C’è una vecchia superstizione marinara che dice che una donna in barca porta sfortuna. Me l’ha raccontata una comandante di navi che traversano gli oceani. Una che ha comandato navi cargo enormi e che, per farlo, ha lottato con le unghie e con i denti perché non vogliono una donna comandante. Così ha iniziato con le petrolchimiche, quelle che nessuno vuole perché sono più pericolose. Perché lo fa? Perchè così può stare a casa tre/sei mesi all’anno senza lavorare. Sono imbarchi lunghi, lunghissimi che poi ti permettono un tempo lungo a casa. Un lavoro da uomini fatto da una donna capace di farsi rispettare. L’importante, mi diceva, è non sbagliare e, se sbagli, non mostrare incertezza. Bisogna sbagliare e correggere l’errore come se, in entrambi i casi, avessi il totale controllo della situazione. Non è vero. Lo sai che hai sbagliato e che questo può avere conseguenze sul clima dell’equipaggio ma bisogna sbagliare da sicuri. Mai da insicuri. “Bisogna sbagliare da uomo”, mi disse, “mai da donna”. Perché le donne come sbagliano? le chiesi. Non mi seppe rispondere ma a me quell’affermazione è rimasta in testa per molto tempo.

Come sbagliano le donne?

Non so se posso generalizzare. So che io sbaglio quasi sempre per eccesso. Sbaglio perchè faccio troppo, dico troppo, mi espongo troppo. Raramente i miei errori sono per carenza. In genere sono per eccesso. Sono eccessivamente propensa all’errore proprio perché faccio troppe cose. La risposta poi è sempre la stessa. Una vergogna, più o meno intensa. È relativamente poco tempo che non è più così forte. Forse proprio perché ho incominciato a fare, con i miei errori, una cosa che prima era impossibile anche semplicemente pensare: ho iniziato a svelarli anziché a nasconderli. Perché la vergogna porta a tacere ma dare voce porta a guarire. Cosa vuol dire? Vuol dire che le ricerche di psiconeuroimmunologia hanno mostrato che l’inibizione che è collegata alla vergogna e agli errori porta ad una diminuzione delle difese del sistema immunitario. Una diminuzione che si risolve quando cessa l’inibizione. Le ricerche di James Pennebaker e dei suoi collaboratori confermano che l’inibizione ha conseguenze negative sulla salute cardiocircolatoria e sui livelli di stress e ansia. Parlare quindi fa bene e scrivere ancora meglio perché garantisce lo sviluppo di una migliore capacità riflessiva.

Non dobbiamo essere ingenue: ci sono delle persone per le quali è facile parlare di sé stesse e delle altre per le quali è molto difficile farlo. A questo va aggiunto che gli errori rendono tutti molto inibiti. Tendiamo a rimuginare sugli errori dentro di noi ma facciamo fatica a comunicarli sia verbalmente che per scritto proprio perché farlo fa emergere il sentimento della vergogna, del senso di colpa, del giudizio nei confronti di sé stessi. La scrittura espressiva però garantisce un sollievo non tanto nell’immediato, quanto nei periodi successivi. Un sollievo che viene chiamato, “l’esperienza del lasciar andare”.

L’esperienza del lasciar andare

Quando le persone parlano o scrivono a proposito dei propri segreti personali si verifica un cambiamento in alcuni aspetti della personalità connesso proprio al fatto che lasciano andare le inibizioni e, per questo motivo le dis-attivano. Quando cerchiamo di evitare di pensare ai nostri errori la sensazione superficiale può anche essere di maggiore leggerezza ma aumentiamo gli aspetti di inibizione che, nel tempo, costruiscono maggiore passività, accondiscendenza e senso di vergogna/indegnità. Tutte sensazioni che diminuiscono quando invece che alimentare l’inibizione, si aumenta la capacità espressiva. Ci sono delle parole ricorrenti che sono parole segnale dell’inibizione “davvero”, “onestamente”,”devo dire la verità” oppure “realmente” .Sono parole che spesso indicano la presenza di una censura. Quando ci esprimiamo con minore inibizione non abbiamo più bisogno di fare ricorso a queste perifrasi che dovrebbero essere un rafforzativo del significato e, invece, sono un rafforzativo dell’inibizione.

