Tendiamo ad essere dei lottatori, persone che cercano una soluzione. Anche quando siamo scoraggiati, molto spesso, è perché ci rimproveriamo di non lottare abbastanza. Tutta questa lotta ha uno scopo, uno scopo fondamentalmente protettivo. Proteggerci dal lutto che viviamo quando perdiamo. Perché “perdere”, in senso metaforico e concreto, si accompagna ad una sensazione di lutto e il lutto, si sa, ci spaventa perché ricorda troppo da vicino il grande lutto che tutti temiamo.

Così preferiamo lottare e dire che, finché c’è vita c’è speranza, che non bisogna mollare. In questo modo però diciamo anche – implicitamente – un’altra cosa. Diciamo che confortare, consolare è qualcosa da deboli. Che se siamo forti la nostra forza ci rende meno bisognosi di conforto e consolazione. È così che giorno, dopo giorno, accumuliamo lo stress cronico. Lo stress cronico potrebbe anche essere definito come un lutto che aspetta consolazione. Un dolore che aspetta conforto. Una paura che aspetta una risposta diversa da quella che agiamo di solito, compulsivamente. A volte siamo troppo orgogliosi per riconoscerlo. A volte troppo presi dai nostri film per ammettere che qualcosa possa andare diversamente da come vorremmo. Non diventiamo più deboli se confortiamo il nostro dolore. Non diventiamo più vulnerabili se riconosciamo che qualcosa è stato una perdita. Semplicemente ci prendiamo il tempo per riconoscere che qualcosa non è andato come volevamo e poi, una volta confortati potremo tornare a riprendere le nostre normali attività. Con una forza in più: quella che viene dalla fiducia di sapere come affrontare, davvero, le difficoltà. È così che funziona: abbiamo bisogno di rispettare il nostro dolore, la nostra paura, abbiamo bisogno di avere comprensione per le emozioni che ritornano e ci fanno ristagnare. Questa comprensione permetterà di non far crescere inutilmente il nostro dolore. Fermarsi, consolarsi, anziché riempire immediatamente lo spazio con un’altra azione, è un’esperienza che trasforma. Lasciarsi trasformare è molto meno faticoso che combattere.

Una giovane guerriere chiese alla paura come fare per sconfiggerla e la paura le rispose così:” Le mie armi sono queste. parlo velocemente e arrivo vicinissima alla faccia. Così tu ti innervosisci e fai tutto quello che dico. Se tu non fai tutto quello che dico, io non ho alcun potere. Puoi ascoltarmi, puoi rispettarmi. Puoi persino farti convincere da me ma se non fai quello che dico io, io non ho alcun potere.”. Così l’allieva guerriera imparò a sconfiggere la paura. Pema Chodron

Pratica del giorno:Lavorare con la paura

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Photo by Timothy Eberly on Unsplash

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