Ho approfittato dei primi giorni di sole e sono andata sul lungo mare. C’è un’area giochi dove i bambini spuntano come funghi appena arriva il sole. Mi piace stare un po’ a guardarli. Mi piace vedere quanto li diverte la velocità. Tanti giochi li amano solo per la velocità. Anche noi adulti siamo così: ci sono tantissime cose che amiamo per la velocità: sciare, pattinare, surfare, andare in barca a vela (quando c’è vento), correre, lavorare come matti. Amiamo la velocità perché la sensazione di flusso senza ostacoli, come diceva Lowen, è associata al piacere. E l’ostacolo è associato al dispiacere. Così quando incontriamo un  ostacolo, molto spesso, la prima risposta è di disappunto.

Eppure quel rallentare è interessante: comporta una modulazione dell’attenzione, un riemergere delle sensazioni fisiche e un aumento di percezione degli stimoli esterni. Se rallentiamo abbastanza la nostra attenzione inizia ad andare in profondità. Ed è lì, in quel sostare dell’attenzione, che possono emergere le emozioni lente. E tutte le emozioni di appagamento sono lente.

Il piacere è veloce e l’appagamento e la soddisfazione sono lenti perchè richiedono il gustare. Questo passaggio dalle emozioni veloci alle emozioni lente è anche un percorso e un territorio che va verso la compassione. Se siamo veloci sentiamo solo il dolore, se rallentiamo proviamo la compassione. Se siamo veloci sentiamo solo la rabbia, se rallentiamo sentiamo quello che la nostra rabbia nasconde.

È come se fossimo millefoglie. Il primo strato è dedicato alla velocità e il secondo alla lentezza. In entrambi i casi possiamo sperimentare il piacere del flusso, della percezione senza ostacoli: nella velocità è lo scorrere che dà piacere. Nella lentezza è la profondità.

Così, quando attiviamo le nostre difese, soprattutto quelle di attacco e fuga, quello che cambia, immediatamente, è la percezione del tempo. Il tempo può velocizzarsi ma l’ostacolo rimane immobile, senza mutazioni. È lì che ci diciamo “com’è possibile che mi succedano sempre le stesse cose?” Non sono sempre le stesse cose: è la difesa che attiva una sorta di fermo immagine che rende la nostra difficoltà, il nostro problema, statico. Come nel film A Beautiful Mind quando il personaggio interpretato da Russel Crowe, John Nash, si accorge di avere un’allucinazione perchè le persone che vede, anche a distanza di anni, non invecchiano mai.

Quando ci diciamo “Mi capitano sempre le stesse cose” in realtà vediamo un fermo immagine dei nostri problemi. E allora, quello di cui abbiamo bisogno, è rallentare fino a che non sorge il sentimento della compassione. L’unico sentimento che scioglie i fantasmi del passato e le allucinazioni del presente.

Per molti di noi può essere più facile accettare gli altri che noi stessi. Come se la compassione fosse un sentimento da riservare agli altri che non può succedere di provare per noi. Per me, praticando senza obblighi è possibile scoprire gradualmente la fiducia e la presenza. Gradualmente, senza nessun programma se non quello di essere onesti e gentili, ci possiamo assumere la responsabilità di essere qui, in questo mondo imprevedibile, in questo momento unico, in questo prezioso corpo umano. Pema Chodron

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione

Photo by Steven Lelham on Unsplash

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