Prima o poi doveva succedere. Sapevo che avrei dovuto rimettere le mani nell’impasto della mia famiglia d’origine. A dire la verità ho evitato di farlo per molto tempo. Ho fatto parte, per quanto possibile, dei figli lontani, quelli che hanno una famiglia ma preferiscono guardarla a distanza con la scusa che così hanno di più il senso della prospettiva.

Dirò la verità: preferivo guardarla a distanza ma non per la prospettiva. Preferivo stare lontana dalle emozioni intense che mi suscitava. Come molte altre persone ho nutrito per anni la fantasia di essere stata adottata. Quando ho ammesso a me stessa che non era così e che non ero la figlia abbandonata da un re sconosciuto – Edipo Re – ho accettato che la genetica non è tutto e che, alla fine, assomigliamo sempre al luogo in cui siamo nati. In bene e in male. E sono tornata.

La gioia e la felicità sono impermanenti. Hanno bisogno di essere nutrite per durare più a lungo, se non sappiamo come nutrirle esse morranno. Thich Nhat Hanh

Si era liberato un posto

Nella carriera di molte persone l’attesa che si liberi una posizione può occupare anni. Non sempre, quando la posizione si libera, il posto viene assegnato a chi se lo merita. L’anzianità dei miei genitori mi ha dato un posto in prima fila. Mia sorella, a quel punto, me lo cedeva volentieri. Per questo sono tornata: avevano bisogno di me. La mia professione è diventata improvvisamente utile e consentita. E io ho lasciato perdere tutti i miei evitamenti – fortunatamente i rancori se n’erano andati da tempo – e sono tornata a casa. Munita però di qualche arma: senza non si sopravvive.

La mia arma è, da sempre, la stessa: la meditazione. L’ho incontrata a vent’anni quando sono andata via e la riporto con me a sessanta,  tornando. Quando sono partita speravo mi sarei illuminata: adesso credo che l’illuminazione stia nei piccoli atti di consapevolezza che illuminano la vita e tolgono oscurità alla mia famiglia interna ed esterna.

Intanto avevo capito che, per fare bene il genitore, bisogna prima aver sistemato la famiglia interiore.

Non c’è nessuna via per la felicità, la felicità è la via. Non c’è nessuna via per l’illuminazione, l’illuminazione è la via. Ogni volta che facciamo un passo consapevole, siamo coinvolti in un atto di illuminazione. Thich Nhat Hanh

L’incontro con Susan Bögels, il genitore esigente, il bambino vulnerabile

Nel 2016 decido di farmi una scorpacciata di autori che si occupano di Mindful Parenting. Compro quattro libri diversi, tanto per iniziare. Tra questi quattro c’era una collezione di articoli curata da Daniel J. Siegel e Marietta McCarty – The Mindful Parenting collection – e il libro di Susan Bögels e Katleen Restifo, Mindful Parenting, Il primo mi permetteva di avere delle basi, il secondo di fare la rivoluzione rispetto al mio modo di guardare alle relazioni familiari. 

Nel prenderci cura dei figli e dell’organizzazione familiare, nel cercare un equilibrio tra famiglia e lavoro, è facile dimenticarsi di prendersi cura di sé. Poi, quando le nostre risorse sono esaurite, diventiamo depressi o irritabili. Susan Bögels, Katleen Restifo

L’ipotesi che fa Susan Bogels è logica e convincente eppure non è mai stata fatta prima con tanta autorevolezza scientifica. Quando abbiamo un figlio diventiamo molto difensivi rispetto alla prole ma questo ci espone al rischio di diventare difensivi sia rispetto a pericoli reali che immaginari. In questa difesa possiamo agire molto duramente anche contro comportamenti dei nostri figli che riteniamo possano metterli in pericolo. In questo modo attiviamo risposte che possono essere esagerate: troppo punitive o troppo esigenti. Ognuno di noi eredita dai propri genitori queste modalità disfunzionali. Insieme al genitore amorevole, coesistono anche due piccoli – o grandi – genitori tiranni: il genitore esigente e il genitore punitivo. Entrano nella scena della relazione quando temiamo che lo standard di comportamento di nostro figlio o di nostra figlia non garantisca la sopravvivenza futura (genitore esigente) o che lo metta in pericolo (genitore punitivo).

Sono comportamenti schematici e non razionali e possono saltare fuori all’improvviso, come mostri o fantasmi tenuti alla larga dalla nostra capacità di controllo. Quante volte ti è capitato di assistere ad una scena incomprensibile di tuo padre o tua madre? Era il genitore fantasma che prendeva campo. A volte, purtroppo prende troppo campo ed educa senza rispetto della realtà dei fatti.

