Te li ricordi quei libri con gli esercizi svolti di matematica o le traduzione fatte di latino? Io ero appassionata di quei libri! Mi esercitavo e poi mi auto-correggevo, controllando la risposta. Quei libri sono stati un ottimo insegnamento per me anche se potevano diventare una tentazione. La tentazione di andare subito a vedere l’esercizio svolto, seguirlo passo passo e considerare così d’averlo fatto. Quando facevo così non serviva a nulla.

È vero che gli esercizi svolti sono utili ma solo se li facciamo davvero noi in prima persona. Non se leggiamo quello che ha fatto un altro come se lo avessimo fatto noi. Con la mindfulness e la bioenergetica può succedere la stessa cosa. Essendo due approcci esperenziali abbiamo un sacco di esercizi che possiamo proporre. Esercizi che rientrano nella tradizione e, anche, che esulano dalla tradizione. Esercizi in cui, chi conduce, ha espresso la propria creatività.

Non basta però leggere la spiegazione che ne viene data. Bisogna farli e, facendoli, li rendiamo completamente diversi perché ci impegniamo in prima persona. Il punto è sempre quello. Quanto siamo disponibili a coinvolgerci? Quanto siamo disponibili a sporcarci le mani e a giocare nel fango? O quanto vogliamo rimanere con il nostro vestitino pulito e stirato?

La differenza – in ogni cosa – sta proprio nella misura del nostro engagment, come si dice in termine tecnico, nella misura della nostra disponibilità a coinvolgersi. Più siamo disponibili a coinvolgersi più ci esponiamo all’errore, alla percezione dei nostri limiti, alla misura – a volte tagliente – della realtà. In cambio ne guadagniamo vitalità, autenticità e ricchezza, in una misura che è impagabile. Meno ci coinvolgiamo e meno rischiamo ma, anche, meno otteniamo non tanto in termini di risultato quanto di vitalità. Il passaggio dall’essere non coinvolto al coinvolgersi è come il rompere il guscio. Per farlo abbiamo bisogno di non sapere come andrà a finire e di rischiare un poco. Come dice un famoso detto, quello che noi chiamiamo farfalla per il bruco è la fine del mondo.

Dev’essere per questo che molte persone scelgono di stare sempre a metà, né dentro né fuori. Né dentro né fuori da una relazione affettiva, né dentro né fuori dalle scelte importanti della nostra vita. Inseguiamo così una delle più grandi illusioni: che sia possibile non perdere nulla. Non perdere mai.

La “saggezza di non sapere” è una saggezza profonda che emerge dal silenzio, dagli spazi bianchi tra le linee della nostra storia. È nella meditazione che diventiamo consapevoli dei grandi misteri della vita ed è qui che possiamo connetterci con parti sconosciute di noi. Frankel Estelle

Pratica di mindfulness: Meditazione del lago

© Nicoletta Cinotti 2019 Tornare al corpo

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