Alcuni di noi si definirebbero disobbedienti e altri obbedienti. Alcuni sarebbero orgogliosi della propria obbedienza ed altri della propria disobbedienza. Spesso però questa è una informazione superficiale, una sorta di patina che mettiamo come primo strato nell’incontro con la realtà.

Ancora oggi mi capita di lasciar uscire come prima risposta un No, che, nei fatti, diventa un Sì pieno e affettuoso. Quell’abitudine al No è rimasta e copre quella che poi molto spesso è una risposta di tutt’altra natura. Quello che, invece, facciamo fatica a lasciare è il modo in cui ci vedevano i nostri genitori. Le loro definizioni su di noi – che non sempre abbiamo condiviso – non sono mai dimenticate. Ci rimangono dentro, a volte con fatica, come se fossero un boccone amaro da ingoiare. Altre volte le mastichiamo a lungo perché ci fanno compagnia. Raramente siamo davvero disobbedienti a quei modi di stare in relazione e di sentirsi nella relazione che abbiamo imparato con i nostri genitori. Diventano una pietra di paragone che segna la distanza tra chi siamo diventati e come eravamo. Misurano la nostra necessità di affermare – attraverso il No o attraverso il Sì – la nostra posizione nel mondo e nelle cose.

Perchè a dire no impariamo molto presto ma dirlo davvero bene non è mai facile: a volte richiede una vita. A dire sì impariamo molto dopo perché è una delle parole che nasconde più bugie. E i bambini non dicono mai bugie. Dicono sempre la loro verità, senza ombra di dubbio. Da adulti diciamo sì perché sappiamo che finirà presto, per toglierci il problema, per fare prima, per non dire la verità. E perché tutta la nostra vita si potrebbe misurare tra la nostra anima ribelle e la nostra anima obbediente.

La nostra anima ribelle sta nella schiena, in quel gesto che abbiamo imparato da bambini – l’opistotono (guardate che imparare parole nuove fa bene anche se non si usano tutti i giorni!) – una contrazione di tutti i dorsali che ci allontana dalla prossimità. La nostra anima obbediente sta nella morbidezza della nostra parte anteriore, in quella parte aperta al mondo che coglie e riconosce quello di cui l’altro ha bisogno e glielo dà. A volte per amore, a volte per tenerlo lontano, perché se ne vada con il suo bottino.

Io cerco il mezzo. Cerco sempre il mezzo essendo stata la figlia di mezzo. Cerco la mia verità, quella che non mi rende più assurdamente ribelle e nemmeno assurdamente accondiscendente. Quella che mi fa sentire la dignità e l’elevazione della colonna vertebrale. il suo fiorire verso la testa. E il saper stare sulle mie gambe. Quello non è orgoglio: è presenza.

Nella terapia analitica si parla ben poco della spina dorsale. Quale importante elemento strutturale del corpo, la debolezza della spina dorsale deve riflettersi in un disturbo della personalità (…) Quella che cerchiamo è una struttura rilassata in cui i movimenti respiratori mostrino l’unità della cassa toracica, del diaframma e dell’addome nell’inspirazione e nell’espirazione. Alexander Lowen

Pratica del giorno: La classe del mattino oppure la meditazione live FB alle 8 o la stessa meditazione registrata sul sito.

© Nicoletta Cinotti Ritiro di bioenergetica e mindfulness “Verso la self compassion”

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

leggi come usiamo i tuoi dati (informativa sulla privacy)

 

Vuoi ricevere

Iscrizione Completata con Successo!