Molto spesso le persone parliamo del vagare della mente con un misto di impotenza e disperazione: niente, non ci riesco, continuo a vagare. Lo scopo della pratica non è smettere di vagare: c’è qualcosa che deve avvenire prima. Lo scopo della pratica è entrare in contatto con quello che sta succedendo – incluso il vagare – perchè in quel momento realizziamo un atto di presenza. Questo è, potremmo dire, lo scopo della pratica e il senso di essere vivi: la presenza. Altrimenti viviamo un succedaneo di esistenza.

Non dobbiamo fare questo per qualche misteriosa divinità: è per noi stessi che, indipendentemente dalle circostanze, è importante sapere e sentire che ci siamo e che abbiamo scelto come esserci.

Quando accade qualcosa abbiamo sempre almeno tre possibilità: possiamo iniziare a vagare, possiamo chiuderci in una bolla oppure aprire la mente. Quando vaghiamo mettiamo in moto l’evitamento dello spiacevole e l’aggrapparsi al piacevole, perchè, in fondo vagare è una strategia di fuga dallo spiacevole e un modo per trovare velocemente un piacevole anche effimero.

La seconda alternativa è chiudere la mente, entrare in quella che io chiamo bolla. Siamo totalmente concentrati ma in qualche altrove. La nostra connessione con l’esterno è ridotta al minimo e tutta l’attenzione va a qualcosa di diverso che abbiamo scelto. È una strategia diffusissima: qualcuno ti parla e tu lo senti come se provenisse dalle galassie. Parla la tua lingua ma è come se esprimesse sillabe senza senso. È una strategia relazionale di evitamento del conflitto e a volte assume proporzioni macroscopiche. Devo lavorare può essere una gigantesca bolla di chiusura. Sono molto impegnato può proteggerci dal prestare soccorso a quello che di noi chiede attenzione. Mi capita molto spesso di sentire persone che sapevano cosa stava succedendo ma sono state nella bolla fino a che non è esplosa. sapevano che avrebbero dovuto cambiare partner o cambiare lavoro o casa o amicizia. Hanno scelto di rimandare per paura di entrare in quella imperfezione. per paura di affrontare la situazione e le sue conseguenze.

La terza alternativa è la possibilità di svegliarci – proprio come facciamo la mattina quando ci alziamo – e chiederci cosa sta succedendo proprio ora? Al di là dei miei piani cosa sta avvenendo in questo momento? Perchè quello che succede non è un errore, non è un ostacolo ai nostri progetti, non è un intralcio. Magari è qualcosa che sta lavorando per la nostra crescita.

Perché vuoi chiudere fuori dalla tua vita ogni miseria, ogni disagio, ogni depressione date che, dopo tutto, non sai che lavoro stanno facendo dentro di te. Rainer Maria Rilke

Pratica di mindfulness: Esplorare rifiuto e accettazione (Clicca per andare al file audio)

© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione  Foto di © Ivone.

 

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