Per me la scrittura è collegata alla verità. Forse è per questo che non riesco a scrivere romanzi (magari potrei fare un’autobiografia alla Didion❤️ o come la Ernaux chissà…). Comunque volevo avvisarti: il contenuto di questo articolo potrebbe essere doloroso. Parlerò di come dare limiti e stare nei limiti rispetto al proprio bisogno e ai bisogni degli altri. Mi sembra un tema abbastanza difficile no?

È un tema da Crocerossa. Se non hai un po’ di visione eroica di te non entri in questo argomento facilmente. Stai alla larga dai bisogni eccessivi come dai virus influenzali e rimani immune anche senza vaccini. Io invece ho una pericolosa propensione per il soccorso.

Recuperare le assenze

Quando qualcuno partecipa ad un mio protocollo può recuperare le assenze in una successiva edizione. Sembra facile ma non lo è perché questa offerta, apparentemente generosa, spesso suscita avidità. E le persone anziché dirmi, sì grazie, mi chiedono qualcosa in più, qualcosa di cui avrebbero bisogno. Questo è il primo punto nel dare i limiti. Se sei egoista non ti viene chiesto molto ed è facile dire di no. È la generosità che, paradossalmente, solleva la necessità di mettere dei limiti, proprio perchè ti sei messa o messo a disposizione dell’altro.

Primo punto: la generosità deve avere dei limiti. Verifica di essere a tuo agio con questo aspetto se non vuoi trovarti nei guai, cioè nel dare più di quello che vorresti

Quando dai un limite

Quando dai un limite – che sia un limite giusto o ingiusto – diventi sempre un po’ cattiva. Il che non sarebbe un problema se non fosse che questo suscita anche una certa quota di senso di colpa. Il senso di colpa sì che è un problema e interferisce con la capacità di mettere un limite, perchè non tolleriamo che l’altro ci consideri cattivi o cattive (peggio ancora, le donne sono condannate alla bontà!). Il senso di colpa porta parecchie distorsione percettive:

  • ci fa credere che non saremo più amate e amabili
  • ci fa credere che il bisogno dell’altro sia più grande del nostro
  • ci fa andare oltre al nostro limite personale
  • ci fa vergognare di dire la verità che sarebbe: non posso fare di più
Punto due: prendi confidenza con il tuo senso di colpa. Ti sarà utile nella vita
SCEGLIERE COME COMUNICARE LE EMOZIONI

Q A volte le nostre emozioni sono comunicate in modo non verbale. Negarlo non ha alcuna utilità. Q Possiamo scegliere di esprimerci valutando quali sono gli aspetti emotivi in gioco, senza sottovalutare che possono esserci più emozioni contemporaneamente e con diverso effetto relazionale. Q Possiamo proteggerci scegliendo cosa comunicare a seconda del grado di intimità relazionale e dello stress emotivo che può sopportare la relazione. Q È difficile essere sempre riflessivi. Se abbiamo esagerato verbalmente non è necessario ipercompensare spinti dal senso di colpa. Però è necessario capire come è possibile riparare il danno relazionale. Chiedere scusa significa provare interesse e compassione per il dolore che abbiamo causato e provare self-compassion per il dolore che ci ha spinto a reagire.

Mai dare troppe spiegazioni

Il senso di colpa ci spinge a dare spiegazioni, in genere troppe spiegazioni. Meglio mettere il limite e stare in quel bordo difficile senza aggiungere troppe spiegazioni che al 100% apriranno qualche sprazzo di polemica. Abbiamo diritto a mettere un limite senza diventare aggressivi ma anche senza diventare vittime del nostre stesso limite. L’importante, quando metti un limite, è che sia chiaro che quel limite riguarda te e che non stai mettendo un’indicazione di comportamento all’altro. Non posso fare di più è molto più efficace che chiedere all’altro di non fare altre richieste. Un linguaggio gentile è molto più assertivo di un linguaggio esplosivo. Inoltre ci sono dei segnali – prevalentemente fisici – che stiamo arrivando a toccare il limite della nostra disponibilità: stanchezza, senso di esaurimento, tensione fisica, rabbia, ansia, pensieri rimuginativi, risentimento. Tutti segnali che è meglio mettere un limite prima di arrivare al burn out.

Punto tre: tutti noi abbiamo dei limiti. Achille aveva il tallone, noi magari tutta la gamba ma non fa tanta differenza quando arrivi al limite.

Ma io li conosco i miei limiti?

Questa per me è la parte più difficile e dolorosa.Io so stare dentro a dei limiti che ho dato prima: i limiti del setting psicoterapico, i limiti dei protocolli o dei ritiri. “Mettendo le mani avanti” dopo mi è più facile ricordare che avevo dato un limite e che chiedo che venga rispettato. Ma nella vita non puoi sempre mettere le mani avanti perché a volte non sai proprio dove mettere le mani rispetto alla situazione che ti trovi davanti. In quel caso è indispensabile fare continuamente a sé stessi questa domanda, dolorosa, “quali sono i miei limiti in questa situazione?”. Mi aiuta la pratica (parlo della meditazione Dare e ricevere compassione. Trovi una versione qui) ma non risolve il “dolore del limite”. Un dolore che è legato alla separazione: è come se fosse un taglio del cordone ombelicale. Più sei legato o legata emotivamente a quella persona è più il taglio è tenuto e desiderato. È libertà ma anche separazione. È libertà ma anche solitudine.

Punto quattro: mettere un limite è come tagliare il cordone ombelicale: non possiamo evitare di nascere

In fondo è come quando ti tagli i capelli: accettabile perché sai che ricresceranno ma la paura che sta dietro i limiti è la paura che non ricrescerà quello stesso legame e che, poi, ti mancherà. È la paura più antica, la paura della perdita, che non ha altra soluzione che l’attraversamento. Non ci sono strisce pedonali. Devi attraversarla. Io la sto attraversando proprio adesso e spero che non sbuchi una macchina all’improvviso!

© Nicoletta Cinotti 2023

 

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