Spesso la sensazione di non accettazione è un impulso immediato al rifiuto. Tanto rapido che lo giudichiamo spontaneo. Una specie di tratto del carattere. In realtà non è così, almeno per quello che riguarda la non accettazione delle nostre parti interne, di tratti del nostro carattere e della nostra esperienza.

Un elemento fondamentale sono senz’altro le nostre preferenze. Quelle che ci fanno dire “voglio questo“, “non voglio questo” oppure “Mi annoio”. Le preferenze però non bastano per costruire la non accettazione. Ci vogliono altri due ingredienti. Il primo è usare, per la realtà interna, gli stessi criteri che utilizziamo per la realtà esterna. Non accettiamo quello che pensiamo che potrebbe darci problemi se venisse visto all’esterno. Non accettiamo certe emozioni, non accettiamo che quello che ci accade – dentro – sia fuori dal nostro controllo. E così lo rifiutiamo o cerchiamo di correggerlo.

L’altro elemento – forse il più controintuitivo – è che siamo affezionati al dolore. Rifiutare comporta una quota di dolore. Potremmo lasciar andare. Potremmo diventare consapevoli e poi cedere e spostare la nostra attenzione su altro. Invece rimaniamo invischiati. Attaccati con la colla del pensiero a quello che non ci piace e non ci fa soffrire. Raramente cogliamo il paradosso di questa situazione: qualcosa produce sofferenza eppure non riusciamo a lasciarlo andare. Perchè non ci rassegniamo a non avere il potere del cambiamento; non ci basta avere il potere della crescita: vogliamo anche quello di direzionare la crescita dove vogliamo noi. Alla fine questo è un amore estremo per un’immagine irraggiungibile.  Alla fine ci farà fare la stessa fine di Narciso che cadde per troppo amore di se stesso nell’acqua che rifletteva la sua immagine.

Non rischiamo anche noi di affogare dietro a ideali irrealizzabili solo perchè facciamo fatica a lasciarli andare?

Dovete apprezzare voi stessi, avere rispetto di voi e lasciar andare il dubbio e l’imbarazzo, in modo da poter proclamare, a beneficio degli altri, la bontà e sanità fondamentale. Nella tradizione di Shambala l’energia che esiste di per sé, che deriva dal lasciar andare, viene chiamata il cavallo del vento. Il vento è l’energia della bontà fondamentale: forte, esuberante e luminosa. Allo stesso tempo, la bontà fondamentale può venire cavalcata, può essere impiegata nella vita; è il principio del cavallo. Chogyam Trungpa

Pratica di Mindfulness: Centering Meditation

© Nicoletta Cinotti 2016 Tornare a casa

Foto di ©maurizio melis

 

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