Cosa dire di così nobile intenzione? Chi non ha pensato che è arrivato il momento per un progetto di cambiamento che permetta di modificare qualche brutta abitudine o di arrotondare qualche spigolo del carattere? In fondo cosa c’è di strano o di male a volersi migliorare?

Assolutamente niente se non fosse che attiva il nostro sistema di critica interiore. Quella voce di rimprovero, disapprovazione, biasimo che ci rende dispiaciuti di essere così come siamo. Una voce che confonde su una differenza fondamentale: quella tra il cambiamento che viene dalla crescita e il cambiamento che viene dallo sforzo. Se ci diamo nutrimento – se il nostro nutrimento è salutare – la crescita porterà un naturale smussarsi delle asperità del nostro carattere e un sano cambiamento. Se ci sforzeremo per cambiare, imponendoci regole e comportamenti che ci facciano essere come vorremmo essere, attiviamo l’effetto dieta. L’effetto dieta è quello che ci fa dimagrire fino a che ci controlliamo e riprendere velocemente tutti i chili persi appena ci rilassiamo.

Questo non succede solo con la dieta. Succede anche con la pratica di Mindfulness. Molto spesso iniziamo un protocollo con l’idea di voler stare meglio. Partiamo armati delle migliori intenzioni. Poi ci accorgiamo di quanto siamo distratti, di come siamo indisciplinati. Di quanto la nostra mente vaga e, a quel punto, iniziamo a provare avversione per noi oppure avversione per quelle pratiche che, nella nostra idea, avrebbero dovuto portarci sulla porta del Paradiso e, invece, aprono uno spiraglio sul nostro personale, piccolo, disturbante inferno quotidiano.

Ecco ho una buona notizia: una notizia che riguarda la nostra pratica di Mindfulness. Non è l’assenza di distrazione che dimostra che stiamo andando bene. È la gentilezza con cui coltiviamo la pratica. La gentilezza con la quale riportiamo l’attenzione al respiro quello che qualifica la qualità della nostra pratica. Tanto più lo faremo in modo paziente tanto più la nostra pratica porterà frutti. Perché la pazienza non è la capacità di reprimere l’irritazione. La pazienza è avere spazio e accoglienza per le cose così come sono.

Non stiamo esercitando la pazienza se ci sforziamo di avere la mente senza pensieri, se stringiamo i denti e facciamo anche quello che non vogliamo in quel momento. In quel caso esercitiamo la repressione dell’impulso. Esercitiamo lo sforzo. esercitiamo l’effetto molla, quello che fa sì che, appena lasciamo la pressione tutto torni come prima. La pazienza è quella che apre uno spazio di pausa tra lo stimolo e la risposta e, in quello spazio, ci offriamo una gentile possibilità di conoscerci.

Quando rompiamo lo schema, interrompiamo la vecchia modalità e ci impegniamo, inaspettatamente, a dare dignità alla nostra esperienza così com’è, senza giudizio o avversione, forse, in quel momento, rendiamo possibile una grande guarigione. Jeff Foster

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2020 Parole che si poggiano sul cuore

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