Quando diventiamo consapevoli di qualche aspetto di noi o della nostra storia può sorgere un senso di chiarezza accompagnato ad una sorta di dolore. Il dolore di aver avuto qualcosa sotto gli occhi e non averlo visto per tanto tempo. Oppure il dolore di aver perso tanto tempo inutilmente, inseguendo fantasmi mentre davanti a noi c’era una semplice risposta.

Forse è per questo che spesso evitiamo di guardare: per non cogliere questo sapore che, a volte, la consapevolezza fa emergere. Il sapore – dolce e amaro – di ciò che abbiamo mancato di vedere, di capire, di sentire.

È per questo che a volte la psicoterapia può diventare difficile: rischia di farci vedere, di farci capire, senza offrire lenimento al dolore della comprensione. Rischia di metterci in una situazione in cui abbiamo una rivista di tutti i nostri problemi e del loro ripetersi in varie situazioni ma non un conforto. Rischia di farci credere che siamo così come se fossimo definiti irrimediabilmente dalla nostra storia passata,

È per questo che la pratica è necessaria. Perché la consapevolezza, nella pratica, si accompagna sempre al sorgere della compassione. Quando la consapevolezza non produce cambiamento è perché manca proprio dell’ingrediente del conforto, della comprensione, della compassione.

Se in psicoterapia possiamo comprendere più di quello che il nostro cuore riesce a sopportare, nella pratica comprensione e compassione vanno insieme. Si tengono per mano. Questo riduce il rimprovero nei confronti di noi stessi. Il biasimo nei confronti dei nostri errori. Perché, alla fine, abbiamo vissuto quello che abbiamo saputo vivere. Niente di più e niente di meno. E la consapevolezza diventa nient’ altro che la confessione di ciò che abbiamo vissuto illuminata dall’affetto.

Quando pratichiamo accade una svolta. Passiamo dall’essere identificati con il nostro senso di inadeguatezza a provare una compassionevole presenza verso e con quel senso di inadeguatezza. Tara Brach

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale   Foto di ©alexis mire

 

 

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