Novembre è un mese difficile. Piove, è buio presto e le giornate tendono ad accorciarsi. Spesso ha già perso i colori dell’autunno ma non ha ancora il freddo rigore e la bellezza dell’inverno. Sarà per compensare tutto questo che ospita la giornata internazionale della gentilezza. Quest’anno – mi sono detta – per un mese, la mia pratica di meditazione sarà la pratica di gentilezza amorevole. Sarò sincera: ne ho davvero bisogno. È stato un anno di lutti, alcuni molto dolorosi. Un anno difficile per tutti a causa della pandemia. Abbiamo tutti bisogno di qualche cerotto per le nostre anime ammaccate.

Così, siccome tendo ad essere disciplinata, ieri ho iniziato. Ho iniziato da me stessa, come si usa fare nella meditazione. E ho scoperto subito che avevo un sacco di pece attaccata al cuore. Una pece un po’ appiccicosa che mi ha sorpreso. È la pece di quando penso che se qualcosa è andato male – contro ogni evidenza – ci deve essere una mia responsabilità. Magari ho sbagliato qualcosa. Magari ho fatto troppo o troppo poco (io tendo a fare entrambe le cose: troppo da una parte e troppo poco dall’altra).

Insomma quella pece si chiama senso di inadeguatezza. Mi sono detta che dovevo essere stata parecchio lontana per non accorgermi che se n’era formato un bello strato. È un po’ così, come con la polvere. Un lavoro che va fatto con regolarità. Allora in questo mese, settimana dopo settimana, lo farò con regolarità. E lo condividerò con te. Senza condivisione le cose perdono sapore.

In fondo siamo tutti diversi per età, condizioni di vita, sesso e preferenze ma siamo uniti da un filo lungo e comune. Fino a che quel filo è forte non dobbiamo temere. Partire da noi nella pratica di Metta ci permette di includere noi stessi. Non è generosità escluderci dal bene: è debolezza e speranza. La speranza che ci salvi qualcuno. Il desiderio che qualcuno ci porti in braccio dall’altra parte, all’altra riva. Possiamo però avere un gesto di compassione verso di noi e verso quel cuore che a volte è coperto di pece. Prenderci in braccio e portarci dall’altra parte, all’altra riva.Se nemmeno noi ci amiamo, chi altro potrà farlo? A chi insegneremo a farlo? E come se non daremo l’esempio con noi stessi?

«Forza, coraggio, padre caro, lascia che io ti prenda in collo;
incurverò le spalle:
non sarà un peso, per me, questa fatica.
Qualunque cosa accada, uno solo e di entrambi sarà il rischio,
una sola e di entrambi la salvezza».Toni Servillo legge “L’Eneide”

Pratica di mindfulness. La pratica di gentilezza amorevole della mattina

© Nicoletta Cinotti 2020 Il mese della gentilezza

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