L’idea è che se non possiamo cambiare il problema, possiamo almeno lavorare sulla nostra relazione con quella difficoltà, prendendoci cura di noi stessi come genitori e praticando con un atteggiamento aperto e non giudicante, gentile, verso la nostra difficoltà. Susan Bögels, Katleen Restifo

Susan Bögels e Nicoletta Cinotti alla conferenza pubblica organizzata a Genova a Villa Ronco, Settembre 2019

Chiamo Susan in Italia

Susan Bögels fa una ipotesi che utilizza tre elementi clinici che uso anch’io: l’approccio cognitivo costruttivista (si chiama così ma non morde!); la Mindfulness e la Schema Therapy. Troppo interessante per non approfondire. La cerco e decidiamo di organizzare la prima formazione italiana in Mindful Parenting, che si è tenuta a Genova nel settembre 2019. Bang: colpita al cuore.

Quando vengono fuori il genitore esigente e il genitore punitivo arrivano, a ruota, anche il bambino vulnerabile e il bambino arrabbiato: quelli che, nella nostra infanzia, hanno subito le conseguenze degli errori educativi dei nostri genitori. Sono parti che continuano a farci sbagliare, in una trasmissione, non genetica ma educativa, del trauma.

Lo scenario diventa popolato da personaggi non tangibili ma reali. Potremmo descriverlo in questo modo: nostro figlio/figlia fa qualcosa che ci allarma. Entra in azione il genitore punitivo. Ci rendiamo conto di aver esagerato ma solo dopo un po’ e cerchiamo di riparare seguendo i bisogni del nostro bambino vulnerabile e non del nostro bambino reale e – piano piano – la sensazione di incomprensione tra noi e nostro figlio aumenta. Oppure diventiamo un genitore esigente – a volte per ragioni protettive, a volte per narcisismo – e chiediamo troppo. Non è uno standard misurato sui figli, ma sulle nostre esigenze. Essere consapevoli non basta: ci vuole una cura!

La cura c’è: essere genitori di sé stessi

Che sollievo scoprire che – dopo migliaia di pagine su cosa fare con i bambini, come farli crescere felici, renderli creativi, geniali – finalmente qualcuno sposta l’attenzione sui genitori e non per colpevolizzarli ma per renderli liberi di essere i genitori che sono davvero, senza conti in sospeso con la propria infanzia.

Era ovvio ma, evidentemente, è come la storia dell’elefante raccontato da tre ciechi: ognuno descrive solo una parte perché non riesce a vedere l’insieme. Tutte le volte in cui siamo incastrati con i nostri figli in uno schema ripetitivo di tensione abbiamo bisogno di fermarci, respirare e capire cosa sta succedendo a casa nostra, cioè dentro di noi. Non dobbiamo rivolgerci a qualche teoria sullo sviluppo infantile o adolescenziale. Sono teorie utili che diventano inutili se non guardiamo prima a cosa sta succedendo a noi. Se disattiviamo i nostri schemi relazionali difensivi possiamo evitare di farli interferire con la relazione reale che abbiamo con i nostri figli. Ma, soprattutto, possiamo entrare in una dimensioni diversa: poiché siamo stati tutti figli siamo anche tutti genitori. Genitori di noi stessi. E non è detto che questa sia una buona notizia.

Non possiamo essere amici di noi stessi o di qualcun altro quando non siamo veramente presenti. Non c’è amicizia senza un po’ di compassione. Thich Nhat Hanh

Genitori di sé stessi

Nei miei ritiri ho spesso lavorato su quello che Thich Nath Hanh chiama coscienza – radice ossia quegli aspetti irrisolti del passato che cerchiamo di evitare tenendoci occupati. Possiamo immaginarli come un bambino interiore a cui fare da genitore. Se ci teniamo occupati con altro disattendiamo i suoi bisogni non materiali magari occupandoci al meglio dei bisogni materiali. Per molto tempo mi sono occupata con cautela della mia bambina interiore: era troppo doloroso e mi sembrava inutile andare a ripescare il passato. Poi mi sono accorta che non si trattava di andare a ripescare il passato ma che il passato era nel mio presente, pronto a tendermi degli agguati nei momenti in cui meno me lo aspettavo. Era la coscienza radice che veniva risvegliata da qualche evento che accadeva e diventava una formazione mentale sotto forma di pensiero o emozione. In quel momento diventa centrale quello che scegliamo di fare perché non siamo andati a scavare nel passato ma il passato ci ha raggiunto. Cosa decidiamo di fare diventa rilevante per la felicità alla quale aspiriamo. Ho capito che dovevo fare l’unica cosa che non era davvero mai stata fatta prima: ascoltare.

