Coraggio e paura sono due emozioni sempre in relazione tra di loro. Un po’ come rabbia e tristezza. Stanno sui due piatti della stessa bilancia e hanno bisogno di trovare, tra di loro un equilibrio.

Se la bilancia pende troppo sul piatto della paura rimaniamo in protezione e congeliamo la nostra vita in una comfort zone sempre più piccola, perchè la paura ha un effetto incrementale. Più abbiamo paura e più avremo paura.

Se, invece, il piatto pende troppo nella direzione del coraggio rischiamo di scegliere azzardi troppo ampi per le nostre possibilità. Il dialogo tra paura e coraggio è uno dei più belli della nostra vita. Se il dialogo tra rabbia e tristezza può avere toni troppo drammatici, quello tra coraggio e paura è epico come tutte le grandi avventure. Ieri ascoltavo un brano dell’Eneide, uno dei più belli, letto da Toni Servillo (puoi guardarlo qui). Era il dialogo tra Anchise ed Enea, nel punto della distruzione di Troia. Anchise chiede ad Enea di essere lasciato. È il senso della rinuncia, quando la paura è andata oltre alla nostra voglia di vivere e ci fa desiderare di rimanere lì, fermi e immobili, a morire. È un punto che tocchiamo nelle situazioni estreme: molte persone che hanno vissuto l’esperienza dei campi di concentramento lo riportano come il luogo in cui si decide se andare avanti. Quando siamo alle soglie della distruzione quella è la domanda che ci facciamo tutti: se la fanno i medici e gli infermieri della rianimazione e i loro pazienti. Lì abbiamo bisogno che corra in nostro soccorso Enea, il coraggio. Ed Enea dice le parole più belle che il nostro coraggio può sussurrarci: “Davvero hai pensato che io potessi lasciarti?…Uno solo e di entrambi sarà il rischio. Una sola e di entrambi sarà la salvezza”. Perché il nostro coraggio ci soccorre nel momento in cui la paura prende il sopravvento con la prepotenza della sua convinzione. Il coraggio non è lasciare la paura ma prenderla in braccio, sentirne il peso e procedere insieme. Il coraggio nasce dalla pietas – che attraversa tutta l’Eneide – e che è diversa dalla pietà comunemente intesa: è la compassione che guarda senza negare il dolore, ciò che ha davanti.

Non lasciare che si interrompa il dialogo tra paura e coraggio. Lascia che siano i due piatti della stessa bilancia, in equilibrio mobile e vitale. È quando quell’equilibrio si spezza che nasce la paranoia, la forma estrema di una paura che è diventata solida e immutabile. Un fermo immagine della nostra vita.

Così dunque finì quella notte e tornai a vedere i compagni. Scopro che altri ne sono arrivati, e ne guardo con meraviglia il numero. Uomini, donne, gente unita dal fine di andarsene. Un popolo degno di pietà. Eneide, Publio Virgilio Marone

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© Nicoletta Cinotti 2020 Pratiche informali di ordinaria felicità 2

Photo by Roman Kraft on Unsplash

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