Gli occhi dei bambini sono così aperti che la responsabilità per ciò che racconterò mi fa trepidare. Sono più di duecento quegli occhi puntati su di me, sei terze classi della primaria. Il tema dell’incontro è affascinante ma impegnativo: come si scrive un diario? Vedo le loro dita, capaci di una grafia ancora acerba, in attesa sulle pagine bianche. Ho cominciato leggendo l’inizio di Oscar e la dama in rosa di Eric Emmanuel Schmitt: il protagonista è un bambino di 10 anni che, nei giorni della sua degenza in ospedale, decide di scrivere un diario rivolgendosi a Dio.

Sin dalle prime righe emerge che tenere un diario significa non poter mentire a se stessi. Questo genere di scrittura, oggi più che mai, è necessario per bambini e adolescenti, perché nasce dal bisogno di ritrovare l’io perduto. In un tempo come il nostro in cui l’io è disgregato, frammentato, confuso, per ragioni culturali e relazionali, scrivere un diario è un modo in cui ci si concede la possibilità di non perdersi nel caos e non essere schiacciati dalla vita. La frammentazione o destrutturazione della cosiddetta «conversazione interiore», l’originaria capacità che abbiamo di dire «io», oggi ferisce a morte la crescita personale. La solidità della conversazione interiore è ciò che ci consente di diventare «soggetto» (ciò che sta sotto): l’io a fondamento di tutti gli io provvisori che indossiamo a motivo di ruoli e compiti. Senza l’io-soggetto ci dissolviamo, con grande sofferenza, nei centomila e nessun io che le circostanze della vita richiedono.

Il diario è una forma di scrittura che libera e fa crescere l’io-soggetto, la cui dissoluzione porta all’estraneità a se stessi, che si manifesta con confusione, tristezza, paura, ansia… Il soggetto disperso avverte il bisogno di rivelare a qualcuno la propria vita per poterla salvare, cioè ritrovare l’unità di senso che dà pace e gioia. Le Confessioni di Agostino, il Diario di Kierkegaard, Il mio cuore messo a nudo di Baudelaire, i Diari di Kafka, il Diario di Etty Hillesum, Il mestiere di vivere di Pavese… hanno in comune la crisi di un io che cerca unità e pace. Per questo il diario ha bisogno di un «tu» più o meno esplicito. Ho chiesto allora ai bambini di sceglierne uno e hanno scelto chi amano di più: genitori, fratelli, amici, nonni… Perché? Perché quel tu accoglie e raccoglie i nostri frammenti sconnessi. Ho quindi spiegato loro che per questo il diario è «segreto», parola latina che indica ciò che si sceglie per sé separandolo da tutto: l’intimità è il luogo senza cui è impossibile vivere il proprio «io». Perché necessitiamo di un tu che accolga l’io «segreto»? Perché siamo esseri relazionali e il soggetto emerge solo se entra profondamente in relazione: ama ed è amato. Alessandro D’Avenia, segnalato da Don Mario Rollando

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