La prima funzione della presenza mentale è riconoscere, non combattere. Thich Nhat Hanh

Ascoltare

Famiglie alternative: quelle che costruiamo con gli amici, mischiando insieme tutti i cerchi del cuore.

Ascoltare diventa un’azione principale benché sia apparentemente una non azione. È una azione perchè vorremmo scappare dal dolore e dalla sofferenza. oppure attaccare chi ci sembra sia la causa di quel dolore o di quella sofferenza. Ascoltando, ci prendiamo cura e offriamo attenzione affettuosa alla parte dolente di noi. Ascoltare è inevitabile: curiamo ferite già avvenute, niente le può cancellare ma ascoltando offriamo una possibilità: la possibilità che nasce dal rimanere intimi e dal consolare. Dimostriamo a noi stessi che quel dolore non ci ha uccisi e che non ci ucciderà ascoltarlo ma ci renderà semplicemente più liberi.

Thich Nhat Hanh suggerisce di richiamare volutamente quel bambino per confortarlo e confortare così tutte le generazioni precedenti che hanno concorso al suo dolore. Ho iniziato a farlo con trepidazione: ci vuole coraggio per credere che sia possibile curare nello stesso tempo il mio dolore e il dolore delle generazioni precedenti. Non so se davvero funziona ma so per certo che curarlo rende meno oscuro il mio tornare a casa. Rende più leggero il mio curare persone che ho creduto non mi avessero curato. Oggi vedo che i miei genitori sono stati bambini e che, semplicemente, non mi hanno dato quello che non avevano ricevuto. Così, nel fare pace con me stessa, faccio pace anche con loro.

Molte famiglie diverse

Quest’anno ho avuto l’esperienza di molte declinazioni della parola famiglia. Una collega e amica si è ammalata e mi sono accorta di quanto era forte la sua famiglia fatta di amici. Una mia amica separata con figli è diventata una sorta di famiglia putativa in cui sperimentare la sorellanza. Un’altra amica sposata e non separata, coetanea, mi racconta ogni giorno le prodezze di chi attraversa 35 anni di matrimonio e tre figli, con vari problemi, rimanendo insieme. Potrei continuare ancora raccontandoti la famiglia d’intenti con la quale condivido la mia pratica e che per me è un sostegno fondamentale per stare con la mia famiglia d’origine e con la mia famiglia attuale. Mio figlio sta per sposarsi e io non ho ancora capito a quale distanza stare e per non sbagliare sto distante ma forse dovrei stare vicino. Insomma famiglia è dove ci sono persone che hanno un legame affettivo e non solo figli condivisi. Molte persone separandosi non perdono il partner ma la famiglia: da soli non sanno più essere genitori: Altri sanno essere genitori solo da single. Altri ancora, pur non essendosi mai sposati, hanno un’ampia famiglia di amici e parenti. Oppure, sposati da una vita, sono soli anche se non lo sanno. Tutte queste famiglie esistono perché, inevitabilmente, il ruolo di genitori, figli, fratelli e sorelle, è continuamente attivo in noi. Ecco perché essere genitori di sé stessi è un passaggio inevitabile dell’intimità: l’unico che può dare risposta ai nostri bisogni più antichi.

Susan Bögels torna in Italia

La copertina del libro: uscirà a Marzo 2020

Susan Bögels tornerà presto in Italia.

Tornerà a Marzo 2020, per un ritiro che condurremo insieme in Toscana (la mia terra) – Reparenting ourselves: genitori di sé stessi – e per un Teacher Training in Mindful Parenting a Giugno 2020 a Roma.

Non tutti sono genitori ma tutti sono stati figli e quindi tutti noi siamo chiamati ad essere genitori di noi stessi. Vi aspettiamo. Tradurrà l’ottima Marina Petruzzi con la quale sto curando l’edizione italiana del libro di Mindful Parenting, un’altra bella avventura che spero piacerà a tutti: genitori e figli!

La presenza mentale stimola e accelera la circolazione sciogliendo i nodi di dolore. Thich Nhat Hanh

© Nicoletta Cinotti 2020

Parenting ourselves: genitori di sé stessi. Ritiro 7 – 11 Marzo 2020

Training Internazionale in Mindful Parenting con Susan Bögels

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