Una delle prime domande che due psicologi fanno incontrandosi è:”Tu di che scuola sei?”. Una domanda che spesso è un modo per rompere il ghiaccio e  assomiglia alla fatidica domanda…”E tu di che segno sei?” che permette una serie di commenti positivi, negativi o neutri che rendono l’approccio un pò meno imbarazzante.

th (8)

In realtà questa domanda è meno innocua di quello che sembra perché presuppone che appartenere ad un indirizzo clinico significhi necessariamente escluderne altri e, soprattutto, che la tua scelta, implichi un senso di appartenenza ad una categoria di bene esclusivo. Tradotto significa che ho scelto un indirizzo perché è quello “giusto” che cura di più e meglio, mentre gli altri funzionano meno e peggio.

La dimenticanza fondamentale

Questa posizione però parte da una dimenticanza fondamentale: siamo in grado, con rigore e flessibilità, di curare bene o  vogliamo dimostrare che la nostra scuola “ha ragione”? Come spesso ripeto, citando Alexander Lowen, “Nell’armamentario terapeutico c’è posto per ogni tecnica: tutte funzionano di volta in volta ma nessuna funziona sempre. Ciò che è importante non è quello che facciamo, ma in che modo comprendiamo la vita e i processi vitali, compresi noi stessi”. Vorrei partire da qui – e non per fedeltà ad una scuola – ma per il senso di libertà che queste parole denotano. E perché sottolineano come il senso fondamentale della nostra formazione debba essere “comprendere la vita e i processi vitali, compresi noi stessi” una prospettiva necessariamente più ampia di una singola teoria che richiede un’atteggiamento esplorativo verso voci diverse e anche, aspetto fondamentale, la costruzione di una propria teoria clinica.

Una propria teoria clinica

Quando usciamo da una scuola di formazione spesso portiamo con noi l’idea che siamo tanto più bravi quanto più siamo in grado di aderire al modello che ci è stato insegnato. In realtà penso che la qualità di una scuola di formazione sia data dalla sua capacità di offrire  strumenti di orientamento che ci permettano di costruire la nostra mappa, la nostra – piccola o grande che sia – teoria clinica. Certamente come succede quando impariamo a scrivere, all’inizio abbiamo incertezza e dubbio, e spesso semplicemente ricopiamo le frasi scritte alla lavagna dalla maestra.Come pittori, passiamo anni a ricopiare i classici. Ma cosa sarebbe la nostra scuola se non imparassimo mai a fare un nostro componimento? Cosa sarebbe la nostra scuola se precludesse tutte le informazioni che riguardano la storia degli altri paesi, per insegnarci solo Lingua e letteratura Italiana?

Certamente è confortante avere una mappa preparata e consolidata dall’esperienza clinica di colleghi illustri e autorevoli ma possiamo viaggiare nella nostra vita professionale senza che quella mappa abbia i nostri gusti e le nostre preferenze? Senza che venga integrata da qualcosa che viene dalla nostra esperienza personale? Senza nessun apporto da altre scuole di formazione? Credo proprio che la mappa sia uno strumento necessario ma che vada arricchita e credo che questo sia uno dei regali che ho ricevuto come direttore del Corso di specializzazione in analisi bioenergetica per psicoterapeuti di altra formazione. Ho potuto vedere che i miei colleghi erano sufficientemente curiosi da aver voglia di aggiungere e non di chiudere, di mischiare e non di separare, di accettare la complessità anziché una semplificazione restrittiva. E’ stato bello anche vedere come l’integrazione apriva domande anziché semplicemente offrire risposte buone per tutte le occasioni.

