Prima di addormentarci dovremmo ripetere, “Ho vissuto molte vite. Sono stato un principe e uno schiavo. Molti amori ho tenuto sulle ginocchia e mi hanno tenuto sulle ginocchia molti amori. Tutto ciò che è stato di nuovo sarà”. W.B. Yeats

La sospensione del giudizio

Credo che abbiamo tutti la passione di sapere come andrà a finire. Una passione che ci spinge ad andare avanti fino alla fine del libro, fino alla fine del film. A volte questa sospensione – il fatto di non sapere come andrà a finire – è così attivante che preferiamo mettere noi la parola fine per non rimanere nel sentimento del non sapere. Lo facciamo in tanti modi ma il più comune è quello di mettere un’etichetta, quello di dirci che tanto abbiamo già capito qual è la conclusione e che non vale la pena continuare ed insistere. Costruiamo così una saggezza basata sulla ripetizione, una conoscenza statica che non permette che accada qualcosa di nuovo. Blocchiamo la possibilità dell’esplorazione e la possibilità della conoscenza che viene dall’esplorazione.

La mente del principiante

Abbiamo il pregiudizio che non sapere sia una condizione di svantaggio e quindi cerchiamo di evitare di metterci nella situazione di essere impreparati. Una condizione che può suscitare vergogna o imbarazzo. Ma la mente del principiante che coltiviamo nella pratica di mindfulness è una mente abile. Una mente che, attraverso la sospensione, valuta ed esplora tutte le possibilità a nostra disposizione. Temiamo la mente del principiante perché veniamo da una cultura dove non sapere equivale ad avere poco valore. La sospensione del giudizio è  importante e ci fa due regali: il primo regalo è non arrivare a frettolose conclusioni. Il secondo regalo è non giudicare come negativo il fatto di non sapere. Anzi, nello zen non sapere è la più grande intimità perché, non sapendo, siamo invitati a rimanere presenti e intimi con l’esperienza in corso

Due storie zen, apparentemente opposte

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.

Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.

Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!».

«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».

Eno decise di farsi monaco e, dopo aver affidato la madre ad alcuni amici, si recò sul monte Hobai, dove sorgeva il monastero del quinto patriarca, Konin. Le sue origini modeste gli impedirono di diventare monaco e fu assegnato alle cucine, con l’incarico di pestare il riso. Un giorno il maestro invitò i discepoli a esprimere per mezzo di una breve poesia quel che avevano compreso dello Zen. Jinshu, il più sapiente e intelligente dei discepoli, compose questi versi:

Il corpo è l’albero dell’illuminazione.
Lo spirito è come uno specchio brillante.
Incessantemente noi li puliamo
perché non si ricoprano di polvere.

Si accinse a recarsi nella camera del maestro per consegnarglieli, ma, colto da un dubbio, preferì appenderli all’esterno del dojo. Il maestro, passando, li vide e, dopo averli letti, disse a Jinshu che erano belli, e che certamente avrebbero favorito in molti il risveglio.
Eno, l’analfabeta, chiese a un suo compagno di leggergli quella poesia, e decise allora di comporre a sua volta dei versi; lui li dettò, e il compagno li trascrisse:

Non c’è albero dell’illuminazione
né specchio brillante
Poiché intrinsecamente tutto è vuoto.
dove può dunque depositarsi la polvere?

Quindi se non c’è niente e se l’invito è a sospendere il giudizio cosa aspettarsi dalla mindfulness? Non è un po’ scoraggiante aspettarsi di risolvere i problemi e di trovare soluzioni se siamo invitati all’intimità del non sapere?

Eppure quell’intimità con il non sapere è proprio la chiave. Arriviamo alla mindfulness convinti di sapere qual è il nostro problema e di avere bisogno di una soluzione. Oppure siamo convinti che dovremmo imparare a rilassarci o a regolare le nostre emozioni per poterle controllare meglio. E, in effetti, c’è anche chi propone la pratica della mindfulness attraverso i protocolli, proprio in questo modo: un metodo di rilassamento, una soluzione alternativa anche se non si sa a cosa sia davvero alternativa.

La vera alternativa

La vera alternativa è che la pratica di mindfulness, così come viene proposta nei protocolli è, prima di tutto una domanda e solo dopo è una risposta.

