Alcuni lo chiamano sesto senso, altri intuizione. Altri ancora litigano semplicemente come se la loro paura fosse vera (e spesso dopo aver litigato si accorgono che non era così). Tutti noi abbiamo degli interruttori relazionali, punti in cui siamo sensibili (molto sensibili) e per questa ragione non sappiamo come fare a venirne fuori perchè a volte ci rendono molto intuitivi. Altre volte sono solo paranoie. Ma una cosa è certa, sempre: ci rovinano le giornate sia quando diventano un litigio che quando rimangono un sospetto. Hanno un nome: sono interruttori e ci lasciano sempre spaiati perchè, anche quando in realtà potremmo stare tranquilli, noi l’interruttore l’abbiamo sempre acceso.

Sono presenti dalla nascita o vengono dopo?

Vengono dopo ma vengono così presto che li sentiamo come se fossero stati sempre con noi. E un po’ è cosi perché impariamo ad amare dai nostri genitori, che anche loro avevano degli interruttori, e così c’è una specie di ereditarietà non genetica degli interruttori. Perché gli interruttori si accendono quando qualcosa non va nell’amore. Nell’amore con i nostri genitori, i nostri fratelli, i nostri amici e quindi, a maggior ragione, anche con l’amore inteso come relazione sentimentale.

Ho visto storie felici che erano rese infelici dagli interruttori e persone che cambiavano sempre storia perché si dimenticavano di spegnere l’interruttore quando entravano in una nuova relazione.

Dimenticarsi di spegnere l’interruttore

L’ultima cosa che facciamo, prima di metterci tranquilli e dormire è spegnere la luce. È il gesto conclusivo, quello che ci dice che possiamo passare qualche ora in casa, senza particolari impegni. Diventa difficile dormire con la luce accesa perché è uno stimolo che associamo all’attività. L’ipofisi ha bisogno di quelle ore di buio per funzionare bene, proprio come ha bisogno delle ore di luce. Ecco in una relazione dovremmo spegnere alcuni interruttori quando la relazione inizia (e accenderne altri). Invece per alcune persone rimangono accesi proprio gli stessi interruttori di ricerca e pericolo che tengono accesi quando sono da soli. Così anche se sono in relazione non hanno mai la sensazione che quella relazione sia sicura o stabile. E l’esempio di altre relazioni che finiscono li convince che ci sono pericoli nascosti anche per loro. Sono persone che hanno un dubbio fondamentale sull’amore e sulla possibilità che sia un sentimento stabile e così hanno difficoltà a gustare la sicurezza che può dare una relazione stabile.

Il rischio nel tenere l’interruttore acceso è quello di finire per far avverare la profezia tanto temuta: qualcosa va male davvero e non abbiamo più la forza di rispondere adeguatamente perché avevamo la segreta convinzione che sarebbe andata male. Fortunatamente questi interruttori occupano uno spazio limitato della nostra energia. Quelli che davvero fanno scintille sono gli interruttori difensivi.

Non ho una relazione ma una organizzazione difensiva

Se c’è una cosa bella che succede in ogni relazione è che ci spinge ad aprire. Anche quando non vogliamo essere particolarmente aperti, per stare in relazione qualcosa dobbiamo aprire e quell’apertura è il momento in cui si infila dentro di noi il cambiamento. Perché le relazioni ci cambiano, tutte. Quelle che vanno bene e quelle che vanno male hanno un potenziale di cambiamento molto elevato. Diventiamo diversi proprio perché l’altro ci contamina con la sua energia, la sua forza, il suo umore. Più siamo aperti più è semplice entrare in relazione e farsi cambiare dalle esperienze della vita. Qualsiasi apertura però ha un limite: prima o poi incontra il limite delle nostre difese. Quelle oltre le quali abbiamo paura ad andare (perchè se ci siamo innamorati abbiamo già varcato lo stretto di Gibilterra).

