Stando in compagnia di me stessa e delle persone che seguo nei protocolli mindfulness o in psicoterapia sono arrivata alla conclusione che, in modo paradossale, possiamo essere troppo disciplinati e, contemporaneamente, molto indisciplinati. A volte questi due comportamenti si alternano senza che sia chiaro il perchè. So di essere molto disciplinata su alcune cose e di essere un vero casino su altre. Come funzionano disciplina e disordine mi incuriosisce da sempre. Mia madre è stats una donna estremamente ordinata eppure perdeva continuamente le cose e il suo ordine non mi è mai sembrato un buon esempio. L’ho sempre trovato confusivo. Così quando sono diventata madre ero abbastanza indecisa su quale parte di me avrebbe preso il sopravvento: quella ordinata o l’inguaribile confusionaria? Perché una cosa l’avevo capita con certezza: i bambini hanno bisogno di poche regole e di una struttura nella loro giornata. Questa indicazione vale anche le regole di setting che si usano in psicoterapia. Si stabilisce un orario, una frequenza, un ritmo. Poi dentro quella struttura – che spesso viene minacciata da agiti di vario tipo – il caos può prendere forma. Se la psicoterapia non ha struttura però il caos non riesce a prendere forma. Cosa vuol dire?

Vuol dire che i protocolli mi hanno insegnato a fare psicoterapia.

Una disciplina nutriente

La vera sfida con la disciplina è offrire qualcosa che sia nutriente e non una regola messa sopra la testa come un cappello. Senza disciplina le nostre emozioni difficili non possono essere davvero libere di esprimersi perché diventano pericolose. È in questi momenti che possiamo diventare oppressivi e darci regole di comportamento che non hanno un altro compito se non quello di reprimere la nostra spontaneità. Lo scopo della disciplina nei protocolli non è quello di fornire regole ma di dare libertà dentro un contenitore protettivo. Così la prima cosa utile per la psicoterapia che ho imparato dai protocolli è stata quella di dare una struttura ripetuta a certi esercizi senza pretendere che offrano subito un beneficio. Il fatto che il protocollo abbia una durata limitata nel tempo toglie un po’ l’ansia di “quando finirà”? Sappiamo che finirà e quindi non abbiamo voglia di perdere troppo tempo. La disciplina non è un interruttore che consente di ottenere quello che vogliamo quando lo vogliamo ma, piuttosto, è la fiducia nella ripetizione e la fiducia in ciò che emerge. La buona disciplina non ci allontana da noi ma ci rende più vicini a chi siamo davvero.

Perchè una disciplina sia nutriente ha bisogno di qualche ingrediente come:

  • validare il diritto a sentire quello che proviamo. Le emozioni non sono giuste o sbagliate. Sono quello che sono. È assurdo chiedersi di “sentire qualcosa di diverso”
  • validare il diritto di volere quello vogliamo. Il punto può essere mettersi in condizioni adatte per riceverlo e, soprattutto, non pretendere che siano gli altri a darcelo
  • è necessario divertirsi; la vita senza divertimento è troppo dura
  • è essenziale dire la verità, mentire distorce la realtà e moltiplica i problemi. A volte la verità possiamo dirla solo a noi ma vale sempre la pena farlo
  • è importante non pretendere tutto e subito. Non abbiamo il controllo su quando gli eventi accadono. Tollerare di aspettare la gratificazione è una buona garanzia per ottenerla
  • accettare le proprie responsabilità significa riconoscere che le nostre scelte hanno conseguenze e non sono neutre
  • gli errori sono maestri
  • rispettare gli altri, le loro emozioni, i loro valori e loro bisogni ci solleva dal peso della colpa
  • tutti abbiamo problemi e non vuol dire che siamo sbagliati. Tutti abbiamo conflitti e non vuol dire che non potremo risolverli.

Detto questo, un piatto non ha bisogno necessariamente di tutti gli ingredienti scritti nella ricetta perché sia buono o gustoso. Ognuno porta il proprio stile di cucina.

Una disciplina da Pronto soccorso emozionale

Tutti noi abbiamo conosciuto dolore e ferite. Tutti noi sappiamo che la nostra non è stata un’infanzia perfetta anche se a volte basta che sia stata un’infanzia felice. Se rimangono lavori da completare, ferite da curare, danni da riparare per farlo abbiamo bisogno di considerare che le nostre parti ferite, essendo vulnerabili, hanno bisogno di regole protettive.

