La situazione storico-culturale odierna ha de-costruito molte delle certezze pregresse provocando un’insicurezza diffusa nel campo educativo, poiché vengono a mancare, in sostituzione ai modelli tradizionali, nuovi modelli diffusi e condivisi tra genitori e insegnanti. Fenomeni diversi possono essere una spia di questa “debolezza” culturale; come terapeuta, riscontro, non solo nei ragazzi, ma nei genitori che a me si rivolgono, atteggiamenti problematici e domande ricorrenti. Tra gli atteggiamenti: insicurezze personali, dipendenze emotive, giustificazione di comportamenti inadeguati propri e del figlio. Tra le domande: questioni inerenti le cure concrete, questioni educative, questioni relazionali. A questi fenomeni la scienza della consapevolezza può rispondere sulla base di dati e saperi consolidati, rifondando una cultura pedagogica all’altezza delle sfide del presente.

In biologia si dice che l’essere umano “produce una prole inetta”, ovvero figli che per lungo tempo  non sono autonomi: alla nascita un bambino non è in grado di camminare, non in grado di nutrirsi da sé, non è autosufficiente. Ognuno di noi viene al mondo ed è, pertanto, oggetto di cura di un caregiver e sperimenta, come essere umano, un percorso evolutivo che rende progressivamente “candidabili” a soggetti che si prenderanno cura di altri. Ma, oggi, che vuol dire prendersi cura?

Un’indispensabile premessa

Nella nostra società, uno dei massimi beni relazionali di cui una persona può godere è il rapporto con il figlio: in un mondo precario, fatto di matrimoni liquidi e famiglie dissolte, la relazione di filiazione è rimasta l’unica realtà relazionale affettiva che percepiamo come indistruttibile e sicura. Qualcosa in grado di durare per sempre. Proprio per questa ragione è difficile per i genitori relazionarsi in modo equilibrato con i figli, accettando i limiti che ogni essere umano ha e che ogni rapporto, anche il più bello, porta con sé, primo fra tutti il rispetto dei confini e dell’individualità dell’altro. I genitori hanno il compito di amare ed educare, e, di preparare al meglio il campo per i figli, favorendone l’adattamento in contesti diversi dalla relazione con sè. E, successivamente, dopo aver creato le migliori condizioni, prepararsi a lasciare libera la strada, per far sì che il figlio si appropri della sua vita. Ma troppi sono spaventati dal distacco e trattengono il figlio dentro la propria vita.

Effetti della simbiosi genitori – figli

Immersi in una relazione rispecchiante con il genitore, nell’assenza della possibilità di rivendicare qualcosa di proprio, i ragazzi oggi non hanno pochissime occasioni di entrare in frizione con la generazione precedente, di affermare la loro diversità, il loro mondo, e, dopo un’infanzia in cui il confronto viene avvertito più che altro all’interfaccia con il coetaneo e con la dimensione della scuola, si rifugiano spesso in un atteggiamento abulico, che è una delle poche forme di svincolo a loro rimasta.

Vogliono emanciparsi essendo tenuti per mano. ll ruolo genitoriale in questa fase è delicato e complesso ed è necessaria una strategia educativa che punti all’emancipazione dell’adolescente non attraverso la resa. Regalare libertà e indipendenza è tanto facile quanto dannoso e spesso è la soluzione scelta da genitori insicuri e dall’identità poco solida.

Parental involvement e scuola

Spesso si genera quella dinamica definita “parental involvement”, cioè il coinvolgimento dei genitori nella vita del figlio con modalità che non ne favoriscono l’autonomia. Per comprendere bene questo fenomeno posso raccontarvi una storia…

Siamo a Roma, in un liceo classico romano che sicuramente molti di noi conoscono e che è finito nella bufera; qui, dopo poche settimane di scuola, si è creato “un clima intimidatorio”, come lo definisce la preside dell’Istituto in un’intervista al Corriere della Sera, dove punta il dito contro alcune pesanti inadeguatezze comportamentali degli studenti. Ora, gli adolescenti sono ribelli, provocatori, hanno anche comportamenti altamente disadattivi: è normale, e qui non vedo nessuna novità. Ma questa preside punta il dito non solo verso il comportamento degli studenti, ma soprattutto verso i loro genitori, “genitori che li spalleggiano”. Dopo l’intervento dei carabinieri nel 2016 per l’arresto di uno studente-spacciatore, la situazione si era tranquillizzata in questo liceo, ma la tregua è durata poco.

In un mese si dice sia successo di tutto:il crollo di un soffitto, un’occupazione, forse anche  un video hard fra studenti, fake news e bombe carta lanciate durante la ricreazione.