La prima domanda è una domanda su come stanno davvero le cose. Per risolvere un problema prima dobbiamo sapere se quello è davvero il nostro problema o se ne è, invece, solo un sintomo. Possiamo abbassare la febbre ma averlo fatto non significa aver curato la malattia. Ecco la mindfulness cerca di capire in senso metaforico “qual è davvero la malattia in questione e come e cosa facciamo perché questa malattia guarisca” Questa domanda – che potrebbe essere sinteticamente riassunta in “Cos’è questo?” – è la domanda a cui cerca di rispondere il protocollo MBSR. È la base: se non conosciamo la base non potremo mai arrivare all’altezza!

Una volta che sappiamo cos’è che non funziona abbiamo bisogno di avvicinarci al fuoco, al cuore della nostra difficoltà. Di solito se abbiamo una difficoltà costruiamo un muro difensivo per tenerla a bada e ben distante. Possiamo rimuginaci sopra ma evitiamo di andarci vicino, timorosi del fuoco che nessuno ci ha insegnato a custodire. Facciamo quello che narra una storia sufi

La storia del fuoco

C’era una volta un uomo che contemplava l’operato della natura. A forza di concentrazione e di attenzione, finì per scoprire il modo di accendere il fuoco.

Quest’uomo si chiamava Nur. Decise di viaggiare di comunità in comunità per condividere la sua scoperta con la gente.

Nur trasmise il segreto a molti gruppi. Alcuni trassero beneficio da questa conoscenza. Altri, pensando che fosse pericoloso, lo cacciarono ancor prima di aver avuto il tempo di capire il vantaggio che potevano trarre da quella scoperta.

Passarono i secoli. La prima tribù che aveva imparato ad accendere il fuoco aveva affidato il segreto ai suoi sacerdoti, i quali vivevano nell’opulenza e detenevano tutti i poteri, mentre il popolo rimaneva al freddo.

La seconda tribù finì per dimenticare l’arte di accendere il fuoco, e ne idolatrò gli strumenti. La terza adorava un’immagine dello stesso Nur: non era stato lui a portare l’insegnamento?

La quarta tribù conservò, nelle sue leggende, la storia della creazione del fuoco; alcuni vi prestavano fede, altri no.

Solo i membri della quinta comunità si servivano veramente del fuoco, che permetteva loro di scaldarsi, di cuocere il loro cibo e di fabbricare ogni tipo di oggetto utile per vivere.

 

Servirsi del fuoco

Ecco se con il protocollo MBSR abbiamo capito come accendere un fuoco – il fuoco della consapevolezza – il protocollo MBCT ci permette di servrici del fuoco per scaldarsi, per cucinare, per illuminare la nostra vita.

Questo non significa che il fuoco smetta di bruciare o di essere pericoloso ma fare come la tribuù che ne affidò la cura ai sacerdoti o come la tribù che ne dimenticò l’uso sarebbe assurdo.

Però a volte il nostro fuoco brucia perchè non sappiamo come condividerlo con gli altri e ci muoviamo in modo inadeguato proprio quando dovremmo scaldarci con altri e con altri imparare a cucinare. Ecco perché c’è l’invito per portare la mindfulness nelle relazioni e per portarla attraverso quelli che sono i legni che possono ardere o scaldare: le parole.

L’educazione all’accoglienza

A volte quello che è mancato è proprio la base. Quell’educazione all’accoglienza del reale, delle cose come sono e non come dovrebbero essere.

Quell’accoglienza permette di non sentirci soli, non perché siamo in compagnia ma perché non ci siamo persi. Quell’accoglienza permette di rispondere alla domanda “Di che cosa ho bisogno?“, senza paura che avere bisogni significhi valere meno. Abbiamo dimenticato che educazione non è percorrere la strada della forza ma la strada dell’accoglienza verso la vulnerabilità. Adesso, che stiamo diventando tutti più vulnerabili, perché più esposti alla pandemia, all’incertezza, all’instabilità relazionale, adesso sappiamo che saper mostrare compassione verso sé stessi e verso gli altri, restituisce l’energia della cura. restituisce una sincera possibilità di reparenting nei confronti delle nostre parti esiliate. O, forse, dell’esilio che abbiamo costruito nei nostri confronti. Di quella nevrosi di base che nasce dalla necessità di essere approvati. Una nevrosi che si cura attraverso la conoscenza di sé.

La copia di questo contenuto non è consentita

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

Subscribe

* indicates required
Vuoi ricevere
Email Format

Iscrizione Completata con Successo!