Compresi noi stessi

Tornando alla frase di Lowen e al suo invito a comprendere noi stessi, penso che la spinta alla costruzione della propria teoria clinica debba nascere proprio da noi stessi. Ci sentiamo rappresentati, espressi, compresi dalle nostre idee cliniche  oppure abbiamo angoli che rimangono inesplorati e sui quali vogliamo fare luce? Nella mia storia professionale questo è stato il percorso. Ho iniziato con l’analisi bioenergetica e con la psicoterapia corporea, nelle molte facce che declina, e poi ho continuato e continuo ad esplorare. Per questo nel sito è possibile trovare tanto sulla regolazione delle emozioni e sulla mindfulness che è stato, solo in ordine cronologico, il secondo amore della mia vita. Perché in realtà oggi bioenergetica e mindfulness si fondano ed integrano insieme in un processo che ha come unico scopo cercare modi di comprendere “…la vita e i processi vitali”…che siano rispettosi del processo personale di crescita e cambiamento e rispettosi del processo di crescita e cambiamento terapeutico che condivido con i miei pazienti.

fotoCrescere insieme

Quando parlo di pazienti ho sempre una forma di pudore nell’usare questa parola. Un pudore che nasce dalla consapevolezza ben espressa dalla teoria della regolazione delle emozioni che paziente e terapeuta costruiscono un reciproco sistema di sviluppo e cambiamento. Questa reciprocità non significa appiattimento delle diverse responsabilità e dei diversi ruoli ma significa riconoscere che se non accetto di essere “contagiata” e “trasformata” da ciò che ogni persona porta con se, se non accetto di essere stimolata a crescere dai dubbi e dai dolori dell’altro, difficilmente il processo di cambiamento potrà essere efficace. Ecco perché mi sembra che la parola paziente denoti tutti i limiti di un vecchio modo di intendere la psicoterapia e che la parola cliente – con cui viene spesso sostituita – abbia limiti ancora più grandi spostando troppo l’accento sull’aspetto economico della relazione. Forse dovremmo dire, con le parole poetiche che amo tanto, che Devo molto a quelli che non amo e che gli sono grata per l’imprevisto che portano nella mia vita molto ordinata.

La condivisione

Nel giugno del 2011  Marsha Linehan, fondatrice dell’approccio DBT sul trattamento dei disturbi borderline, pubblicò sul New York Times della domenica – che vuol dire un’enorme diffusione nazionale e internazionale – la storia del suo disturbo borderline di personalità che è stato alla base della creazione del suo approccio clinico. Quell’articolo mi colpì moltissimo. Mi colpì la ragione per cui aveva scelto di pubblicarlo e il significato che poteva avere pubblicarlo. Marsha riteneva che dichiarare la sua storia fosse il gesto conclusivo della sua adesione a sé e quindi della sua guarigione. Nello stesso tempo questa self-disclosure aveva un impatto fortissimo sia sulla tradizionale riservatezza dei clinici, sia sui molti pazienti che l’avrebbero letta e, forse, ricavato un senso di speranza e sollievo. Un gesto unico e umile, anche se molto pubblico. Questo gesto mi ha aiutato a riflettere sul ruolo importante della condivisione nella regolazione delle emozioni.

Ovviamente la condivisione è una esperienza personale che nasce dal rispetto dei propri personali limiti di privacy. Eppure non possiamo trascendere da qualche aspetto di condivisione nella nostra pratica clinica. Ecco perché amo la bioenergetica e la mindfulness: entrambe presuppongono una esperienza – non narrativa – di se stessi ed entrambi sono strumenti efficaci solo nella misura in cui siamo disponibili a sperimentarli continuamente su di noi in un personale processo di educazione in progress.

Gli strumenti terapeutici

Ecco perché gli strumenti terapeutici sono così importanti. Esprimono infatti una forma di condivisione di se stessi con le persone che curiamo, riconoscendo l’unicità di ogni persona. E’ questa unicità che ci spinge a cercare strumenti diversi e a declinarli, con saggezza, nei diversi momenti del nostro percorso di vita e nei diversi momenti del processo clinico. E’ così, credo, che ognuno di noi finisce per costruire una propria prassi e teoria clinica relativa a cosa significa curare e curarsi. Un processo che non può che vederci coinvolti in prima persona, grati della continua esperienza di se e degli altri che il nostro lavoro ci offre. Diventiamo così artigiani che, nel loro continuo lavoro, finiscono per diventare artisti.

 

A cura di Nicoletta Cinotti

 

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

leggi come usiamo i tuoi dati (informativa sulla privacy)

 

Vuoi ricevere

Iscrizione Completata con Successo!