Ho capito presto che quello che facciamo con le diverse parti del nostro carattere è simile a quello che succede in teatro. C’è un aspetto di noi che vuole la regia, c’è un protagonista, l’antagonista del protagonista e tante comparse che attraversano la scena magari solo per un tempo brevissimo. Per tanto tempo mi sono fermata lì. Poi ho fatto un upgrade: ho capito che le dinamiche che legano questi personaggi sono simili alla nostra famiglia d’origine. Non sono i personaggi che assomigliano alla nostra famiglia (possono assomigliargli ma non è affatto detto) ma le dinamiche invece sono molto simili a quelle della nostra famiglia d’origine. Nella mia famiglia d’origine c’era una dinamica fortissima che portava sempre all’esclusione di almeno un membro: tutti insieme mai. A volte era perché la persona in questione si auto-escludeva. Altre volte era conseguenza di un conflitto ma, in parole povere, c’era sempre qualcuno che non andava bene. Era un ruolo che, per fortuna, veniva ricoperto a turno e quindi raramente una persona veniva proprio estromessa. Però poteva essere allontanata anche per lungo tempo con una dolorosa interruzione di rapporti e comunicazione. Il resto della famiglia doveva schierarsi a favore o contro uno dei due contendenti: la neutralità non era contemplata. D’altra parte la mia era una famiglia partigiana!

In questi anni di lavoro mi sono accorta che questa dinamica familiare è tutt’altro che rara. Molte famiglie funzionano così, perdono parte del gruppo, a volte per anni, altre volte definitamente. Perché succede? Questa domanda la porto con me da quando ero bambina perché non riuscivo mai a capire davvero perché ogni tanto qualcuno con cui avevamo passato il Natale prima non ci fosse il Natale dopo (grande festa il Natale, dice sempre la verità). Poi ho iniziato a fare delle ipotesi che mi sembrano ragionevoli e che sono quelle del capro espiatorio. A turno abbiamo bisogno di dare la colpa a qualcuno per un problema. Fin qui tutto bene. Ma perché facciamo lo stesso anche con delle parti interne? Perché trattiamo la nostra fragilità, vulnerabilità, il nostro bisogno come se fosse un venditore ambulante troppo scocciante? Ecco la risposta che mi sono data è che ripetiamo dentro la dinamica che abbiamo visto fuori, durante la nostra crescita. Se abbiamo visto conflitto, impariamo che il conflitto è un modo per stare insieme. Se abbiamo visto inclusione impariamo che includere è opportuno e dignitoso.

Poi c’è qualcosa di diverso ancora. È il momento in cui smettiamo di essere figli dei nostri genitori e mettiamo su casa per conto nostro. Questo dovrebbe essere lo scopo della psicoterapia: aiutarci a mettere su casa per conto nostro. Lasciare che con i nostri genitori ci sia un’autonomia d’amore e di cura reciproca ma non più dipendenza. E smettere di ripetere dentro di noi le stesse dinamiche familiari che abbiamo visto fuori.

Se dovessi entrare in un gruppo partigiano io entrerei in questo, “Autonomia e compassione”.

Cercando la solitudine ho scoperto legami ovunque; affrontando la mia paura ho incontrato il guerriero che è al suo interno. Aprendomi alla perdita, ho ottenuto l’abbraccio dell’universo. Arrendendomi al vuoto ho scoperto un pieno senza fine. Ogni situazione da cui sfuggo mi perseguita. Ogni situazione a cui dò il benvenuto mi trasforma. E lei stessa si trasforma in un gioiello splendente. Jennifer Welwood

Pratica di Mindfulness: La sospensione del giudizio

© Nicoletta Cinotti 2021 Reparenting ourselves. Ritiro con Nicoletta Cinotti

 

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