Quando ero piccola mia madre mi parlava tantissimo. Mi raccontava di sé, della sua infanzia, dei miei nonni, della storia della nostra famiglia. Anche mia sorella mi raccontava tutto. Lei mi parlava in genere delle sue travolgenti cotte adolescenziali. Così in un mezzo pomeriggio potevo passare dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale alla passione nascente per un ragazzo dai capelli rossi che mi sforzavo di considerare attraente ma proprio non ci riuscivo. Gli perdonavo solo i capelli rossi che me lo rendevano simile a qualche personaggio di romanzo. Ho capito lì che quando ti raccontano le pene d’amore nessuno vuole una soluzione e tutti vogliono che si realizzi il proprio desiderio. Probabilmente mia sorella era convinta che se mi avesse raccontato tutto, il suo desiderio si sarebbe avverato. Ha sempre avuto una passione per l’amore mia sorella. Facile che una bella ragazza abbia questa passione.

La dinamica familiare si ripeteva, simile, giorno dopo giorno. Io rintanata a leggere da qualche parte, sperando che nessuno mi trovasse, in realtà facilmente rintracciabile. Arrivavano, si sfogavano e ripartivano. Mia madre sempre presa ad inseguire mia sorella, senza riuscire ad afferrarla, e a coccolare mio fratello che era piccolo e, per fortuna, non parlava. Anche dopo non ha mai parlato. Lui giocava a calcio. Ancora oggi, quando lo sento al telefono, sembra sempre che abbia la sacca pronta per andare e quindi non abbia tempo di parlare. Oggi fa le maratone – altro sport che non si presta a grandi dialoghi – e almeno Murakami ci ha unito. Detto questo non ho mai capito bene perché mi raccontassero già da piccola tutte quelle cose ma facendo così hanno segnato il mio destino. Faccio da tutta la vita la stessa cosa: sto rintanata a leggere la mente. Anziché solo i libri oggi leggo anche la mente delle persone. Ieri sera facevo supervisione ad un gruppo di colleghi e una collega anziana ha detto una cosa bellissima. Mi ha detto non leggo più romanzi, ho la storia della vita delle persone che è molto più bella dei romanzi.

Ma tutte queste storie non esisterebbero senza memoria. È la memoria che ce le rende care e trasmissibili. È in questo delicato filo di memoria che ho fatto anch’io la Seconda Guerra mondiale anche se sarei nata davvero solo molti (moltissimi 🙂 anni dopo. È attraverso la memoria di mia madre che ho conosciuto i miei nonni morti ad un’età in cui si è giovani e non nonni. Vale la pena ricordare? Vale la pena farsi toccare ancora così tanto dalla memoria? Che uso della memoria facciamo quando curiamo? Siamo sicuri di aiutare i pazienti a guarire facendo loro ricordare i traumi del passato? Sono domande che mi faccio ogni giorno. Mia madre e mia sorella arrivavano con le loro storie così diverse, le buttavano fuori e poi concludevano dicendo beh, ora devo andare (come se ti avessi chiamato io, pensavo tra me e me, soddisfatta di potermi mettere di nuovo a leggere un’altra storia). E la memoria che hai lasciato qui dove la metti? La lasci a me o continui a tenerla dentro di te perché disegni la tua vita?

L’etimo della parola ri-cordare include la parola cuore. Quando ricordiamo è inevitabile che il cuore si svegli. Oggi mi dico che voglio ascoltare come si sveglia il cuore e dimenticare cosa racconta la mente. Mi dico che curare è occuparsi di come si sveglia il cuore perché la mente può raccontare qualsiasi storia, incluso dire che è tutto passato. Ma il cuore ti dice se è vero che è proprio tutto passato. E spesso è una bugia. Perché pensare è facile ma per sentire ci vuole coraggio. Coraggio, altra parola che chiama il cuore a rassegna. E che abbiamo bisogno di usare quando mettiamo le mani nei nostri ricordi.

L’arte di mentire a noi stessi sapendo di mentire. L’arte di guardare in faccia la gente, compresi noi stessi, come fossero personaggi di una nostra novella. L’arte di ricordare sempre che, non contando noi nulla e non contando nulla nessuno degli altri, noi contiamo più di ciascuno, semplicemente perché siamo noi. L’arte di considerare la donna come la pagnotta: problema d’astuzia. L’arte di toccare fulmineamente il fondo del dolore, per risalire con un colpo di tallone. L’arte di sostituire noi a ciascuno, e sapere quindi che ciascuno si interessa soltanto di sé. L’arte di attribuire qualunque nostro gesto a un altro, per chiarirci all’istante se è sensato. L’arte di fare a meno dell’arte. L’arte di essere solo. Cesare Pavese Il mestiere di vivere

Pratica di Mindfulness: Be water

© Nicoletta Cinotti 2019 Verso la self compassion

 

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