Deep work è il titolo di un libro di Cal Newport che seguo da un po’. Una penna leggera e profonda insieme. Il tema del libro è come lavorare concentrati. La risposta è semplice da dire ma difficile da fare: isolarsi per il tempo necessario, senza stimoli e senza distrazioni. L’attenzione frammentata rende il lavoro più difficile e meno produttivo e, soprattutto, meno creativo. Così disse Cal in un riassunto degno di un Bignami ma siccome sono psicologa la domanda che mi faccio (e anche la risposta) è un po’ diversa da quella di Cal: insomma perché siamo distratti e siamo sicuri che il punto, la fatidica soluzione, sia diventare concentrati? Siamo sicuri che la distrazione non abbia proprio niente da dirci?

Cos’è che ci distrae?

Certo, potremmo dire come fa Newport che è il digitale che ci distrae. Io credo che sia vero ma che ci sia un interruttore interno alla distrazione: la scomodità. Non siamo comodi con quello che stiamo facendo e quindi cerchiamo di accomodarci, con uno snack, con una mail, con qualcos’altro. Quando troviamo qualcosa di comodo ci immergiamo anche troppo e possiamo soffrire, in quei casi, di un eccesso di concentrazione che ci fa rimanere immersi perdendo il senso del tempo.

Quando siamo immersi e concentrati le nostre preoccupazioni rimangono nascoste ma prima o poi tornano a galla, un po’ ingigantite dall’effetto “compressione” della nostra concentrazione: la concentrazione calma ma non risolve le ragioni della distrazione.

Troppa ansia

Quand’è che l’ansia diventa eccessiva? Quando ci rende iper-attivi oppure congelati, incapaci di muoverci, in attesa di fare qualcosa su cui fantastichiamo ma che, nella sostanza, rimandiamo e procrastiniamo. Abbiamo bisogno di un po’ di adrenalina per metterci in moto ma se è troppa finiamo per entrare in una paralisi. Impariamo l’ansia da piccoli, quando spettava ai nostri genitori la funzione di calmarci e proteggerci. Sapevano farlo bene? Saremo adulti meno ansiosi. Andavano in ansia rispetto al nostro dolore o alla nostra paura? Potremmo essere diventati adulti più ansiosi di quello che vorremmo o più dipendenti dalla consolazione degli altri per superare i nostri piccoli o grandi dolori.

La fonte dell’ansia

Le fonti dell’ansia possono essere due: una ambientale, relativa a quello che stiamo facendo e l’altra interna. Se la fonte è interna vuol dire che c’è qualcosa che bussa alla nostra porta e chiede attenzione. Noi lo rimandiamo giù, in qualche luogo oscuro e nascosto ma questa parte che vuole essere vista continua a bussare alla nostra porta. È il ritorno del rimosso e l’ansia è uno dei campanelli di azione. Forse dovremmo imparare a distinguere tra queste due fonti d’ansia perché se la nostra distrazione è ambientale, mettersi in una stanza da soli e senza stimoli può essere una buona soluzione ma se la fonte dell’ansia è interiore, se è, per l’appunto, il ritorno del rimosso, potrebbe essere una. vera tortura essere senza distrazioni.

 

Perché siamo scomodi?

Perché siamo ansiosi! L’ansia frammenta l’attenzione perché è un’emozione che ha una quota di paura e una di eccitazione e, come ogni cocktail, un qualcosa in più che è data dalla realtà in cui ci troviamo. Certi contesti sono più ansiogeni di altri. Potremmo farne a meno? No perché è quello che ci stimola. Il problema è che quando è troppa invece che stimolarci ci paralizza.

Stressatamente ansiosi

Lo sappiamo che più siamo stressati e più diventiamo ansiosi perchè lo stress e l’adrenalina vanno a braccetto. Dopo un po’ che siamo ansiosi diventiamo anche piuttosto depressi: la noradrenalina infatti inibisce la captazione della serototnina. Detto in altre parole il neuromediatore che rimane dopo l’adrenalina fa lavorare peggio le cellule di captazione della serotonina, il neuromediatore che è insufficiente quando siamo depressi.