Non possiamo dire tutto a caso: A volte, quando un paziente mette a fuoco quello che è mancato nella sua infanzia parte in quarta e va a dirlo ai suoi genitori. Il risultato, 9 volte su 10, è un nuovo trauma. Validare il diritto a provare un’emozione non significa che agirla sia una buona idea. Le emozioni sono il nostro carburante e ci offrono informazioni importanti che danno valore alla nostra esperienza e alla nostra relazione con il mondo esterno. Meglio scegliere in quale direzione andare con questo carburante e evitare situazioni in cui possiamo provare nuovamente vergogna e umiliazione.

Abbiamo diritto a volere e a distinguere tra bisogni e desideri. Può darsi che non sia possibile darci quello che vogliamo ma è importante riconoscere che abbiamo diritto a volerlo. Non riconoscere questo diritto non diminuisce la frustrazione ma aumenta il nostro senso di impotenza. Non averlo subito non significa che non l’avremo mai.

Divertirsi può anche voler dire non fare niente. La mia idea di divertimento è sempre stata molto attiva: divertirsi vuol dire anche non fare niente, come succedeva durante le vacanze scolastiche estive quando avevamo tanto tempo libero e non era tutto occupato da qualcosa. Guadagnarmi del tempo vuoto in cui non faccio niente è stata una delle cose più difficili per me. Anche il sesso è una forma di divertimento e a volte le regole che abbiamo sul sesso non sono affatto divertenti.

Mentire distorce la realtà. Mentire è un’inutile protezione contro la vergogna. Abbiamo bisogno di curare la vergogna che proviamo all’idea di dire – a noi stessi prima di tutto – la verità.

L’avidità non fa bene alla salute. I bambini non conoscono il senso del limite: vorrebbero tutte le patatine del mondo, tutte le ciliegie del mondo, vorrebbero tutto il mondo. Imparare a muoversi saggiamente con l’avidità e l’avversione (che è figlia dell’avidità) è un ottimo modo per curare le ferite della nostra infanzia. Curare le proprie ferite non significa scatenare il bambino avido e capriccioso. Significa saperlo contenere amorevolmente. Tanto più la nostra infanzia è stata difficile, tanto più abbiamo bisogno di reparenting verso noi stessi, tanto più possiamo essere avidi e aver trovato una forma “legittima” di avidità. Possiamo lavorare troppo, mangiare troppo, bere troppo. Per anni mi sono comprata troppi vestiti: non sapevo scegliere e pensavo che mi meritavo una ricompensa. Quando ho capito che quei vestiti erano ore di lavoro è stato scioccante capire che non avevo rispettato la mia fatica e che quell’acquisto non compensava niente di quello che mi era mancato: sprecava solo le mie risorse.

La traduzione occidentale della parola karma è responsabilità. Le nostre scelte comportano conseguenze. A volte siamo ciechi – o almeno io lo sono stata – sulle conseguenze di quello che facciamo. Nel momento in cui vediamo le conseguenze possiamo provare molto disagio ma quel disagio è l’unico modo che abbiamo per guarire dai nostri comportamenti autodistruttivi. Non so se esiste la reincarnazione e faccio parecchia fatica a crederci ma noi costruiamo il nostro tenore di vita futuro con quello che scegliamo di fare ogni giorno e la fregatura è che ce ne accorgiamo dopo. Tutto quello che possiamo fare per accorgerci prima di quello che stiamo facendo è una vera salvezza per il nostro futuro.

Gli errori ci insegnano come imparare. La vergogna tossica è una malattia ma la vergogna è un’emozione importante per imparare il rispetto di noi stessi e degli altri. Non farla diventare tossica è sempre possibile e nasce dal riconoscere il fatto che ogni emozione è portatrice di una informazione importante.

Per rispettare gli altri inizia a rispettare te stesso. Rispettare gli altri non significa mancare di rispetto a noi e viceversa. Se il rispetto degli altri comporta mancanza di rispetto nei nostri confronti non è una buona strada da perseguire. Più siamo stati abusati da bambini e più possiamo tollerare forme di abuso nei nostri confronti. Abbassa la tua soglia di tolleranza per accorgerti di quello che non va. La vita è piena di difficoltà: non significa che non vai bene se ne stai incontrando un bel po’, significa che sei vivo e che potrai guardare con nuovi apprendimenti a questa fase della tua vita.

© Nicoletta Cinotti 2021. Reparenting ourselves: per una disciplina nutriente

 

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