Cosa ci dice questa vicenda? Ci racconta che,questa volta, c’è un nutrito gruppo di genitori che non è affatto preoccupato e che, interpellato dalla preside, risponde agli insegnanti che “gli spinelli servono per calmare i figli” e se consumano stupefacenti a scuola, in fondo, non sono preoccupati perché “meglio in classe che per strada”.Un atteggiamento simile, si è manifestato anche per l’esplosione di bombe carta, poiché, racconta la preside,“i genitori minimizzano”; vogliamo farle passare per petardi. Questi genitori sono come i loro figli, che manipolano qualsiasi episodio. Per i professori è dura agire in queste condizioni e alcuni docenti sono impauriti, mentre altri affrontano la situazione ma vengono duramente contrastati dai genitori. Sulla stessa lunghezza d’onda della preside è anche l’ex ministro Luigi Berlinguer, che su IlMessaggero (22 novembre 2017), pochi giorni dopo dichiara: “il Virgilio è ostaggio di giovani estremisti aizzati dai genitori”.Insomma la storia è molto aldilà dal concludersi. È stata veramente la fotografia di una situazione. Anche il ministro Fedeli è intervenuta dicendo giustamente che sarebbe opportuno ripristinare il dialogo e smetterla con la contrapposizione.

Il fantasma del fallimento del figlio

Ma perché i genitori di oggi hanno tanta difficoltà con i docenti, i presidi e le autorità? Molto probabilmente per quell’iper-coinvolgimento di cui parlavo prima, ovvero: nel momento in cui il genitore è iper-coinvolto affettivamente, avverte qualunque problema del figlio sulla propria pelle, come fosse proprio. Quindi, che succede? Nel momento in cui il figlio viene punito, il genitore adultescente ne prende le difese con un “giustificazionismo ad oltranza” dei comportamenti del figlio.Ecco perché ritengo che questa storia è post- moderna e tecnoliquida: proprio perché non c’è confine e si assiste ad un dissolversi della funzione educativa. Quindi, io credo che anche questa sia povertà educativa, il vero e proprio dissolversi dal ruolo di genitore.

Quali potrebbero essere le soluzioni? Ci viene in aiuto il mondo della psicologia, della sociologia e delle scienze umane. Siamo qui per questo! Una ricerca interessante di due sociologi americani del 2014 ci mostra come l’iper-coinvolgimento dei genitori nella vita dei figliha, paradossalmente, effetti negativi sui risultati scolastici.Il genitore iper- coinvolto genera un figlio con prestazioni peggiori e questo aspetto ha anche effetti negativi sulla crescita dei ragazzi. Altri studi dimostrano che i bambini cresciuti col fiato sul collo crescono meno liberi e anche più ansiosi e depressi. Sempre nel 2014, uno psicologo americanopubblica un articolo sulla stessa linea in cui inizia proprio domandandosi “Perché i giovani d’oggi si emancipano sempre più tardi?” Quindi, non è soltanto una ferita alla produttività, alla performance del figlio, ma anche alla capacità del figlio di emanciparsi. Negli stati uniti l’età media dell’emancipazione maschile era di 21 anni nel 1970, nel 2004 di 30 anni, nel 2020 sarà di 38. Ecco perché parliamo di generativà ferita: come si può diventare generativi a 38 anni se si vive ancora nel nucleo familiare di origine?Sono veramente ferite gravi e voglio riprendere le parole di Robinson e Harris (2014) che ci dicono cosa dovrebbero fare i genitori: “They should set the stage and then leave it”.

Facciamo un passo di lato!

“Set the stage” significa preparare il campo, preparare il contesto. “Stage” vuol dire anche palcoscenico, vuol dire preparare il palcoscenico. Poi, bisogna fare un passo, non dico indietro perché non ce la facciamo, ma almeno di lato perché altrimenti loro non avranno nessuno spazio. Quindi vorrei concludere dando un’idea di cosa potrebbe essere il consiglio da parte di noi psicologi o professionisti della salute mentale ai genitori, che sono moltissimi e che ci si rivolgono con domande, le più incredibili,su come avere cura materialmente dei figli fino a domande sull’educazione. Dobbiamo dare delle risposte chiare, corrette e vere. È importante che i figli crescano in un ambiente di sostegno affettivo ma è importante anche essere in grado di fare quella grande operazione, cioè preparare la strada e lasciargliela. Preparare la strada significa metterci dei confini, qualche no, ma anche creare spazio perché ogni ragazzino possa trovarci la sua traiettoria e se trova un ostacolo davanti a sè, non è il caso di fare il “genitore elicottero” e trasportarlo oltre l’ostacolo, anzi, ogni tanto, dovremmo diventare noi stessi ostacolo con il nostro no e quindi, lo ripeto, mi piace molto questa frase e la farò mia:“Genitori, prepariamo il campo e facciamo un passo di lato!”.

© Maria Beatrice Toro Una delle relatrici del Convegno del prossimo 15 Settembre a Chiavari

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