Scrivere per rivelare

Pensa a qualcosa che non hai mai detto a nessuno o che hai volontariamente ignorato. Scrivi tutto quello che emerge senza preoccuparti di sintassi, ortografia e grammatica. Una volta finito porta l’attenzione al corpo: quali sensazioni hai provato mentre scrivevi? Se rileggi il testo trovi delle ripetizioni o dei particolari illuminanti? Ripeti questo esercizio per qualche giorno.

Di quali errori parliamo?

Per uscire da questo quadro di “silenzio stampa” sugli errori ho invitato a compilare un Google form  riservato alle donne (però l’ha compilato anche un uomo) dove scrivere quali errori ci hanno consentito di imparare cose importanti e quali invece sono ancora una dolorosa spina nel fianco. Gli errori infatti non sono solo negativi. Anzi direi che hanno sempre una forza trasformatrice al loro interno. È la vergogna che proviamo per aver sbagliato che li rende dannosi. In sé e per sé indicano una direzione verso la quale sarebbe opportuno dirigersi. Se riusciamo a farlo diventano potenti strumenti di cambiamento perchè hanno – al loro interno – anche l’energia della riparazione. Ogni errore la contiene. Che non significa che potremo tornare indietro: significa che ci spinge in avanti.

Poi ci sono gli errori che continuano a fare male. In genere sono errori che guardiamo malvolentieri e che attivano vergogna. Il punto fondamentale è uscire da questa emozione, prendere spunto da quell’esperienza per crescere. Per questo ho invitato a scriverli (ma è solo il primo passo). Ecco cosa è emerso raggruppandoli per grandi categorie:

  • Errori legati al non essersi date valore, al non aver creduto alle proprie intuizioni, alla mancanza di fiducia in sé stesse, al credere di non essere mai abbastanza
  • Errori legati alla relazione con le persone che si amano, sia relazioni sentimentali che rapporti con i figli e gli amici. Brusche rotture, cattive relazioni, accontentarsi troppo o abbandonare persone che, invece, avrebbero avuto bisogno di noi (o noi di loro). Non aver preso abbastanza in considerazione la sofferenza di un/una figlia. Interruzione di gravidanza
  • Errori legati alla stagnazione: rimanere troppo a lungo in situazioni o relazioni nocive. Fare fatica a lasciar andare
  • Errori legati all’essere state troppo accondiscendenti o, viceversa, troppo difese
  • Errori legati alla paura: paura di non farcela, troppo attaccamento a false sicurezze, paura della solitudine, paura del fallimento, paura di provare strade nuove
  • Errori legati all’essere eccessivamente critiche nei confronti degli altri
  • Mentire o essere menzognere
  • Errori legati al rapporto con sé stesse, con il proprio corpo
  • Errori legati allo studio: scelte universitarie sbagliate, aver studiato troppo, aver rinunciato allo studio
  • Errori legati all’impulsività
  • Errori legati all’orgoglio, alla rabbia, alla reattività
  • Fidarsi troppo e mettere gli altri in un gradino sopra noi
  • Errori legati all’indecisione
  • Aver rinunciato alla maternità o alla famiglia
  • Amore condizionato

Il prossimo passo

Diverso tempo fa ho letto una frase che mi ha fulminato. Quelle frasi che ti colpiscono dritte al cuore, “Nessuna persona consapevole farebbe del male a sé stessa o agli altri”. È vero, dietro agli errori c’è sempre un’area di inconsapevolezza. A volte non siamo consapevoli di quello che proviamo, altre volte non siamo davvero consapevoli delle nostre reali motivazioni e facciamo scelte che non sono in linea con i nostri valori. Se sbagliamo perché è impossibile prevedere il futuro il nostro errore non è così doloroso. Lo diventa quando ci rendiamo conto che…”se solo fossimo stati più consapevoli o più presenti a noi stessi non l’avremmo mai fatto…”. È per questo che nel percorso verso il perdonare noi stessi abbiamo bisogno di essere consapevoli. È una pratica imparare a stare con le emozioni difficili senza entrare nella spirale del biasimo, della disapprovazione o della vergogna. In questo percorso la consapevolezza – mindfulness – deve integrarsi con la self-compassion, altrimenti rischiamo di rimuginare senza sosta. Accedere alla capacità di perdonarsi non è, purtroppo, automatico: è legato alla nostra capacità di volersi bene davvero. Non un affetto indulgente ma un affetto sincero. Richiede di guardare la verità in faccia senza trasformarla in un’accusa. Non sempre è facile. Se siamo abituati a biasimare, noi stessi e gli altri, abbiamo bisogno di fare una scelta intenzionale verso il perdono. Non pensare però a qualcosa di mistico: perdonare è, in questo caso, lasciar andare. Accettare che le cose sono andate così come sono andate.