Così le nostre relazioni diventano il disegno delle nostre difese: ogni difesa taglia un pezzetto di possibilità relazionale. Ogni relazione ha la possibilità di aprire una parte delle nostre difese. E qui il ruolo chiave lo giocano proprio gli interruttori. Dove si accende l’interruttore – o dove è sempre acceso – c’è anche la possibilità del cambiamento.

Dove mettiamo gli interruttori di casa?

Quando ristrutturiamo una casa non è per niente banale dove mettere gli interruttori. Anche nel nostro corpo è così. Le nostre difese hanno degli interruttori fisici, per questo non sappiamo mai bene spiegare cosa succede quando parte un interruttore: è qualcosa che parte prima dal corpo e poi dalla mente. A volte la mente deve cercare affannosamente ragioni per spiegare perché ci siamo accesi così (e magari quando rileggiamo i messaggi che ci hanno fatto partire non ci sembrano poi così convincenti!). Nelle relazioni gli interruttori più importanti sono legati al blocco oculare, al blocco toracico e a quello del bacino. Il blocco toracico è caratterizzato da due opposte posizioni del torace che può essere sovra-espanso o sotto-espanso. Il torace sovra-espanso negli uomini è molto apprezzato, eppure spesso nasconde una paura a lasciar entrare qualcosa di diverso e di nuovo nella propria vita. Una paura dell’invasione e, in fondo, una paura dell’intimità che può essere percepita proprio come invasione. in questo caso il movimento dell’altro verso di noi anziché essere gradito suscita fantasmi intrusivi e di controllo e provoca una progressiva ritrazione che rende via via sempre più piccolo lo spazio relazionale. Abbiamo bisogno di controllare come e quando vedersi, perché vediamo l’altro non solo come oggetto di piacere ma anche come potenziale pericolo: il pericolo è quello di essere dominati. Il torace sotto-espanso invece è un cuore che è rimasto bloccato e affondato. Il sentimento generale è un senso di abbattimento, stanchezza e bisogno di sostegno che, nel tempo, può lasciare un partner affaticato dalle richieste di conferma.

Questi due blocchi si realizzano anche nel comportamento sessuale e possono portare a difficoltà nell’integrazione tra l’investimento affettivo e sessuale. Possiamo scioglierli a parole? Spegnerli con i fatti? Possiamo imparare a riconoscere come si attivano nel corpo ma spegnerli a parole non funziona: abbiamo bisogno di tornare al linguaggio del corpo per scioglierli e per riconoscere quando tornano ad accendersi perchè la relazione sta crescendo.

Gli interruttori funzionano a spirale

Ogni relazione ha degli elementi di ripetizione con le relazioni precedenti e cresce in modo che, a volte, può sembrare ripetitivo. Perché le cose funzionano a spirale. Lo so, preferiremmo che fossero una linea retta ascendente ma, invece, funzionano come una spirale che promette e permette una crescita con ripetizioni. E qui, di nuovo, gli interruttori possono portarci su una cattiva strada. Imparare vuol dire ripetere e vedere con profondità diversa le stesse cose. Se ogni volta che ci sembra di ripetere una situazione andiamo in crisi, non cresceremo mai. Quando una situazione ritorna domandati cosa puoi imparare di nuovo. E se non stai imparando nulla di nuovo domandati se, per caso, è rimasto acceso uno dei soliti vecchi interruttori che non ti sta permettendo di fare un passo avanti nella relazione che hai. Perché gli interruttori sono come gli esami di maturità: fanno paura e, in effetti, dopo che li hai superati, anche se è passato solo un giorno, ti senti molto più maturo di prima.

Le cose ritornano per darci l’occasione di imparare. Pema Chodron

Quindi per ogni interruttore prima dobbiamo guardare al corpo e poi capire cosa ne pensa la mente. Nel frattempo il dilemma è contenere, trattenere o scaricare la tensione che producono? Dire come la pensiamo in modo spontaneo (che spesso tradotto vuol dire impulsivo) oppure trattenersi (e quindi starci male) o ci sono alternative diverse?

Contenere, trattenere o scaricare?

