Quando nasciamo abbiamo un riflesso spontaneo che testimonia la nostra salute neurologica: I bambini sani rispondono con un movimento di aggrappamento quando vengono lasciati nel vuoto. Si chiama riflesso di Moro e inizia addirittura in gestazione, verso la 28° settimana. Se c’è un riflesso – ossia un movimento automatico – contro il vuoto vuol proprio dire che lo consideriamo un pericolo contro il quale è bene avere un’attrezzatura.

Quando diventiamo grandi impariamo molti altri modi per proteggerci contro il vuoto: usiamo la fantasia, usiamo il cibo, usiamo le relazioni. Poi, molto presto, impariamo anche che il vuoto non è solo uno spazio da riempire. È anche uno spazio da abitare.

Cerchiamo l’ampiezza della natura, lo spazio nelle relazioni, la pausa nel respiro. Cerchiamo quel vuoto tanto più siamo radicati perché sappiamo che, senza quel vuoto, soffocheremmo. Perché sappiamo che riempire il vuoto spesso è un modo per tappare la nostra creatività e soffocare la nostra anima. Che, invece ama i grandi spazi e prospera in quel vuoto che spaventa tanto l’io.

Perché l’io è solido e sostanziale e teme il vuoto traducendolo in mancanza. Una mancanza da compensare molto rapidamente. L’anima invece è eterea e nel vuoto prospera di leggerezza. Respira la luce del giorno e l’ombra della notte.

Abbiamo bisogno di mettere in dialogo la fame di pieno dell’Io con il bisogno di vuoto dell’anima. Altrimenti diventiamo persone tappate. Persone soffocate dalle nostre giornate. L’io protesta e impone, l’anima si sottrae e aspetta. Non rivendica i suoi diritti se non silenziosamente. Ecco perché abbiamo bisogno di farle spazio, abbiamo bisogno di darle respiro. Altrimenti diventiamo inquieti, sempre a cercare qualcosa di meglio, qualcosa di nuovo, qualcosa che deve ancora venire. Qualcosa che serva a riempire quel vuoto che, invece, non è mancanza ma spazio fertile di creazione.

Altrimenti entriamo in un sovrapporsi di impegni e tensioni, in uno svuotamento da iperattività. In quella stanchezza che, invece che farci riposare nelle braccia dell’altro, ci rende divisi e solitari.

La società dell’azione e della prestazione genera stanchezza eccessiva ed esaurimento(…) L’eccessivo aumento delle prestazioni porta all’infarto dell’anima. La stanchezza della società della prestazione è una stanchezza solitaria, che agisce separando e isolando. È quella che Handke nel suo saggio “Saggio sulla stanchezza” chiama stanchezza che divide. Byung – Chul Han

Pratica di mindfulness: Centering meditation (File audio di pratica)     

© Nicoletta Cinotti 2017 Il protocollo MBSR

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