio.

Quando siamo inflessibili lo siamo perchè abbiamo paura della tenerezza, del dolore, della vulnerabilità. Se non fosse così staremmo accanto alle nostre parti ferite, le consoleremmo e poi metteremmo in cornice quello che è successo, non gli permetteremmo di gettare l’ombra dell’errore su tutta la nostra vita. Invece con la nostra inflessibilità mostriamo una forza che è solo durezza e la durezza spesso è un sostituto del coraggio. Non sono dei duri tutti gli eroi dei polizieschi, dei film di guerra, delle serie Netflix? Sono dei duri con la mascella forte e il mento volitivo. Possibilmente anche con grandi pettorali, peccato che sotto quei pettorali a volte ci sia solo l’eco del cuore.

Il rimprovero guardando indietro

Una volta che gli eventi si sono verificati possiamo vedere il processo e ipotizzare le soluzioni alternative: perché sappiamo qualcosa che prima non sapevamo. Sappiamo come è andata a finire.  Non hai idea (o forse sì perché sei tra questi) di quante persone si tormentino per un errore che non sapevano di compiere e che, quindi, non potevano evitare. Perché, alla fine, non ci perdoniamo errori che errori non sono: non ci perdoniamo scelte che hanno avuto brutte conseguenze. Conseguenze che non potevamo conoscere prima.

È la nostra forza di carattere che ci fa credere di avere il potere – e anche il dovere – di orientare il nostro destino e quello altrui. Mia madre non rinuncia ad orientare la mia vita verso quello che lei ritiene giusto. Peraltro mia madre di carne ne mangia pochissima ma ne ha sempre cucinata tantissima convinta, da donna che aveva fatto la guerra, che facesse molto bene.

 

Guardare con equilibrio

L’accettazione è uno dei temi caldi della pratica: suscita dibattito e ribellione. A volte anche il fraintendimento di pensare che l’accettazione non sia altro che una forma di rassegnazione. Non lo è affatto. Accettazione è stare di fronte a quello che è accaduto – che è già accaduto – con tutto il dolore che comporta, senza entrare nella spirale di pensiero negativo dal titolo ” Se avessi fatto qualcosa di diverso”. Ci vuole coraggio per non sostituirsi al creatore del mondo e stare di fronte agli eventi nudi e crudi. Con le proprie responsabilità ma, anche, con la nostra impotenza e con la consapevolezza che non tutto dipende da noi, che non possiamo dare forma e corpo agli eventi. La pratica di Upekka – la pratica di equanimità – diventa in questo caso il primo passo verso il perdono. 

L’equanimità – ossia la mente che rimane stabile – non può trovare stabilità senza gentilezza affettuosa. Abbiamo bisogno di un senso di cura per poter arrivare all’equanimità. E, in questo caso, equanimità significa rendersi conto di tutti gli elementi nel gioco delle cose, di tutte le responsabilità delle persone coinvolte, liberando se stessi dal totalitarismo che ci fa pensare che la responsabilità e la colpa siano tutte nostre.  La gentilezza amorevole ci permette di incontrare il dolore e di offrirgli compassione. L’equanimità è l’equilibrio tra la compassione, la gentilezza amorevole e la gioia compartecipe ma è anche quella che ci può aiutare nella strada – complessa e dolorosa – dell’accettazione di ciò che è accaduto. Ci impedisce di cadere nell’eccesso, ci mantiene saldi. 

La gentilezza e l’accettazione

Accettare quello che accade nella nostra vita non è facile. A volte sembra impossibile. Ci sono dolori così grandi e così orribili che ci sembra di essere più che autorizzati a rifiutare. Strano a dirsi il tema del rifiuto dei dolori inaccettabili è più forte nelle persone non direttamente coinvolte che in quelle che sono in mezzo alla tempesta. Ho seguito dei genitori che avevano avuto un figlio rimasto gravissimamente cerebroleso dopo un incidente. Una adolescenza spezzata. Eppure, per loro, il dolore più grande è stata, anni dopo, la sua morte. Tutta la fatica delle cure domiciliari e ospedaliere continue non era importante: perché avevano accettato, in maniera fuori dall’ordinario, quello che era successo, senza recriminazione. La loro forza di carattere era tutta lì: in quella mancanza di recriminazione. Non ci si arriva subito: è un percorso che smussa gli angoli del cuore e gli spigoli del carattere. Ci vuole coraggio per stare in quello che è accaduto, senza recriminazione. Ci vuole coraggio per non sprecare energia nel risentimento. Ci vuole coraggio per accettare. A volte, quando li ascoltavo, mi piangeva il cuore per quel lutto così profondo. Di fronte al dolore, tutto prende un’altra dimensione. Una dimensione più autentica, che sarebbe il caso di avere sempre.

Così, dopo aver accettato, cosa possiamo fare di più nobile e utile se non la pratica della gentilezza. Quell’augurio che la nostra mente sia libera dalla sofferenza e che il nostro carattere sia aperto alla vastità del cuore?

 

Il primo passo è comprendere l’importanza di come scegliamo di orientare la nostra mente. Potremmo renderci conto che di solito siamo concnentrati sull’incompletezza. Abbiamo pensieri tipo: “Non valgo niente, non sono abbastanza, il mondo è pieno di problemi”. Con un simile atteggiamento vedremo l’imperfezione ovunque guardiamo e ci sentiremo sempre insoddisfatti. Per cominciare a guarire questo atteggiamento negativo, un semplice approccio è allenarcia osservare quello che apprezziamo. Pema Chodron

 

© Nicoletta Cinotti 2022

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