Quando parliamo diamo nomi alle cose. Raccontiamo un evento, una situazione e rendiamo il nostro racconto chiaro a noi stessi e agli altri proprio grazie alle parole che scegliamo per disegnarlo. Perché le parole sono come segni di matita sul bianco della carta: fanno vedere cose che prima non vedevamo. Oppure come note che rendono il silenzio tra l’una e l’altra parte del suono.

Non tutte le parole sono uguali e non tutte le parole hanno la stessa forza evocativa. La distinzione la fanno le parole che non appartengono a categorie ma sono invece nomi. Se diciamo “Papà”, per esempio, e abbiamo in mente una categoria, non avremo lo stesso impatto che se diremo Papà parlando proprio del nostro papà. Quello che abbiamo conosciuto e ha lasciato un segno nella nostra vita. Questa trasformazione dei nomi in categorie non è tanto diversa della trasformazione di una esperienza in una generalizzazione. Quando trasformiamo un nome in una categoria perdiamo tutto il sapore della personalità singola, dell’esperienza quotidiana e unica e allarghiamo ad un gruppo ampio con una caratteristica in comune: magari sono tutti papà ma quanto sono diversi tra di loro? Enormemente. E quanto è diversa la nostra esperienza di loro? È altrettanto grande la diversità della nostra esperienza. tanto che, se qualcuno racconta una sensazione uguale alla nostra, ne siamo contenti come se avessimo incontrato un fratello perduto da tempo.

La stessa cosa accade quando generalizziamo a partire da un ricordo. Magari siamo state importunate su un autobus e, generalizzando, evitiamo gli autobus e parliamo male del trasporto pubblico. Per farlo dobbiamo entrare nella categoria del biasimo e della disapprovazione, spalmandola anche sopra cose ed esperienze che non sono in correlazione con questo evento.

Cos’ è che perdiamo quando trasformiamo un nome in una categoria? Cos’è che perdiamo quando facciamo una generalizzazione a partire da una esperienza negativa? Perdiamo la possibilità di provare empatia, di provare compassione. Quella categoria troppo ampia ci rende indifferenziati: o diventiamo troppo buonisti o troppo cinici. Forse è per questo che negli anni ’70 si diceva che il personale è politico. Forse, semplicemente, qualunque astrazione perde il sapore dell’unico frutto che potremmo assaggiare.

Così se il tuo vocabolario è pieno di categorie ( le donne, gli uomini, gli omosessuali, i migranti, le madri, i figli, i genitori, i padri, gli animali, i cani, i gatti, chi ha la macchina grossa, chi guida male, chi mangia veloce, chi mangia lento, chi è magro, chi è grasso) domandati dov’è andata a finire la tua possibilità di provare compassione: compassione per te e per gli altri. Perché la compassione non è pietà: è saper voler bene a se stessi e all’altro così come siamo. Saper voler bene e restituire dignità alla nostra unicità e all’unicità della nostra esperienza. Senza categorie di appartenenza vediamo noi stessi e gli altri nella nostra splendida bellezza.

Rinunciate, signore, ai vostri modi orgogliosi, ai vostri molti desideri, alle affettazioni e alle affermazioni stravaganti. Non vi porteranno alcun bene. Non ho altro da dirvi. Lao Tzu

Pratica di mindfulness: Va bene così

© Nicoletta Cinotti 2019 Verso la self compassion ovvero imparare a volersi bene

Photo by Patrick Perkins on Unsplash

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