Quando ho iniziato il mio lavoro come psicoterapeuta ho passato moltissimo del mio tempo a esplorare le emozioni dei pazienti. Le esploravo nel corpo, attraverso l’analisi bioenergetica, e nella mente, attraverso una preparazione  di tipo psico-dinamico. Non mi veniva in mente di esplorare i pensieri dei pazienti e loro stessi erano piuttosto riservati rispetto ai loro pensieri. In questo, devo ammettere, il cognitivismo è stato un incontro fondamentale per comprendere che molte delle emozioni che le persone sperimentano sono connesse ai loro pensieri e sostenute da distorsioni cognitive che i processi di pensiero alimentano. E, soprattutto, che i pensieri hanno una forma linguistica, anche se non producono suoni!

Qual è la confusione fondamentale tra il linguaggio e il comportamento?

Il nostro linguaggio soffre di una confusione fondamentale: trasformiamo i comportamenti in oggetti linguistici. Facciamo un esempio. L’abbaiare di un cane è un comportamento, specifico di quegli animali. Malgrado sia un comportamento che emerge solo in condizioni precise – un pericolo, una situazione stimolante e così via – abbaiare diventa, nel nostro linguaggio, un oggetto linguistico definito. Un oggetto come una mela, una scatola, un frutto.

Cosa succederebbe se pensassimo al linguaggio non in termini di oggetti ma in termini di comportamenti? Cosa succederebbe se pensassimo al linguaggio in termini impliciti ed espliciti?

Proviamo a semplificare (Anche se non sembra!)

Apprendere un linguaggio non è solo apprendere un elenco di parole ma anche e soprattutto imparare una struttura relazionale. Una struttura relazionale che si  basa sull’esperienza passata. Se abbiamo mangiato la prima mela in braccio alla nonna e poi abbiamo ripetuto questa azione in un arco temporale sufficientemente lungo, la parola mela non sarà solo un frutto ma anche un modo di stare in relazione con quel frutto

La comunicazione attorno alla mela quindi, si fonderà, oltre che sull’oggetto mela sull’interazione con l’ambiente in cui l’abbiamo conosciuta. Oltre che sapere che è un frutto l’avremo definita come qualcosa di affettuoso e tenero, forse di legato all’infanzia. Fin qui niente di complicato (o quasi)

Ma cambiamo esempio.Tempo fa il figlio di mio marito ebbe un incidente. Mentre lo curavo in ospedale il suo vicino di letto mi disse “che madre giovane e affettuosa! (tra me e il figlio di mio marito ci sono solo 11 anni di differenza di età) “. Non sono la madre, gli risposi. E allora chi è? Sono la moglie del padre. Appunto, disse il signore, quindi è la madre. Dopo qualche istante di sospensione – forse più di un paio di minuti – il signore ri-configurò le informazioni dentro di se e mi chiese se mio marito era vedovo. Non si rassegnava all’idea che la seconda moglie di un uomo fosse affettuosa con i suoi figli, anche in presenza della madre naturale!

Questo signore però offre un buon esempio di come funziona la Relational Frame Theory: aveva analizzato il mio comportamento mettendolo nella categoria materna e aveva tratto una serie di conseguenze relazionali. In questo caso senza particolari conseguenze (A parte darmi almeno 10 anni di più di quelli che effettivamente ho!)

Quali sono le conseguenze meno simpatiche?

Queste considerazioni relazionali sul linguaggio sono squisitamente umane. Un cane può riconoscere la parola biscotto e salivare al sentirla nominare ma non comprenderebbe mai una ipotesi relazionale come quella che ha fatto il vicino di letto del figlio di mio marito. E questo gli semplifica non poco la vita!

Quali criteri usiamo per stabilire queste relazioni?

  • Uguale e diverso
  • Più veloce e più lento
  • Più grande e più piccolo
  • Peggiore e migliore
  • Prima e dopo
  • Precedente e successivo
  • Mio e tuo
  • Qui e là….queste sono solo alcune delle categorie che utilizziamo per stabilire la relazione tra due oggetti, due persone, all’interno di una comunicazione. Sono quasi sempre categorie per contrapposizione.

Per usare queste categorie dobbiamo mettere in azione la nostra immaginazione e fare confronti simbolici. Il signore dell’ospedale mi stava confrontando prima con la sua idea di “mamma” poi con la sua idea di “seconda moglie” e forse non corrispondevo tanto. La cosa interessante è che questo signore potrebbe essersi formato il concetto di “seconda moglie” anche attraverso una esperienza indiretta. Indiretta ma abbastanza forte da interferire con i suoi significati simbolici e i suoi comportamenti. Quindi potrei aver ridimensionato il suo concetto di “seconda moglie” oppure aver rafforzato l’idea che i secondi matrimoni creino confusione!

