gli unfinished businessAbbiamo tante spinte all’azione. A volte agiamo come se fossimo lava di un vulcano. Altre volte come se fossimo una goccia che scende da un rubinetto mal chiuso.

Ci sono delle azioni però che nascono da una radice particolare: da quel tarlo interno che ci tiene svegli. Le emozioni non concluse, gli unfinished business. Quel rimorso mai sopito. Quella rabbia mai spenta. Quel dolore mai concluso.

Quelle emozioni non concluse ci spingono ad agire ma non sempre ne siamo padroni davvero. Nascono con la convinzione che se agiamo proveremo sollievo da quel turbamento. Vogliono mantenere un’immagine di noi libera dal dolore.

Diventiamo così persecutori esterni nella speranza di sollevarci dal persecutore interno.

In realtà spesso l’unica cosa che otteniamo è accendere un ciclo di ripetizione del dolore. Piccolo il sollievo momentaneo, grande l’eco che continua a frangersi nella nostra vita dopo certe scelte.

I nostri persecutori interni ci fanno credere che preservare un’immagine integra sia la cosa più importante per essere felici. Invece hanno bisogno davvero solo di una cosa: di essere calmati. Per farlo non dobbiamo fare altro che prenderci una pausa e occuparci di noi davvero. Ogni giorno può essere giusto. Anche oggi, proprio ora.

Alla fine la nostra immagine non è altro che una povera maschera, che non nasconde più la tragedia di una vita vuota dentro.   A. Lowen

Pratica del giorno: Protendersi

© Nicoletta Cinotti 2014 Mindfulness e bioenergetica

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