Succede spessissimo che le persone arrivino da me con un piano: cambiare qualcosa di preciso della propria vita. A volte si tratta del desiderio di cambiare un tratto di carattere. Altre volte del desiderio di cambiare partner o lavoro. E sperano che la meditazione serva proprio per questo: cambiare le cose che non funzionano!

Quando la vita ci disturba

In questo caso potrei dirti che sei al punto giusto. È proprio quando la vita ci disturba, è proprio quando abbiamo provato a cambiarla molte volte senza riuscirci che abbiamo bisogno di fare una cosa apparentemente paradossale: mettersi in silenzio, stare immobili e osservare con distanza ma non con distacco.

Mettersi in silenzio

Non tutte le meditazioni sono silenziose. Nemmeno la mindfulness lo è perché spesso è accompagnata dalla guida del proprio insegnante. Eppure prima o poi è proprio il silenzio a farla da padrone e a far venire a galla tutto il rumore in cui siamo immersi. Il rumore del mondo che ci circonda. Il rumore della nostra mente chiacchierona.
Sbaglieremmo però a pensare che il silenzio sia una regola. Il silenzio non è una regola: è, in sé e per sé, una pratica. Noi conosciamo per contrapposizione. Sentiamo la mancanza di qualcosa che abbiamo avuto. Conosciamo la notte, perché attraversiamo il giorno, la fame perchè assaporiamo la sazietà.

Così il silenzio ci insegna a guardare quanto rumore abbiamo e dove ci porta il nostro rumore. Perché al rumore siamo reattivi. A volte è gradevole, a volte vorremmo scacciarlo. Nella meditazione è parte del processo per arrivare al silenzio.

Forse per questo è difficile: perché non possiamo controllare il momento in cui arriveremo al silenzio. Non possiamo decidere quando stare in pace. Eppure la pace arriva e anche il silenzio. C’è una dimensione di silenzio in ogni rumore. È il silenzio che incontriamo quando accettiamo che le cose siano come sono senza lottare per farle diventare diverse.

Per ottenere il silenzio non dovete cacciare via tutti gli uccelli perché fanno troppo rumore. Per stare tranquilli non dovete fermare il movimento dell’aria o il ruscello che scorre. Se li accettate, sarete consapevoli del silenzio. Accettateli semplicemente come parte dello stabilirsi del silenzio. Chögyam Trungpa

Stare immobili

Meditare significa dare spazio alla nostra vita o, forse, tornare alla vastità di cui siamo parte. Quando meditiamo siamo invitati a scegliere una posizione ( ne abbiamo ben 3 a nostra disposizione oltre alla meditazione camminata: seduti, sdraiati, su un fianco. Poi una volta scelta l’invito è a rimanere in quella posizione.

Sempre per contrapposizione la prima cosa che succede è che viene voglia di muoverci. Abbiamo fretta di finire, oppure misteriosi dolori, pruriti e ogni fonte di disturbo arrivano. La prima cosa alla quale pensiamo è come mettere fine a quel fastidio attraverso il movimento. Il movimento e il fare sono i nostri antidolorifici preferiti. Funzionano ma qualche volta funziona tutto. Alla lunga però alimentano la nostra irrequietezza e la sensazione che non ci sia al mondo un solo posto dove possiamo stare bene. Allora tanto vale fermarsi: mettersi comodi nella nostra scomodità. Smettere di fare e semplicemente esistere come fanno i bambini quando, improvvisamente, qualcosa attira davvero la loro attenzione e tutto il movimento che hanno di solito si arresta. Entrano in una quiete irreale. Entrano nella pace dell’immobilità. Da cui possono ripartire pieni di energie, proprio perché si sono riposati nell’immobilità.

Come il silenzio che ci fa sentire il rumore, fermarsi ci fa sentire l’agitazione che ci attraversa. Ma noi abbiamo scoperto l’inganno: è un’illusione pensare che ci sia un posto migliore dove andare. Prima di decidere dove andare, abbiamo bisogno di stare fermi. Prima di muoverci abbiamo bisogno di sentire che il movimento è come l’onda del mare: continua, incessante.

Se c’è vento l’onda è più forte. Quando il vento si calma anche il mare si calma. Il nostro vento sono le emozioni e il desiderio di correggere la realtà. Convinti che se fosse come diciamo noi sarebbe migliore di com’è. Però fare il creatore è mestiere pericoloso. Molto meglio essere creativi.

È un po’ quello che succede in questa storia.

Due uomini camminano a piedi nudi per un lungo tratto e uno pensa che sarebbe bello coprire il mondo di cuoio, in modo da rendere agevole il cammino. Ma l’altro, che è più creativo, gli risponde: “No, penso che se coprissimo i piedi di cuoio andrebbe bene lo stesso”. Ecco la nostra creatività nasce così. Quando rinunciamo a cambiare il mondo e troviamo il nostro modo, unico, di stare nel mondo.

Osservare con distanza ma non con distacco

A questo punto, una volta che ci siamo messi dentro la tempesta, proprio quella che abbiamo cercato di non vedere più possibile, anche se c’eravamo dentro, che facciamo? Adesso che mi hai – quasi – convinto a mettermi di fronte a quello che abitualmente cerco di evitare e in più stando immobile e in silenzio, senza nemmeno gridare “aiuto”, cosa dovrei fare per sopravvivere?

Adesso potresti pensare che inizi un apprendimento al distacco, al guardare con superiorità le alterne vicende della vita, oppure che si sviluppi un superpotere (il fatidico superpotere della mindfulness😊) che permetterà di superare qualsiasi prova con un mix tra James Bond, Eckart Tolle e Steve MacQuenn o, se preferisci Toni Morrison, Catwoman e Rita Levi Montalcini.

Invece no. Adesso – a furia di rimanere immobili e silenziosi, guardando però al movimento e al suono che come onde nascono dentro di noi – impariamo a diventare vulnerabili, scopriamo la tenerezza e scopriamo che siamo molto di più di quello che ci troviamo a vivere.

Che non siamo la nostra rabbia, anche se qualche volta ci arrabbiamo. Che non siamo la nostra paura, anche se abbiamo degli attacchi di panico. Che non siamo i nostri errori, anche se sbagliamo. Che possiamo guardare a quello che ci succede standoci dentro senza venirne risucchiati. Che possiamo guardare a quello che ci succede senza identificarsi, senza trasformarlo in un giudizio su di noi. Possiamo scoprire che, se non ci identifichiamo con i nostri guai e con le nostre grandezze possiamo iniziare ad avere un’idea più realistica su chi siamo davvero e soprattutto possiamo riprendere a crescere. Perché per crescere abbiamo bisogno di essere vulnerabili e non delle scatole chiuse, già fatte e finite, complete, perfette e inalterabili.

Per crescere abbiamo bisogno di aprire e non di scavare. Di diventare leggeri e planare sulle cose dall’alto senza gelido distacco. Perché planare sulle cose dall’alto ci permette di vedere dalla giusta prospettiva tutto il panorama della nostra vita – piacevole, spiacevole e neutro – e di non avere macigni sul cuore

Alla fine ci rimaniamo pure simpatici!

L’indurirsi e il rifiutare sono atteggiamenti paralizzanti. Rinunciare a questi atteggiamenti, lasciarli andare, significa semplicemente percepire l’intera situazione con il cuore, permettere che la situazione vi tocchi il cuore. (…) Allora vi ammorbidirete al punto di poter rimanere in meditazione con la sensazione di disagio, lasciando che il disagio stesso di ammorbidisca ancora di più. Pema Chödrön

© Nicoletta Cinotti 2020 Andare oltre la paura di vivere

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