Adesso passiamo all’infarto

Mi capita spessissimo di parlare del rischio di infarto: peccato che le persone più informate al riguardo non siano quelle che hanno un rischio effettivo (e che in genere evitano il tema). Sono quelle che hanno costruito una paura – reale – a partire da associazioni fatte su eventi accaduti ad altri. Per la stessa ragione per cui il signore pensava che, siccome ero affettuosa, dovevo essere la madre. Si tratta di una relazione di significato impropria ma molto forte perchè nasce da un processo interiore.

Se non impariamo a riconoscere questo processo interiore di costruzione del significato lo considereremo vero e basta. E implicitamente sarà vero e orienterà i nostri comportamenti.Facciamo un altro esempio: in alcuni casi la memoria di un evento doloroso può evocare più disturbi di quello che ha fatto l’evento effettivamente avvenuto, proprio a causa delle relazioni che deduciamo a partire da quello che è accaduto. La persona che teme l’infarto magari ha avuto una tachicardia in seguito ad uno sforzo fisico. E da quell’episodio ha costruito la paura di morire di un attacco cardiaco. Paura rinforzata da episodi accaduti ad altri e che associa – attraverso una relazione impropria di significati – a se stesso, attraverso una cornice di coordinamento tra eventi diversi A volte, un evento immaginato può causare disturbi anche se la persona non l’ha mai sperimentata. Se ti sei mai preoccupato della tua morte, sai cosa intendo.

Basta immaginare qualcosa per crederla vera

Tutto ciò è dovuto alla bi-direzionalità del linguaggio. Proprio come la parola “banana” può evocare l’immagine di una banana, così la parola  “ago”, può evocare l’oggetto e  la memoria del dolore che ha causato l’ago dell’iniezione. Ago e dolore diventano collegati mentalmente e ciascuno evoca automaticamente gli altri due. I tre diventano elementi in una cornice di coordinamento.

E così, possiamo sperimentare il disagio anche quando  immaginiamo una cosa dolorosa. Se non siamo attenti, possiamo rendere le cose peggiori associando altre parole all’evento doloroso. In questo modo diamo “corpo alle parole” attraverso l’immaginazione.

Perchè evitare non funziona

Facciamo l’ipotesi che per contrastare la mia paura degli aghi troviun argomento di distrazione: la banana split. Se cerco di evitare  quel dolore pensando a qualcos’altro, ho appena espanso ulteriormente la rete, la cornice di coordinamento. Nessun vantaggio ma, piuttosto, uno svantaggio.

Questo è il paradosso delle strategie di evitamento: nel tentativo di prevenire il dolore, sempre più oggetti possono diventare pro-memoria del dolore che stiamo cercando di evitare. Il problema può diventare ancora peggiore quando il dolore che speriamo di evitare viene dall’interno, con sentimenti di ansia, depressione o pensieri su di noi.

Forse – dico forse – possiamo evitare gli aghi e anche la banana split (che peccato perchè è buono!) ma se l’oggetto da evitare è interno – come nel caso dell’ansia o della depressione – che facciamo? Dal momento che il dolore viene dall’interno quello che accade è che la strategia di evitamento non funziona: finiamo per escludere sempre più esperienze fuori, senza risolvere il problema dentro.

Compassione e accettazione

Come uscire da questa situazione? Ci sono quattro passaggi importanti, non necessariamente fatti in questo ordine (anche mettere i numeri in ordine cronologico è un aspetto della Relational Frame Theory!). La prima cosa è riconoscere la fallacia di quello che può sembrare un ragionamento logico. Il secondo passaggio è comprendere che il dolore è una esperienza inevitabile. Una parte dei nostri guai nasce dal tentativo di metterci in una situazione in cui non sperimentare dolore e, in questo modo iniziamo a costruire sofferenza attraverso le strategie di evitamento e le associazioni relazionali improprie. Accettare ciò che accade – piacevole o spiacevole che sia – è un passaggio essenziale – il terzo – per sciogliere la sofferenza che nasce dal dolore interno. E, infine, di fronte al dolore cosa fare se non andare incontro con compassione – il quarto passo – , alla nostra vita?

© Nicoletta Cinotti 2017

Un percorso terapeutico verso l’accettazione radicale

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

leggi come usiamo i tuoi dati (informativa sulla privacy)

 

Vuoi ricevere

Iscrizione Completata con Successo!