Vorrei raccontarti quattro storie – sono uguali a mille altre – che raccontano qualcosa di nascosto e visibile insieme che sta dentro a molte storie di violenza. Se dovessi dare un titolo direi la violenza che facciamo quando non ascoltiamo la verità.

La prima storia

La prima è quella di una donna che ha subito molestie sessuali sul luogo di lavoro. Molestie che sono state ripetute e prolungate tanto da convincerla a licenziarsi e a denunciare il datore di lavoro. Quando la denuncia è stata fatta ha scoperto – credo con orrore – due cose molto interessanti: che le molestie erano rivolte anche ad altre persone e, incredibile ma vero, che il fatto che avesse denunciato il datore di lavoro l’ha esposta all’emarginazione sociale da parte dei colleghi. Erano solidali con lei fino a che rimaneva una vittima silenziosa. Assolutamente distanti quando ha deciso di denunciare. Difendevano il loro posto di lavoro?  Avevano dubbi sulla veridicità della denuncia? Assolutamente no.Difendevano il loro silenzio. Sapevano che era vero, sapevano che questo non avrebbe messo in crisi economica l’azienda, eppure la denuncia era vista con profonda disapprovazione.

Questo è un fenomeno triste quanto diffuso: si chiama identificazione con l’aggressore. Un aggressore che siamo tutti disposti tacitamente a criticare fino a che nessuno denuncia. Quando si denuncia si scopre di essere soli. Le vittime vanno bene solo se silenziose. Perché quando non sono più silenziose diventano moleste. Non subito. Immediatamente si ottiene solidarietà per il coraggio ma nelle fasi successive, quando si ha più bisogno di sostegno, si incontra emarginazione, sospetto, quando non aperta riprovazione.

Non è diverso dalle storie delle donne che vengono violentate e che, dopo, vengono giudicate “responsabili dell’essersela andata a cercare”. Perché erano con i pantaloni attillati, il tanga o le gonne troppo corte. Praticamente colpevoli di essere belle o attraenti. Meglio essere brutte e ripugnanti anche nel XXI secolo: è più sicuro.

La seconda storia

La seconda storia non è una storia personale: direi che è la storia molte bambine che hanno subito abusi in famiglia. E che non vengono credute. Il loro dolore non viene visto. Quando denunciano, ricevono, molto spesso, più incredulità e giudizio che appoggio e protezione. È inconcepibile che qualcuno della famiglia abbia abusato di loro: significherebbe rivedere la propria idea della famiglia. Rivedere la propria relazione con lo zio, il fratello, il padre, il cugino, l’amico (il fatidico amico di famiglia). Oppure ripensare al proprio modo di essere genitori attenti: perché un abuso parla sempre di disattenzione genitoriale. Meglio, molto meglio, pensare che la bambina esagera o si è sbagliata. Oppure viene creduto il suo racconto ma non viene allontanato il familiare. O una parte della famiglia si schiera con gli innocentisti e una parte con i colpevolisti. Come se la verità fosse un partito politico: puoi scegliere se votare democratico o repubblicano. Puoi scegliere cosa è vero e cosa è falso. Così, perché tu la sai più lunga.

La terza storia

La terza storia inizia nel modo più banale: donna giovane e attraente in relazione con un uomo separato molto più grande di lei. La relazione arriva alla fine perché lei si innamora di un altro uomo, questa volta giovane. E lui impazzisce. Nel solito modo: richieste di amore, regali e alternativamente minacce. Non riesce a farsi restituire le chiavi e una notte piomba a casa sua e le squarta il materasso con un coltello, minaccia di aspettare il momento per uccidere lei e il nuovo fidanzato. Riesce a chiamare la polizia e lui scappa. La polizia arriva 4 ore dopo. Avrebbe fatto in tempo a morire dissanguata. Viene tranquillizzata dicendole che se lui aveva le chiavi non c’è effrazione. Che a volte si esagera con la gelosia ma poi è solo troppo amore. Per molte donne una storia di femminicidio inizia così. Altre vengono credute ma non c’è un modo vero per essere protette.

La quarta storia

La quarta storia è apparentemente diversa. Nasce da una ricerca compiuta negli Stati Uniti sulla qualità delle diagnosi fatte negli accessi al Pronto Soccorso. Da questa ricerca emerge che le donne hanno una peggiore diagnosi ossia sono spesso vittime di errori diagnostici basati su una minimizzazione del problema e, quindi, ricevono cure più tardive e/o insufficienti. La ragione? Il fatto che la comunicazione sia espressa in maniera emotiva diminuisce la credibilità del racconto. E questo è vero per uomini e donne: se arrivi al Pronto Soccorso con agitazione emotiva è peggio. L’aspetto emotivo rischia di inquinare la diagnosi. Sia per gli uomini che per le donne ma per le donne di più. Quindi, se proprio stai male, cerca di essere calmo.

Ragione o intuizione?

Sono storie emblematiche, potremmo raccontarne molte altre e molto è già stato detto su queste storie. Vorrei sottolineare però un elemento, una specie di filo rosso che le attraversa. In tutte viene presa una posizione “ragionevole” che, in realtà, nasconde una emozione non accettabile. Nella prima storia probabilmente è la paura che porta ad allontanarsi da chi denuncia, nella seconda l’orrore rende increduli, nella terza un eccesso di empatia con l’aggressore anziché con la vittima, nella quarta il semplice fatto che la persona abbia perso la calma porta a distanziarsi emotivamente.

In tutte prendiamo una posizione che tendiamo a giustificare in modo logico ma che, con la logica, ha davvero poco a che vedere. Perché facciamo fatica ad ammettere che le nostre scelte – quando non tengono conto delle emozioni – sono sempre violente? Come mai facciamo così fatica ad accettare che spesso i nostri pensieri sono emozioni travestite da pensieri e ci spingono ad azioni che logiche non sono affatto anche se le spieghiamo con tanti nessi e ragioni?

Intuire la verità

La verità non è un fatto inequivocabile: è un insieme di elementi, espliciti ed impliciti. E più sono importanti gli elementi impliciti più rischiamo di allontanarci dalla verità. Solo se accettiamo di comprendere che le nostre emozioni interferiscono con la verità dei fatti possiamo iniziare a capire che alla verità si arriva non solo in modo logico ma anche – e a volte soprattutto – in modo emotivo. E che se non sappiamo riconoscere le emozioni che quel fatto mette in campo per noi, non riusciremo a comprendere davvero la verità che l’altro ci porta. Finiremo per sottovalutare o ingigantire, a seconda delle nostre emozioni, e non a seconda della verità. Finiremo per credere a quello che fa comodo a noi e non a quello che è vero. Perché la verità è molto più interessante ma spesso anche molto più difficile.

È di questa settimana lo shit storm relativo alla cooperante rapita in Kenia: come sarebbe bello se davvero stare fermi e al sicuro ci mettesse al riparo da qualsiasi rischio. Se stare a casa, vestire castamente, essere moderatamente schivi e privi di curiosità e voglia di vivere fosse una certezza per una vita lunga e sicura (anche se forse non felice). Come sarebbe bello se ci fosse un manuale di sicurezza sulla vita che, una volta ottemperato, ci mette al riparo da qualsiasi rischio. Questo dicono le persone che criticano la donna violentata e quella rapita: c’è un modo – certo – per evitare tutti i pericoli. Te lo insegno io: è non vivere.

© Nicoletta Cinotti 2018

Foto di ©palmadegiorgi

 

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