Diciamo la verità, anche i più disordinati di noi, i più impulsivi e creativi hanno qualche mania di controllo. Controlliamo il nostro aspetto fisico, controlliamo il rendimento delle nostre attività – anche di quelle apparentemente più difficili da verificare – controlliamo perché ci fa sentire sicuri.

Controlliamo perché la nostra mente è avida di risultati e controllare è come avere un risultato. Anche se l’esito è negativo ci sembra di aver fatto qualcosa. Abbiamo il pugno della situazione in mano.

Controlliamo per essere pronti, per evitare che accada una catastrofe – e spesso nel farlo catastrofizziamo molto – controlliamo per essere sicuri che vada tutto bene. Controlliamo l’attività su whatsapp e la presenza sui social. E fin qui possiamo anche avere l’idea che tutto questo rientri nella sfera del dover avere il pugno della situazione.

Il paradosso vero però è che controlliamo anche il piacere, che, per sua natura, dovrebbe essere piuttosto incontrollabile. Lo controlliamo perché il piacere presuppone il lasciar andare. Lasciar andare al flusso, lasciar andare al presente. Dedichiamo al piacere spazi limitati perché temiamo di perdere la testa, perdere la bussola, Di perderci. La domanda vera non è perché controlliamo i doveri e l’efficienza che vogliamo avere. La domanda vera per me è stata, perché controllo il piacere? Perché non mi abbandono all’imprevedibile? Perché non corro a giocare invece che stare qui a scrivere? Forse perché il piacere dilata il senso di identità e ci lascia più interconnessi (non in senso informatico). Forse perché identifico il perdermi con un pericolo? Forse perché non credo che poi sarei in grado di fare il mio dovere?

Non credo più che controllare il piacere sia dovuto alla mia educazione calvinista. Incomincio a credere sempre di più che non mi abbandono al piacere perché cerco una coerenza d’immagine che non lascia spazi alla novità. Al vuoto, all’imprevisto. Perché – a un certo punto – l’imprevisto che temi di più è quello che sta dietro la curva della strada.

E non ti sembra assurdo,
quando il cielo è limpido e azzurro,
e mi piacerebbe tanto giocare
Dover andare a dormire di giorno?
 
Robert Louis Stevenson, A child garden of verses, Bed in summer
Pratica di mindfulness: La meditazione del fiume
© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale
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