Coltivare la self-compassion: invertire la logica della punizione

Non sempre siamo dure. con i nostri errori. Molte volte riusciamo a metterli nella giusta prospettiva, a cogliere quello che ci hanno insegnato, apprezzando che anche la sofferenza può avere dei risvolti positivi, soprattutto se ci permettiamo di imparare. Altre volte, invece, maturiamo un atteggiamento di impenetrabile distacco verso le parti di noi che hanno sbagliato o verso le persone che hanno sofferto le conseguenze dei nostri errori. Come se non ci appartenessero più anche se, in fondo a noi, il desiderio di appartenere è uno dei desideri più grandi. Eppure molte persone trovano, tra i propri errori, aver interrotto relazioni, amicizie, amori, senza la possibilità di riprendere un dialogo, come se quella parte di noi non ci appartenesse più.

Credo che l’unico modo sia riprendere l’appartenenza: l’appartenenza con quella parte di noi che ha sbagliato. L’appartenenza nei confronti di quell’affetto. Nel momento in cui possiamo riconoscere che quella parte ci appartiene, quell’affetto ci riguarda, rimettiamo insieme i cocci di quel rapporto che si è sgretolato. Li rimettiamo insieme forse nell’unico luogo dove questo è possibile – dentro di noi – e magari questo renderà possibile anche metterli insieme fuori di noi, in quello che Tara Brach chiama reparenting spirituale.

Come farlo? Per esempio scrivendo, per cinque giorni di seguito, una lettera compassionevole rivolta a noi stesse. Una lettera in cui mostriamo compassione e comprensione per le ragioni che ci hanno spinto a fare quell’errore. Kristin Neff e Chrostopher Germer riportano i dati di uno studio longitudinale fatto su un campione di persone che aveva partecipato a quel tipo di esercizio espressivo di scrittura compassionevole. Questa pratica non solo aveva diminuito il livello di depressione nei tre mesi successivi ma aveva aumentato il senso di soddisfazione personale nei sei mesi seguenti. Questo è l’effetto della self-compassion: abbracciando il nostro dolore con affetto e gentilezza possiamo essere più presenti e ridurre le emozioni negative.

Scrivere una lettera compassionevole a te stessa

In questa settimana, per cinque giorni continuativi, prova a scrivere ogni giorno un paragrafo di una lettera in cui esprimi self-compassion per le tue difficoltà. Non entrare in una modalità performativa: semplicemente torna in contatto con gli aspetti di te che hanno bisogno di soccorso. immagina di riportare a casa bambini sperduti. Forse bambini che hanno sbagliato ma che meritano il tuo affetto. Se ti è difficile scrivere una lettera compassionevole per te immagina di scriverla per un’amica che sia trovata nella tua stessa situazione ed esprimi con parole affettuose la tua comprensione. Poi immagina che questa amica rivolga a te le stesse parole.

Gli errori sono parenti stretti dei rimproveri

Quando da piccole venivamo rimproverate potevamo avere paura che non ci avrebbero più amato. Confondevamo il rimprovero per un’azione sbagliata con un rimprovero rivolto a noi stesse, come se fossimo sbagliate alla radice. Non capivamo che non eravamo l’azione sbagliata. Da adulti quando sbagliamo qualcosa tendiamo ad identificarci ancora con quell’errore e l’unico modo che abbiamo è separarci, nascondere, negare la parte di noi che ha sbagliato. Questo ci rende più insicure e incerte sulle nostre reali possibilità. Non siamo vasi rotti perché abbiamo sbagliato, siamo, come nel kintsugi, vasi tenuti insieme da fili d’oro.

Che tu possa ascoltare il tuo desiderio di essere libera
Che i confini della tua appartenenza siano generosi con i tuoi sogni
Che ogni giorno ti possa alzare con una voce che ti benedice
Che il santuario della tua anima possa sempre venir rispettato
Che tu possa conoscere la gentilezza dello sguardo rivolto all’interno
Che tu non debba mai erigere un muro tra te e la luce
Abbi cura di te e abbracciati nel senso di appartenenza. Liberamente tratto da John O’Donohue Eternal Echoes: Exploring Our Hunger To Belong

© Nicoletta Cinotti 2021. ©motoki-tonn-tJ6GNCJ1gyM-unsplash

Meditazione e scrittura

 

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