Ho scoperto da poco perché gli alberi sono così tanto più longevi di noi. Per due ragioni essenziali: la prima è perchè sono formati da tante parti, solo il tronco è unico ma i rami, le foglie, le radici, sono molte. Così se si ammala una foglia ne rimangono tante e se l’albero ha poca luce può diminuire e rallentare la sua crescita per aspettare condizioni favorevoli. Può spingere le radici più in profondità per trovare l’acqua e le risorse nutritive. Essere composto da molte parti gli garantisce più possibilità.

L’altra ragione è che gli alberi non possono scappare. Non sono costretti a pagare la fatica della fuga. Non scappano perché hanno radici e così hanno sviluppato una grandissima capacità di abituarsi alle condizioni avverse.

Se proviamo a riportare queste condizioni a noi ci accorgiamo subito che anche noi siamo formati da molte parti: abbiamo tante diverse sub-identità con gusti e preferenze discordanti. Ieri sera una persona mi diceva: ho scelto di essere qui e vorrei scappare nello stesso tempo. Ecco quella persona dava voce a due parti contrastanti. Una che l’ha portata a trovarsi dove si trovava e l’altra che, invece, voleva fuggire. Infine è rimasta perché, se siamo sufficientemente sani, sappiamo ascoltare tutte le nostre parti e poi, da buon regista, scegliamo cosa fare. Perché tutte le emozioni hanno diritto di esistere ma non tutti i comportamenti sono salutari. La fuga raramente è salutare. Raramente le condizioni di pericolo sono tali da giustificare la fuga. Ogni volta che scappiamo alimentiamo però l’idea che il mondo sia un luogo pericoloso e facciamo crescere l’indice dello stress. La nostra paura è come un acceleratore, la consapevolezza è il nostro freno che rende le scelte della giusta velocità per le condizioni della strada. Non ci fa prendere curve ad alta velocità ma ci consente di andare veloci sui rettilinei. Quando non siamo consapevoli siamo come una macchina senza freni che ha solo l’acceleratore. Se la strada è diritta e senza curve può andarci bene ma siamo a rischio di incidenti.

Per ascoltare la voce delle nostre foglie, il suono del vento tra i rami, abbiamo bisogno di fare silenzio, di portare l’attenzione all’interno. In fondo facciamo così anche a teatro: facciamo silenzio per ascoltare. Meditare è questo: fare silenzio per ascoltare e, da quel silenzio, raccogliere le voci delle foglie, il movimento dei rami e, come un solido tronco, crescere.

È nel silenzio
che sta la mia speranza e il mio fine
Una canzone i cui versi
non posso intendere o cantare
fa risuonare il silenzio degli uomini
come una radice. lasciatemi dire
e non essere in lutto: il mondo
vive nella morte della parola
e lì canta. Wendell Berry

Pratica di mindfulness: La meditazione dello specchio

© Nicoletta Cinotti 2022 Il silenzio come cura

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