Cosa cerchiamo quando iniziamo una delle nostre piccole, grandi imprese quotidiane? Cerchiamo qualcosa che ci coinvolga, che attiri la nostra attenzione. Che ci dia quegli attimi di pace che una attenzione focalizzata può regalarci. Dimentichiamo per un po’ che aggiungere qualcosa di nuovo ci darà anche fatica e moltiplicazione della spinta a fare. Quel premio che abbiamo immediato quando ci sentiamo coinvolti in qualcosa di nuovo appare molto più seduttivo, molto più bello di qualunque riposo.

Perché il riposo nasconde un’insidia alla quale siamo tutti esposti: diventa, con troppo facilità, termometro della nostra insoddisfazione e misura delle nostre mancanze. Allora ecco che sorge, di nuovo, una spinta all’azione, pronta a salvarci da questa inquietudine. Non siamo davvero drogati d’azione: siamo drogati dalla speranza che quest’ultima azione ci concederà soddisfazione e, quindi, riposo. Prima il dovere e poi il piacere diventa nella nostra vita affannata anche dal divertimento, “Prima l’azione e poi il riposo”.

In mezzo – prima di arrivare all’agognato riposo – abbiamo bisogno di scaricare e ci sembra che l’azione ci permetta di farlo. Non ricordiamo che la tensione non si scarica aggiungendo altra tensione.

Come fare per uscire da questa altalena che porta ad associare il riposo all’emergere dell’insoddisfazione e l’attività alla speranza di trovare finalmente soddisfazione? Rimanere fermi, rimanere immobili per un attimo in più ci permetterebbe di scoprire che anche quell’insoddisfazione è momentanea. È la porta che ci permette di entrare in una dimensione più ampia e intima. Ci permette di cogliere come la vera soddisfazione e il vero riposo sono quelli che nascono dall’intimità con noi. Dall’aver ascoltato, al di là del rumore di sottofondo, e dall’aver sentito che c’è la possibilità di stare e non solo la possibilità di agire. Che in quello stare possiamo incominciare a lasciare che le nostre domande prendano spazio dentro di noi. A voplte nelle domande è già contenuto il seme della risposta: dobbiamo solo lasciarlo fiorire.

Noi produciamo noi stessi e il nostro futuro. Dobbiamo fare dono dei nostri migliori pensieri, delle nostre migliori parole, delle nostre migliori azioni. La presenza mentale ci aiuta ad accoprgerci se stiamo creando ciò che è bene per il futuro, senza scordarci ciò che creiamo che è noi stessi e la nostra continuazione. Thich Nhat Hanh

Pratica di Mindfulness: La consapevolezza del corpo

© Nicoletta Cinotti 2020 Reparenting ourselves

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