Due settimane fa ricevo un libro. Titolo speranzoso, “Un libro di guarigione” di Gaia Rayneri. Conosco – anche se non profondamente – l’autrice e non è insolito che le case editrici mi mandino libri. Così il venerdì sera inizio a leggerlo e dopo poche pagine ho già capito cosa sta succedendo: quel libro mette in pratica, con le parole forti e intense che hanno le esperienze vissute, quello che ho cercato di spiegare con “Mindfulness ed emozioni”, il mio ultimo libro.

Leggo avidamente perché mi sembra impossibile che due persone diverse come me e Gaia Rayneri, con età diverse, storie personali diverse (ma non tanto) siano arrivate proprio alle stesse conclusioni. Conclusione che per lei sono “come la mindfulness ha trasformato la sua condizione di paziente borderline” e per me “come la mindfulness ha cambiato il mio modo di curare le persone“. Due condizioni speculari: curante e curato, paziente e psicoterapeuta, due esseri umani con la loro storia in una stanza, la stanza del cuore e non la stanza della psicoterapia.

Man mano che leggo mi rendo conto che ha fatto le mie pratiche del Canale YouTube, che ha rovistato nella sua anima con lo stesso sguardo poetico e scientifico che cerco di risvegliare e, come ultima meravigliosa sorpresa, ha parlato di Draghi colorati, per raccontare le tappe della sua guarigione.

Mentre continuavo avidamente a leggere non ho potuto fare ameno di commuovermi per come riusciva a mettere in pratica quello che per me è stato necessario spiegare in teoria. Non voglio raccontare troppo di questo piccolo grande libro ma vorrei citare tre passaggi fondamentali.

La psiconanalisi

Gaia ha fatto molti anni di psicoanalisi che sintetizza così “Durante le sedute di psicoanalisi avevo elaborato una nuova lettura del passato, che includesse quanti più punti di vista possibile. Un lavoro molto importante: però nessuna di queste consapevolezze mi faceva sentire più felice. Se il miglioramento c’era non ero comunque in grado di percepirlo“. Ecco il punto centrale: gli approcci interpretativi, come la psicoanalisi, offrono consapevolezze che non facilitano il processo di cambiamento perché non facilitano il passaggio ad un modo diverso di fare esperienza della realtà. Tutti noi clinici siamo debitori alla psicoanalisi ma è sempre necessario fare dei passi avanti se vogliamo che la psicologia clinica possa essere considerata una scienza. La mindfulness, gli approcci cognitivisti di terza generazione, gli interventi basati sulla compassione hanno permesso un sostanziale passo avanti nella cura di disturbi che erano considerati non guaribili come i disturbi borderline di personalità.

La parola crea la realtà

Ci sono due modi per creare, ricorda Gaia Rayneri che è una scrittrice di professione, “fare figli e nominare, dare un nome”. Questo è vero sia per togliere dalla nebbia dell’inquietudine quello che proviamo sia per riuscire a cambiarlo. Ma è ancora più necessario per non subire la nostra voce auto-critica, quella che ci urla contro.

Da un lato era necessario lavorare su quella voce di dentro che mi diceva che era “cattiva”: sia perché non era mia, sia perché era insensata. Se lasciata libera di agire suonava come la voce della “verità” e per dimostrare la sua credenza tendeva ad isolare dettagli e decontestualizzarli, per farmi vedere come tutto ciò che facevo fosse “sbagliato“. Come descrivere meglio sia il ruolo delle voci e delle parti dissociate di sè che l’impatto che queste hanno sul nostro comportamento? Le pagine in cui Gaia descrive una richiesta d’aiuto fatta al Pronto Soccorso sono tra le più incisive del libro. Pagine che devono far riflettere noi clinici (grazie Paolo Milone) rispetto ai limiti dell’approccio istituzionale ma anche rispetto alla necessità di far uscire l’anima di chi cura come modo per coinvolgere chi chiede aiuto e la sua anima ce l’ha già bella nuda e ce la mostra su un piatto sbreccato.

Il dolore non è una malattia

Quando proviamo dolore entriamo in allarme: siamo forse malati? Questo allarme è giustificato perché spesso il dolore è sintomo di malattia ma non sempre ci fa percepire adeguatamente la realtà, soprattutto quando il dolore di cui parliamo è un dolore psichico e non fisico. “Con una diagnosi che lo racchiude il dolore può forse sembrare meno spaventoso. Ne viene ribadito il carattere di extra-ordinarietà, è sottinteso che a occuparsene sarà uno specialista – retribuito – e che probabilmente dopo un trattamento adeguato si potrà fare ritorno a una condizione di normalità. il dolore però non è una malattia

Già, il dolore non è una malattia. Come sarebbe la nostra vita se smettessimo di considerare costantemente il dolore un segnale di malattia e lo considerassimo invece come l’alternanza inevitabile con la gioia? Come sarebbe se invece che patologizzare i nostri sentimenti li esplorassimo come scienziati e li descrivessimo come poeti? Non finiremmo per sentirci più sani e forse anche più felici?

La pratica di mindfulness funziona esattamente come una conca di navigazione. La vita crea dislivelli: la mindfulness ci aiuta a navigare in questi dislivelli. da Mindfulness ed emozioni. Conosci le tue emozioni attraverso i colori

Concludo con le parole di una poeta che ci ricorda che la gioia è insegnata dal dolore.

L’acqua è insegnata dalla sete.
La terra, dagli oceani traversati.
La gioia, dal dolore.
La pace, dai racconti di battaglie.
L’amore, da un’impronta di memoria.
Gli uccelli, dalla neve. Emily Dickinson

© Nicoletta Cinotti 2022 “Addomesticare pensieri selvatici” Rubrica di recensioni e citazioni

La copia di questo contenuto non è consentita

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

Subscribe

* indicates required
Vuoi ricevere
Email Format

Iscrizione Completata con Successo!