Sentirsi un po’ giù, e se tendiamo all’ansia accade spesso, ci fa essere più in crisi e alla fine ci troviamo in un circolo vizioso in cui crediamo che non dovremmo sentirci così ma, visto che ci sentiamo così, arriviamo alla conclusione che non è uno stato passeggero ma siamo noi che siamo inadeguati. La soluzione è lavorare concentrati? Se troviamo qualcosa che attira in modo univoco la nostra attenzione è meglio ma dobbiamo metterci la sveglia: rimanere assorbiti in quello che facciamo non è una buona idea e nemmeno una buona strategia.

Aggiungiamo anche un elemento non da poco: a volte il lavoro ci esprime e a volte ci deprime. A volte ci deprime un aspetto del nostro lavoro, altre volte ci deprime proprio il tipo di lavoro che ci siamo scelti o trovati a fare. In questi casi farlo senza distrazione è ancora più difficile!

Bisogna insomma amare un’attività, come se non ci fosse nessun altro al mondo, per se stessa. Per questo il momento significativo è quello degli inizi: perché allora è come se il mondo (passioni sociali) non esistesse ancora rispetto a quest’attività. Anche perché sono tutti capaci a innamorarsi di un lavoro che si sa quanto renda; difficile è innamorarsi gratuitamente. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere

Le soluzioni e il miglioramento

Quello che facciamo con la mindfulness – e in particolare con il protocollo MBSR e il protocollo MBCT – può sembrare paradossale. Con il protocollo MBSR andiamo a conoscere le ragioni del nostro stress e ad esplorare come rispondiamo allo stress. Con il protocollo MBCT esploriamo come lo stress si può trasformare in ansia e depressione. Anche in questo caso non scappiamo, non alimentiamo la rimozione ma ci diamo degli strumenti per andare incontro alle nostre paure. Lo facciamo per trovare una soluzione? In un certo senso sì, lo facciamo per quello ma la soluzione non viene dall’escogitare qualcosa di diverso ma dal conoscere quello che facciamo. Questo semplice ma non banale atto di conoscenza ristabilisce l’equilibrio perché interrompe la fuga. Smettiamo di dare il messaggio che c’è un pericolo da non vedere e da cui scappare. Attiviamo le nostre risorse e coltiviamo una delle emozioni più importanti: il coraggio.

 

Il coraggio, come canta Fiorella Mannoia, a volte ha un peso

 

Due parole sul coraggio

Mi capita spesso di ascoltare la storia di persone che non sono soddisfatte del loro lavoro. Per ragioni varie. Ascoltando bene però tutte fanno una constatazione: è la mancanza di coraggio che le ha messe in quella situazione. Non hanno voluto rischiare, non hanno saputo rischiare. I nostri limiti non sono disegnati solo dalle nostre possibilità. Sono disegnati anche dal coraggio che ha un alter-ego, la paura di rischiare e il bisogno di valutare quanto grande deve essere il rischio che possiamo correre. Il coraggio ha un sostenitore occulto nell’ambizione che ci spinge ad andare avanti e un protettore nella saggezza che ci avverte quando fermarsi. La nostra creatività ha bisogno di ambizione, di uno sguardo che vada oltre il consueto, la nostra stessa vita ha bisogno di ambire a qualcosa che è oltre. Il punto però è non perdersi nell’oltre dell’ambizione.

Senza umiltà e coraggio non c’è amore. Sono qualità entrambe indispensabili, in dosi massicce, ogni qual volta ci si addentra in una terra inesplorata e non segnata sulle mappe, e quando tra due o più esseri umani scocca l’amore, è proprio in questo tipo di territorio che vengono spinti. […]Zygmunt Bauman, Amore liquido

La pratica ci consente di conoscere quanto è grande la nostra ambizione e il nostro coraggio ma ci offre anche la saggezza di capire quando fermarsi per non entrare in stress. Perché molte depressioni non nascono da una perdita ma da un’ambizione che è stata frustrata.

© Nicoletta Cinotti 2021

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