Notte, la notte d’ansia e di vertigine

quando nel vento a fiotti interstellare,

acre, il tempo finito sgrana i germi

del nuovo, dell’intatto, e a te che vai

persona semiviva tra due gorghi

tra passato e avvenire giunge al cuore

la freccia dell’anno… e all’improvviso

la fiamma della vita vacilla nella mente.

Chi spinge muli su per la montagna

tra le schegge di pietra e le cataste

si turba per un fremito che sente

ch’è un fremito di morte e di speranza.

In una notte come questa,

in una notte come questa l’anima,

mia compagna fedele inavvertita

nelle ore medie

nei giorni interni grigi delle annate,

levatasi fiutò la notte tumida

di semi che morivano, di grani

che scoppiavano, ravvisò stupita

i fuochi in lontananza dei bivacchi

più vividi che astri. Disse: è l’ora.

Ci mettemmo in cammino a passo rapido,

per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco

il convoglio sulle dune dei Magi

muovere al passo dei cammelli verso

la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.

Vidi gli ultimi d’ una retroguardia frettolosa.

E tutto passò via tra molto popolo

e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni

o riposa o se vigila non teme

questo vento di mutazione:

tende le mani ferme sulla fiamma,

sorride dal sicuro

d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

MARIO LUZI

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