Le emozioni che proviamo – anche le più intime e delicate – portano un movimento verso l’esterno, verso la condivisione con gli altri. La parola stessa “emozione” significa muovere verso l’esterno. Questo non significa che esprimere le proprie emozioni sia facile né che riceva un’attenzione specifica durante la nostra crescita. Impariamo a trattenere con facilità: tratteniamo le emozioni come se – tenerle dentro – ci proteggesse da ogni pericolo. Trattenere è diverso da contenere: contenere un’emozione ed esprimerla nel momento opportuno e in modo sensibile significa che abbiamo permesso, a quell’emozione, di trasformarci. Che abbiamo imparato dall’esperienza che l’emozione porta con se.

Per imparare a farlo spesso abbiamo bisogno delle emozioni sottili, difficili. Quelle che di solito cerchiamo di evitare. Abbiamo bisogno di sentire la tristezza e non solo la rabbia. Abbiamo bisogno di sentire il dolore e non solo la reazione al dolore. Abbiamo bisogno di sentire la tenerezza e non solo la passione. La vulnerabilità e non solo la forza.

Perché queste emozioni – avendo una carica energetica diversa – ci portano in profondità, ampliano i nostri confini interni, la nostra capacità di contenere e di tollerare. Mentre altre emozioni ampliano la nostra capacità espressiva e la nostra spinta all’azione. Rifiutare il basso non ci farà andare più in alto: toglierà grazia al nostro volo. Anima al nostro spirito.

Se lasciamo andare l’aggrapparsi, l’esperienza relazionale diventa immediata. Immediata significa che non c’è niente che si frappone, non c’è l’avidità né la paura a separarci. Questa immediatezza non è personale né costruita. E’ una intimità che, nella sua non costruzione rivela la virtù del vuoto in cui stare nell’esperienza. Gregory Kramer

La sensibilità degli interruttori e la sensazione di essere spaiati

Gli interruttori ci rendono sensibili. A volte ipersensibili: impariamo ad amarli e, dopo, possiamo anche imparare a spegnerli perché tenerli sempre accesi non è una grande idea: consumano molta energia e trasformano le nostre relazioni in un luogo dove viviamo le solite difficoltà più che in un luogo dove viviamo la nostra voglia di amare. Non possiamo eliminarli e farlo sarebbe un peccato proprio perché disegnano la nostra sensibilità. Imparare a spegnerli però non è impossibile e non è difficile. Basta passare dal corpo e dopo esplorare a quali pensieri danno luogo: quei pensieri sono le nostre convinzioni che ci offrono una etichetta rigida sulla realtà e non la verità del momento presente. Ci fanno sentire spaiati perché, di fatto, sono i punti in cui impediscono di essere davvero intimi e toccati in una relazione: rafforzano il nostro senso di identità ma anche il nostro senso di isolamento. E se sentirsi spaiato può essere una bella sensazione qualche volta, alla lunga può spingerci ad andare nella direzione sbagliata: stare dove non vorremmo stare, che sia soli o in compagnia. Alla fine, se non impariamo a spegnere gli interruttori, i confini della nostra vita saranno disegnati da convinzioni limitanti: meglio spegnere e usare le nostre risorse per vivere meglio. Perché il vero danno delle convinzioni limitanti è che ci fanno credere che sappiamo dove siamo e invece sappiamo solo dove siamo stati nel passato. Sappiamo dove siamo solo quando corriamo il rischio di non saperlo per scoprirlo.

Alla fine ci rendiamo conto che non sapere cosa fare è altrettanto utile che sapere cosa fare. Non sapere ci impedisce di prendere direzioni sbagliate. Non sapendo cosa fare, iniziamo a prestare molta attenzione. Proprio come le persone perse nel deserto, su una scogliera o in una tormenta, prestano attenzione con una sorta di acutezza che non avrebbero se pensassero di sapere dove sono. Perché? Perché per coloro che sono veramente persi, la loro vita dipende dal prestare attenzione reale. Se pensi di sapere dove sei, smetti di guardare. David Whyte

© Nicoletta Cinotti 2018

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